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Archive for the ‘_Citazioni’ Category

Ogni avvenimento è parte di una specie di rebus: raccontando la vita nella giusta maniera la soluzione a questo ci verrà svelata. Sono io, narratore mediocre, che non riesco a dare un senso alle parti della mia vita, non riesco a esporle in maniera che il messaggio divino connaturato all’esistenza di qualsiasi essere vivente compaia, si faccia chiaro.

Questa sensazione, la sensazione che ci fosse qualcosa da scoprire e rivelare, in alcuni periodi è stata fortissima, abbacinante, totalizzante: una specie di estasi profetica continua attraversava le giornate, se anche il senso mi sfuggiva una profonda fede in qualcosa di sconosciuto continuava a dirmi che alla fine, arrivata al giorno ultimo della mia vita, mi sarei voltata indietro e avrei guardato al tutto con estrema chiarezza, capace di unire i punti salienti della mia vita come se fossero astri di costellazioni.

Marta Zura-Puntaroni, Grande Era Onirica

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Sempre per la serie Una citazione al giorno. Da un articolo su doppiozero meravigliosamente intitolato Per vivere in un’altra lingua non serve il permesso di soggiorno. La foto e il disordine sono di fine ottobre 2016, Sherbrooke.


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…un libro in cui le ombre ingombrano e cumulano, ridestano anche i venti. E le bottiglie

stanno nere sulla tovaglia, nel disordine del pranzo finito

         –

[sempre Buzzati, Il deserto dei tartari]

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Quando riesci a dare in sei parole la colpa alle montagne di esistere.

Dell’italia mi manca letteratura. Prima ancora della pizza, quando torno voglio un libro.

[E quel coso malamente fotocopiato è Dino Buzzati, “Il deserto dei tartari”]

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Questa nuova citazione della serie la dovrei mettere sull’altro blog, e probabilmente lo farò, ed è sempre tratta dall’intervista a Simenon sul suo modo di scrivere. C’entrano gli odori, e con gli odori c’entrano le case:

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“Dall’ombra accumulata ai piedi delle mura sorse allora un uomo…”

La mia lingua che fa accumulare le ombre come se potessero rotolare, come se fosse una collezione, o cataste di roba da sistemare domani (finché il sole, già sorto, resta dietro le montagne)
(dove “le ombre ingombrano le rientranze, impedendo di distinguere bene”)

Sto leggendo Dino Buzzati, Il deserto dei tartari

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Nuova citazione della serie.

Ogni tot mi chiedo chi sono e, non sapendo rispondere, almeno se sto andando nella direzione giusta per scoprirlo; oppure, ovviamente, se scoprirlo è davvero importante.

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Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.

(O scrivo per essere riconosciuta e da chi, sempre incontrollabile, non ricattabile?)

La citazione fa parte di una serie. È di Fabrizio De André, Sotto le ciglia chissà, non ancora letto. Ma c’era questo articolo una sera di aprile o di maggio ad avvolgermi le tazzine della felicità. E c’è questo titolo, anche, al mio diario di mesi… (31 gennaio 2016 – giugno)

La cosa buffa è che programmo l’articolo per fine agosto, quando sono già in Canada. Che titolo ha il mio diario, ora?

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Continua la serie Una citazione al giorno; continua Eliot, da qui e prima ancora da qui, ma questa volta è la “Lecture I [Toward a Definition of Metaphysical Poetry]” di The Turnbull Lectures:

What we have to do, in the end, is to impose a meaning, rather than to discover it.

Ha a che fare anche con il concetto di “corruzione” di Gian Maria?

A voi cosa dice?

***

Letto a inizio giugno 2016

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E come foto scelgo questa perché ho cercato il significato di “człowiek” e sono capitata su un articolo che avevo già letto, che calza a pennello.

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Continua la serie Una citazione al giorno; continua Eliot, da qui:

When a subject matter is in its nature vague, clarity should consist, not in making it so clear as to be unrecognisible, but in recognising the vagueness, where it begins and ends and the causes of its necessity

e mi chiedo se forse è di traduzione che si parla, del fatto che il testo non ci dirà mai tutto, non ci dirà mai abbastanza, e chi traduce lo deve riconoscere, e renderlo senza scioglierne il mistero.

