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Archive for the ‘_Culture’ Category

Il libro interrotto perché non è mio, non posso sottolinearlo e allora sono perduta.

Il segnalibro-Catherine-Deneuve di Helmut Newton in mezzo 13 pagine fa, mentre là dove dovrei ricominciare a leggere c’è un foglio che ha ai lati tutte le pieghe che gli ha dato il mio letto (bello avere accanto al cuscino un buon libro che sa di fumo), sul quale ho iniziato a scrivere quel che non potevo annotare – solo che poi arrivava Pilar Ternera e tutto diventava così sesso e fumo che non ci si poteva fermare ai margini a riposare o pensarci. 

13 pagine di sesso e fumo. come questi 13 giorni in cui ho scritto così tanto, così spesso, così di carne e sigarette. Le rileggo, ricomincio, gambiarra anche se non mi sento debole affatto, il destino è un’abitudine

Da Internazionale della settimana scorsa, foto di un amico, parole del mondo

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Un’altra citazione per la mia serie.

Il multilinguismo non basta. È il linguaggio che dobbiamo insegnare. Comprese le strutture di potere che lo sostengono, e che riguardano sia il noi che l’altro

Studiando letteratur-e comparat-e il 18 settembre 2016. Pensando a una ricerca sull’insegnamento/apprendimento [apprendre!] della Francofonia e non del francese (compresissime le sue strutture di potere!!)

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Nizza.
Nizza tante cose mi vengono in mente.
A Nizza ci vado a vivere a fine febbraio.
A Nizza una mia cara amica ha un appartamento.
A Nizza a lavorare come interprete per mio padre.
A Nizza a luglio…
A Nizza il mio primo topless.

svestirsi per il tuffo.jpg

Svestirsi per il tuffo – Fosco Maraini

Io e Fede andavamo a Marsiglia e passavamo in spiaggia le ore tra un passaggio condiviso in covoiturage e l’altro. Lei leggeva Camus (o era Sartre?), io un deludente Izzo.
Voglio fare il bagno… Andare al mare e non fare il bagno per me è come andare a Torino e non vedere la Mole, venire in Italia e mangiare in un McDonalds, camminare su un prato e non mettersi scalza.
Accanto a noi una donna sui 50 anni prende il sole in topless nell’indifferenza totale. (altro…)

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Qui quando c’è la partita la sera si sente un ronzio che viene tipo come da tutto il quartiere e ogni tanto si alza la tensione ma non parla nessuno perché ognuno ascolta la partita in una lingua diversa e molti non nella loro e il risultato è solo zzzzzzzz ZZ! ZZZZ! zzzzzzzzzzzzzzzzzz ZZZ GOL! (o una cosa del genere, ma stasera credo non abbiano ancora segnato, e se giocava l’italia dovevo aggiungere ai ronzii anche le bestemmie)

Qui quando c’è il tg il pomeriggio gli arabi si stanno urlando di tutto e io che non ho la tv non riesco a sentire una notizia che sia una (echissenefrega) ma poi si fa il silenzio e sono i funerali di Emmanuel e alla fine preferivi non sentire nulla del tg e gli urli sí invece (ché lo hai capito finalmente che non c’è rabbia, solo consonanti), poi si fa il silenzio e sono i funerali di Emmanuel e il pianto della compagna, le parole inutili del parroco, delle politiche, e alla fine gli arabi tirano su col naso e io tiro su col naso e loro continuano a urlarsi di tutto e io a non capire nulla, e tutto torna normale tipo che alla sera si guardano le partite, di giorno si occupano le case, si studia, si vende al mercatino abusivo quello che si è fatto trovare nell’immondizia, si chiacchiera tra vicini, si chiudono gli occhi e le orecchie di fronte a tanti Emmanuel, tanti arabi, molti studenti, tanti “altri”.

{Domenica 10 luglio 2016, finale Francia-nonsochi, scritto da arrampicata alla finestra come una scimmia, rivendicando animalità contro chi la usa come insulto, e anche pensando a Emmanuel morto di razzismo e di specismo, e a chi muore ogni giorno di indifferenza}

{foto sua}

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“Ragazzi, che cosa volita?”

L’urlo rimbalza in fretta tra i pali delle impalcature e mi entra dentro dalla finestra, rido. È uno degli arabi del palazzo di fronte… Racconta qualcosa in dialetto (marocchino, credo) ai coinquilini e ripete la frase, due volte, due volte con le vocali a casaccio ed è lo stesso errore che faccio in arabo io, le e per le i, le a per le e… Quando chiedo spiegazioni a Mohammed mi ripete all’infinito una stessa parola e a me sembra la dica una volta bizzef e una volta bezzaf… [È il marocchino per molto, e da lì derivano le nostre bizzeffe…]

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L’articolo originale è comparso su questo blog qui, che è interessantissimo e aiuta a decostruire un sacco di meccanismi e linguaggi, da seguire!