***

Letto a inizio giugno 2016

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La prima della serie Una citazione al giorno:

One must always be as exact and clear as one can – as clear as one’s subject matter permits. And when one’s subject matter is litterature, clarity beyond a certain point becomes falsification.

Tratto da qui:

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Letto a inizio giugno 2016 a Boccadasse in un giorno di poco sole, ed era la “Lecture I {Introduction: On the Definition of Metaphysical Poetry}”

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Ogni tanto inizio sul blog una specie di rubrica che poi non continuo. È successo con gli errori di localizzazione, Traduzione a parte torna solo quando l’ego davvero strasborda e pretende sguardi, se ce ne sono state altre non ricordo. Le riflessioni sulla Lingua dei Segni. Ma lì è diverso. Ho proprio smesso di studiare LIS purtroppo, non di scriverne.

Presto comunque inauguro una nuova rubrica. Se non scrivo ogni volta introduzioni così lunghe dovrebbe essere più facile, ‘sta volta.

Si tratterà di citazioni a tema (letterature, scritture, culture, apprendimenti…) programmate in giorni a caso nel futuro, che spunteranno come una sopresa anche tra le mie notifiche: che vorrei e potreste considerare una specie di oroscopo o spunto quotidiano. Io ne sento il bisogno… Sono una sottolineatrice e scrittricedimargini compulsiva, ma non sono mai riuscita, mai, a ricopiare su carta o a computer la mappa fisica dei punti in cui mi sono fermata in un libro. Se si trattava di studiare per qualche esame, sì. Ma erano schemi, percorsi, in cui restavano invisibili le singole tracce.

Da oggi voglio invece:
– copiare le frasi, parole, scintille, esplosioni che trovo man mano che leggo (e farlo annotando anche la data);
– inserirle in un articolo con pochi e veloci tag;
– programmare l’articolo un giorno a caso e anch’io quel giorno ritrovare ciò che ho letto tempo prima;
sorridere;
– poi chissà…

[Note: cliccando sulle foto si arriva all’autor*, o non si arriva da nessuna parte se l’autrice sono io; i grassetti saranno miei, le traduzioni – dove non specificato – pure] (altro…)

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La rayuela Appena lui le amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti. (altro…)

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imperfetti frammenti di un discorso amoroso in perfetti silenzi

Piccolo resoconto di una piccola lezione di scuola in una piccola città*

*Dedicato a quelli/e de LA LINGUA BATTE.

C’è un gruppo facebook che mi tiene incollata allo smartphone anche quando non dovrei, su cui leggo e scrivo di Lingua, parole, opere e traduzioni. Si chiama “LA LINGUA BATTE”, come il programma radio condotto da Giuseppe Antonelli, a cura di Cristina Faloci, che è

una sorta di osservatorio sullo stato e sull’evoluzione della lingua italiana nei suoi vari aspetti.

C’è una classe di venti élèves a cui insegno francese e da cui imparo piemontese, albanese e marocchino.

A loro (élèves) devo spiegare il tempo imperfetto e a loro (Linguabattenti) chiedo perché si chiama così. (altro…)

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Nella bulimia reticolare che mi affligge, che mi fa comparire e scomparire su facebook, andare e venire da twitter, che mi iscrive a diecicento mailing list e blog… alcune letture restano piaceri sinceri e ispirazioni:

– svariate idee d’amore e d’ingiustizia (violentafiducia) e
– esercizi di traduzione, abbozzo di scrittura, pensieri (serenissima).

È qui che conosco Pierluigi Cappello (conoscere nel senso di incontrare e incontrare la prima volta, quanta presunzione!) ed è da quest’erba che parto scalza per arrivare

in campagna, quando la luce è calva come un sasso di fiume

e si parla del colore delle scapigliature di erbe lunghe e di terra e rami e neve e fogli e commozione…

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Sara

e non è perché oggi si festeggiano sanvalentino e santavalentina, la coppia in tutta la sua stucchevole stupidità;

è perché l’altra notte alle tre, dopo tre sansimone e aver visto tre e più amiche, tre ore di sonno a disposizione per ripensarci sorridendo e riposarmi per la scuola, tu mi hai parlato di fare l’amore con quella donna con cui stavi o stai o starai leggendo dei libri, leggendo dei libri durante, eccitandosi di un doppio amore in cui non fatico a immedesimarmi anch’io, che leggerei: (altro…)

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a Milano Stelle

Il 2015 è appena iniziato, tempo di oroscopi. A me continua a piacere soprattutto quello di Foucault, e se poi è minimamente letterario…:

Ricordate il vecchio Dante Alighieri? Avete mai fatto caso che ogni Canto conclusivo della Divina Commedia, si chiude con la parola stelle? (Inferno: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”; Purgatorio: “Puro e disposto a salire alle stelle”; Paradiso: “L’Amor che move il sole e l’altre stelle”). Le stelle (e i pianeti) servono a camminare a testa alta, a respirare nella notte e a far luce nel buio. Scriveva una donna intelligente e affascinante, Lou Andras Salomè: “Noi amiamo sempre una stella irraggiungibile (…)”. Ecco, amate sempre e mettetevi in cammino, c’è strada da fare nell’anno che viene.

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traduzione di

Mio padre ieri sera porta a casa cattive notizie e La stampa del 29 novembre e io apro a caso: c’è l’inserto TuttoLibri.

Affamata di distrazione lo leggo tutto, tutto, e sorrido ogni nuova recensione (non i trafiletti): (altro…)

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The Unbearable Lightness of Being

Ci sono ai giorni d’oggi intrusioni, invasioni, sovrapposizioni inevitabili tra me e il libro che leggo. (Violazioni se vogliamo, nel senso di colorazioni: transitivo…) (altro…)

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natura morta con ragazza al computer

Luminosa natura morta con ragazza al computer

poverissima patria, arriva arriva la deriva economica
luminosa natura morta con ragazza al computer
poverissima patria, arriva arriva la deriva economica

Le stelle cadendo cercano il tuo volto
cadendo ventimila leghe sotto il mare Adriatico
cadendo dopo gli ultimi anni di scioperi senza nessun risultato
(è solo un momento
di crisi
di passaggio
che io e il mondo stiamo attraversando
è solo un momento
di crisi
di passaggio
che io e il mondo stiamo superando)

La luna sui sentieri, sui destini generali
sui ragazzi che giocano a calcio nei penitenziari
le stelle sui viali, sulle offerte speciali
sulle ragazze che cantano nella notte verso i militari

Pappappappappappappa

Pappappappappappa

E le parole di quel giorno mentre ti spogliavi in mezzo ai campi
saranno argomenti più memorabili dei nostri lunghi abbracci
nella calma che hanno a notte fonda i viali di Bologna

Luminosa natura morta con ragazza al computer
poverissima patria, evviva evviva la deriva economica
luminosa natura morta con ragazza al computer
poverissima patria, evviva evviva la deriva economica

I destini generali, Le Luci della Centrale Elettrica, in Costellazioni

che è poi come mi sento ora, sorvolando sulle posizioni altre che potrebbe occupare l’aggettivo “morta”, ora che dovrei essere alla laurea di un’amica a Bologna  (o in un altro centro di gravità almeno momentanea: la terra? l’Emilia? la luna? io e te?) e invece c’era questa traduzione urgente, ora che cerco il video de I destini generali su Youtube e nello spot di 30 secondi dell’Intesa San Paolo mi chiedono se voglio diventare “curetor for e dey“, pronunciato proprio così: “curetor

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in/finito

Mi piace quando nei libri, trovo me invece dell’altro/a.

[Mi capita sempre, quando è il libro giusto. Lo vedo, mi chiama, lo sfoglio, mi specchio, chiudo e acquisto. Se sono a casa ed è la mia libreria che ho davanti, vale la stessa cosa. Mi ritrovo e lo metto in borsa. E(ppure) mi stupisco sempre.]

Mi piace ancora di più quando i libri che scrivono di me non l’hanno fatto apposta. Per dire: una settimana fa Paolo Nori, nel primo dei Tre discorsi in anticipo e uno in ritardo, scriveva di Reggio Emilia, del ponte di Calatrava – io ci leggevo i miei pensieri sul romanzo che sto traducendo; ieri sera Michel Foucault scriveva ne La volontà di sapere (volume 1 della Storia della sessualità) sempre i miei pensieri, sul romanzo che sto traducendo e sulla traduzione in generale. (Forse su ogni libro? Forse su ogni lavoro?) Eccoli:

 

Il mio sogno sarebbe un lavoro di lungo respiro, capace di correggersi man mano che si sviluppa, aperto alle reazioni che suscita, alle congiunture che gli toccherà di incontrare, e forse ad ipotesi nuove. Lo vorrei un lavoro disperso e mutevole.

Michel Foucault, La volontà di sapere, Storia della sessualità 1,
traduzione di Pasquale Pasquino e Giovanna Procacci

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Monarch Rest

 

cliccare sull’immagine per visualizzare l’originale

0. Delle idee

Se dovessi dire come mi è sembrato questo lavoro, direi che è stato un lavoro che ha girato intorno a duce cose, un nome e un territorio. E che nessuno sa bene come mai quel nome era saltato fuori proprio quel territorio, direi se fossi arrivata alla fine del lavoro.

Invece il lavoro l’ho appena cominciato e queste cose che ho detto non le avrei potute dire, visto che non so niente.

Paolo Nori, Tre discorsi in anticipo e uno in ritardo,
“Delle voci su Calatrava” e su Reggio Emilia, e poi su
di me e sul libro che ho appena cominciato a tradurre.

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*articolo scritto a mano e su smartphone a partire dall’08/05/2014…
problemes sociaux
Ho raccontato (qui) di quanto fossi stanca, di come questa stanchezza non fosse una brutta malattia ma piuttosto – come suggerito da Riccardo Panattoni nella recensione La società della stanchezza di Byung-Chul Han, traduzione di Federica Buongiorno, per doppiozero –  la cura al desiderio poco sano di far tutto e anche di più in un luogo di lavoro (la mia testa) dove per l’imprenditrice di se stessa
nulla è impossibile.
Ho accennato che per guarire, stanca com’ero, ho cambiato città, sventrato un alloggio, riempito a mo’ di magazzino la stanza che abitavo dai miei, scelto una camera singola piccola in un vicolo buio in condivisione a Genova (ma il terrazzino della cucina è vista porto/mare).

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patrie

Trovo questa foto su facebook, e sento di condividerne tanto…

Vivendo in questo paese (l’Italia) che a parlar per banalità e stereotipi e visto da fuori sembra sempre caldo, e piacione, di popolo vanitoso ma che si ama anche davvero, di gente lamentosa ma che poi è affezionata;

vivendo in questo paese che ha a volte derive nazionaliste imbarazzanti, che eccede nell’uso dei possessivi;

vivendo in questo paese precario dove sulle bocche di tutti/e sta la fuga dei cervelli e su nessuna un tentativo di soluzione, un mettersi in gioco;

vivendo qui dove vivo e sono nata (altro…)

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E vado a riprendere in mano Le città invisibili, capitolo 5. Ci trovo:

“crescere in leggerezza” <– infiniti che diventano buoni propositi

crescere in leggerezza


 

Italo Calvino aveva l’abitudine di tenere sempre in tasca un foglietto piegato in quattro parti. Ogni volta che sentiva il bisogno di annotare un pensiero, una riflessione o un’idea utilizzava un quarto di quel foglietto: quando esso era zeppo di parole e non vi era più alcuno spazio lo riponeva in una cartella, e passava ad un altro.

In questo modo, per sua stessa ammissione, sono nate anno dopo anno Le città invisibili, una serie di descrizioni brevissime di città tutte inventate che si susseguono una dietro l’altra come fotografie in un album; l’autore le ha immaginate a gruppi, ogni gruppo legato da un elemento comune – la memoria, il desiderio, i segni, gli occhi, gli scambi… – e poi le ha sparpagliate e alternate tra di loro, come fossero fili di colori diversi che si intrecciano senza confondersi. Il racconto avviene attraverso…

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alfabeto

La mia madre l’ho chiamata sasso, 
perché fosse duratura sì, 
ma non viva. 
I miei amici li ho chiamati piedi, 
perché ero felice solo 
quando si partiva. 
Ed il mio mare l’ho chiamato cielo, 
perché le mie onde arrivavano 
troppo lontano. 
Ed il mio cielo l’ho chiamato cuore, 
perché mi piaceva toccarci dentro il sole 
con la mano. 
Non ho mai avuto un alfabeto tranquillo, servile, 
le pagine le giravo sempre con il fuoco. 
Nessun maestro è stato mai talmente bravo, 
da respirarsi il mio ossigeno ed il mio gioco. 
Ed il lavoro l’ho chiamato piacere, 
perché la semantica è violenza 
oppure è un’opinione. 
Ma non è colpa mia, non saltatemi addosso, 
se la mia voglia di libertà oggi è anche bisogno 
di confusione. 
Ed il piacere l’ho chiamato dovere, 
perché la primavera mi scoppiava dentro 
come una carezza. 
Fondere, confondere, rifondere 
infine rifondare 
L’alfabeto della vita 
sulle pietre di miele 
della bellezza. 
Ed il potere 
nella sua immensa intelligenza 
nella sua complessità. 
Non mi ha mai commosso 
con la sua solitudine 
non l’ho mai salutato come tale. 
Però ho raccolto la sfida, 
con molta eleganza e molta sicurezza, 
da quando ho chiamato prigione la sua felicità. 
Ed il potere da quel giorno m’insegue, 
con le sue scarpe chiodate di paura. 
M’insegue sulle sue montagne, 
quelle montagne che io chiamo pianure.

Claudio Lolli, Analfabetizzazione

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scrivere è la cosa più importante

tra scrivere e pubblicare…come si dice? C’è di mezzo qualcosa. Di mezzo c’è tutta la vita, lo studio, l’università, un lavoro “come si deve” da psicoterapeuta, la famiglia, i figli. Eppure quello scrivere in clima di guerra, ancora mi accompagna. Lo scrivere ha da allora il gusto della resistenza. È un’attività semiclandestina che viene svolta rubando il tempo al resto. Nascondendosi in casa mentre tutti gli altri sono usciti. Scrivere a singhiozzo, scrivere per emergenza, scrivere nervosamente. La scrittura sgorga come un torrente di montagna, tra salti, cascate e inabissamenti, ancora oggi sogno di un lago placido e fermo dove poter raccogliere le acque, ma forse quel giorno non verrà mai.

Teheran 1980, Chiara Mezzalama

Nel 1980 ha scritto un romanzo d’avventura “sul retro di un rotolo rosa dei dispacci dell’ANSA”.

Nel 2002 ha pubblicato Regina ed altre finestre, per Full Color Sound di Roma, cioè “un signore che a sue spese mi pubblicò dei racconti. Fu davvero un lavoro artigianale, mia la foto di copertina e mia la distribuzione nelle librerie del quartiere e porta a porta”.

Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Avrò Cura di Te, per la casa editrice E/O.

E la Società Italiana delle Letterate ne ha parlato qui per la rubrica “Il mio primo libro”.

Aggiunto alla lista della spesa!

 

– – –

Nota alla fotografia.

Come tutte le foto del blog, è una foto con alcuni diritti riservati ma che mi permetteva il riutilizzo e arriva da qui. Casualmente (ma anche no) la didascalia della foto in Flickr è perfetta:

Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia. Se resto qui, non scriverò mai un libro. […]
Anche lei, Lucas, scrive un libro. Su chi, su cosa, lo ignoro. Ma scrive. […]
Lucas dice:
Hai ragione, Victor. Scrivere è la cosa più importante.

Agota Kristov, La trilogia della città di K,

traduttore o traduttrice non precisato/a

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San Girolamo

30 settembre.

San Girolamo. Padrone dei traduttori e delle traduttrici.

Tutti i siti che frequento di solito dedicano alla ricorrenza almeno un accenno.

Io penso che l’altr’anno e l’anno ancora prima festeggiavo alle Giornate della Traduzione Letteraria a Urbino (o Pesaro), a cui quest’anno non potrò purtroppo partecipare.

Comunque ci casco e mi perdo in tutti gli articoli di oggi.

[…]

Dovessi scegliere, però, vorrei aver scritto io (altro…)

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Il sogno di tutti: conoscere una lingua straniera (strana) e purtuttavia non comprenderla: cogliere in essa la differenza, senza che questa stessa differenza sia recuperata mai dalla superficiale socialità del linguaggio, comunicazione o volgarità; conoscere, riflesse positivamente in una lingua nuova, le impossibilità della nostra; apprendere la sistematicità di quello che non si può concepire; disfare il nostro “reale” sotto l’effetto di altre suddivisioni, d’altre sintassi; scoprire posizioni sconosciute del soggetto nell’enunciazione, dislocare la sua topologia: in una parola, scendere nell’intraducibile, provarne la scossa senza mai attutirla, sino a che in noi tutto l’Occidente si scuota e vacillino le leggi della lingua paterna, quella lingua che ci proviene dai padri e che ci rende a nostra volta padri e proprietari di una cultura che appunto la storia trasforma in “natura”.

[…]

Si tratta di concepire quello che la nostra lingua non può concepire: come potremo immaginare un verbo che sia ad un tempo senza soggetto, senza complemento e ciononostante transitivo, per esempio un atto di conoscenza senza soggetto conoscente e senza oggetto conosciuto? Eppure è proprio questa immaginazione che ci viene richiesta d’innanzi al dhyana indù, origine del ch’an cinese e dello zen giapponese, che ovviamente non si può tradurre con meditazione senza ricondurvi il soggetto e il dio: provate a cacciarli, essi ritorneranno – ed è la nostra lingua che essi cavalcano. Questi e molti altri fatti ci convincono di quant’è illusorio voler contestare la nostra società senza mai pensare i limiti stessi della lingua con cui (rapporto strumentale) noi pretendiamo di contestarla: è come voler distruggere il lupo introducendosi comodamente nelle sue fauci. Questi esercizi di una grammatica aberrante avrebbero almeno il vantaggio di suscitare il sospetto nei confronti dell’ideologia stessa del nostro parlare.

 

L’Impero dei segni, Roland Barthes, traduzione di Marco Vallora.

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radici

 

Non sono catene, legacci, non sono un lucchetto che tiene prigionieri/e, le radici. Sono un movimento. E contengono la memoria delle persone.

 

La scrittura parte dal movimento – anche dal movimento dell’anima -, segue il vedere, il vivere, poi ha bisogno della pagina e dell’inchiostro. Ha bisogno che le parole scorrano sul foglio, così come scorrono i fiumi e i torrenti nei loro letti.

di nuovo tratto da Gian Luca  Favetto, Se dico radici dico storie

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Sono anche geografie, le storie. Le persone sono i luoghi da cui provengono, da cui vanno e vengono, in cui abitano o passano, da cui partono e ritornano, e in certi casi, più di quanto non si sia disposti a riconoscere, sono i luoghi in cui non ritornano.

E:

Le case non sono i luoghi, gli edifici, sono le persone che scegli di avere accanto, e che ti scelgono.

 

Storie e geografie dei mille libri che sto leggendo di ritorno dalla mia estate, per viaggiare ancora e sentire meno la mancanza delle persone in cui sono stata.

 

[citazioni da Gian Luca Favetto, Se dico radici dico storie]

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il vuoto

 

Il testo non “commenta” le immagini. Le immagini non “illustrano” il testo: ognuna è stata per me soltanto (altro…)

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Più che il blog, la blogger va in vacanza!

Certa che troverò spunti sul linguaggio, le lingue, le letterature, la traduzione anche in riva al mare o lungo la strada che mi ci porta, credo però che per un mesetto mi prenderò una pausa dalla scrittura “virtuale” e non terrò il solito “diario di traduzione e di spunti” come ho fatto finora…

Per non smentirmi, comunque, la prima tappa del mio tour estivo è Marsiglia, Capitale Europea della Cultura per il 2013 e amata dal ri-amato Jean-Claude Izzo.

Giusto perchè

a Marsiglia esiste uno strano francese, una mescolanza di provenzale, italiano, spagnolo e arabo, con una punta di argot e un pizzico di verlan. I ragazzi si capivano alla perfezione con questo linguaggio. Sulla strada.

Per Lei, figlia d’Oriente, la lingua francese diventava il luogo dove l’emigrante riuniva tutte le sue terre e poteva finalmente posare le valigie.

Jean-Claude Izzo, Casino totale, traduzione di Barbara Ferri

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Ci sono certi pazzi che guardano le facce della gente e il suo comportamento. Ma non perché epigoni del positivismo lombrosiano (…), ma perchè conoscono la semiologia. Sanno che la cultura produce dei codici; (altro…)

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Quando scrivevo dell’articolo su Elsa Morante e Jean-Noël Schifano non avevo ancora iniziato a leggere Camere separate di Pier Vittorio Tondelli…

Ora che la Twitteratura e la lettura e la riscrittura degli Scritti #Corsari di Pasolini mi abituano ed allenano a creare legami nella testa e nel cuore tra le parole… trovo un passo di Tondelli che mi sembra ricollegarsi al discorso di quel pomeriggio sull’amore in rapporto alla scrittura – alla traduzione.

Buona lettura:

In un certo senso stavano dirottando, su quelle lettere, il loro desiderio di essere amanti. Lo deviavano dalla sfera sessuale a quella del linguaggio. Non se ne rendevano ancora conto ma con l’invio di quelle lettere continuavano a fare, quotidianamente, l’amore; a produrre un frutto concreto, seppur fatto di parole e di carta, ma forse per questo assai più duraturo, e stabile, della loro unione. Le loro lettere non erano solamente espressione del loro cuore, della loro fantasia e della loro intelligenza, ma soprattutto venivano a documentare la loro vita insieme come se due scrivani la redigessero, con passione, per conto della Storia. Così le lettere, da parole d’amore, si trasformavano in documenti del divenire e, da questi, calcificavano, bianche come il granito, in reperti di una archeologia del loro impossibile, ma vero, tentato amore. E la loro unione veniva ad avere alle spalle non più solamente il vuoto di una disprezzata razza senza nome, ma iniziava a scrivere, da sè, la propria storia.

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Oggi il valore che voglio raccomandare è proprio questo: in un’epoca in cui altri media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto è diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la vocazione propria del linguaggio scritto.

Lo scriveva Italo Calvino in Rapidità, una delle sue Lezioni americane.

Lo leggo oggi in Lettura, memoria e potere di Hassan Bogdan Pautàs, sul sito dedicato alla Twitteratura, mentre penso a quando tra pochissimi giorni (altro…)

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Scrivono su Tropico del Libro:

 

1° maggio, giorno di ozio e consapevolezza.

1° maggio: festa dei lavoratori, sì, dei loro diritti. Non festa del lavoro tout court, perché alcuni di noi pensano che (altro…)

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Dalla pagina facebook dedicata a Pier Vittorio Tondelli

arrivo su questo blog ben scritto cercando una citazione più ampia

che trovo però solo su Google Books

e penso:

se tradurre è (ri)scrivere

… come (ri)leggere questo passo di “Camere Separate”?

Corro in libreria, mi assento un po’, e ne riparliamo.

violenta fiducia

Ma poi perché scrivere?

E soprattutto perché pubblicare?

Perché rendere questo dolore, così privato e così essenziale,

un piccolo oggetto limitato da buttare al macero o nella polvere?


Pier Vittorio Tondelli, Camere separate

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Il linguaggio non si esaurisce perciò nella sfera pertinente alle scienze naturali (Ives 2004, 7) ma la sua comprensione richiede un’apertura culturale, come verrà postulato da Louis Dupré o Raymond Williams: esso «crea» coscienza, ma tale coscienza non è da intendersi in senso idealista o metafisico, ma contingente, ancorata a circostanze concrete.

Come non pensare anche che il linguaggio crea coscienza di genere … ?
Come non pensare all’incontro che sto organizzando?

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