I grassetti sono miei; la foto, leggermente ritagliata, sua. Ho aggiunto pure un link su Breivik, nel caso ce lo fossimo dimenticati. E sui due senegalesi.

criticism of auto-nationalism.png

Se l’assassino di Jo Cox fosse stato, che so, di lontane origini afghane e con simpatie fondamentaliste si sarebbe detto che è l’Isis che ci attacca. Sarebbe dilagato il malcontento contro tutto l’Islam. La popolazione musulmana sarebbe stata chiamata nelle piazze a chiedere scusa al mondo e a prendere le distanze dall’assassino e poi si sarebbe condannata la religione che viene attribuita alle persone solo per impropria collocazione geografica. (altro…)

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Love

Ho già detto qui e qui che insegno in un istituto di istruzione superiore alberghiero e che ho studenti di tante nazionalità diverse, a volte impossibili da decifrare (il che rende l’esercizio ancora più interessante)… (altro…)

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2 parole 5 lettere : amoretradotto

L’altra volta leggevo una mia alunna albanese “sperare” in piemontese che la verifica sul passé composé francese andasse bene… Mi colpiva che

le parole che sopravvivono dei dialetti sono quelle che ci riguardano più da vicino: quelle che riguardano i sogni, le speranze, i sentimenti…

Oggi è la volta di un’altra ragazza albanese. Posta sulla sua bacheca facebook le foto scattate in classe con la compagna di scuola italiana e sotto le scrive:

Sei bellissima zemra!

Se non mi sto sbagliando, “zemra” è verbo e sostantivo albanese per l’amare e l’amore italiani.

Mi innamoro di quest’uso istintivo delle ‘sue’ cinque lettere dove in Italia ci aspetteremmo le nostre.

Mi perdo a pensare al suono diverso dei sentimenti a longitudini diverse: per me “zemra” sa di zenzero fresco ed erbe aromatiche secche! L’amore è più tondo e più gonfio, l’amare più scivoloso. In francese l’amour è toujours e lo canta Edith Piaf, l’amer è anche amaro ed è il mare, è più blu, sfuma nel viola.

Mi chiedo che suono e che odore e colore ha “zemra” per quell’amica italiana abituata fino a ieri ad amare nella mia stessa lingua.

…E vorrei dirvi, ragazze, continuate a insegnarvi e godervi l’amore in tutte le lingue e le forme che conoscete e suggeritemene un po’, io sono pronta a imparare!

teach & love & imagine

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pure il piemontese

Come insegnante in un istituto di istruzione superiore alberghiero alle prese con studenti più o meno motivati allo studio del francese, ho deciso di creare un profilo facebook che non uso mai se non per comunicare sui gruppi di classe e per ricevere o spedire messaggi privati che riguardino interrogazioni, assenze da recuperare…

Avendo assegnato degli esercizi di ripasso il lunedì per domani, (altro…)

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Nell’ufficio di Innovalang, dove traduco ed allineo brevetti per lo stage del mio master in Localizzazione, oggi in pausa si parla di libri.

Di quelli che leggiamo, che amiamo, di quando li abbiamo letti e grazie a chi, di cosa bisognerebbe leggere alle scuole medie, alle superiori, di pomeriggio, sull’autobus mentre si va al lavoro.

Abbastanza prevedibilmente, esce fuori l’argomento traduzioni/originali… (altro…)

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Il sogno di tutti: conoscere una lingua straniera (strana) e purtuttavia non comprenderla: cogliere in essa la differenza, senza che questa stessa differenza sia recuperata mai dalla superficiale socialità del linguaggio, comunicazione o volgarità; conoscere, riflesse positivamente in una lingua nuova, le impossibilità della nostra; apprendere la sistematicità di quello che non si può concepire; disfare il nostro “reale” sotto l’effetto di altre suddivisioni, d’altre sintassi; scoprire posizioni sconosciute del soggetto nell’enunciazione, dislocare la sua topologia: in una parola, scendere nell’intraducibile, provarne la scossa senza mai attutirla, sino a che in noi tutto l’Occidente si scuota e vacillino le leggi della lingua paterna, quella lingua che ci proviene dai padri e che ci rende a nostra volta padri e proprietari di una cultura che appunto la storia trasforma in “natura”.

[…]

Si tratta di concepire quello che la nostra lingua non può concepire: come potremo immaginare un verbo che sia ad un tempo senza soggetto, senza complemento e ciononostante transitivo, per esempio un atto di conoscenza senza soggetto conoscente e senza oggetto conosciuto? Eppure è proprio questa immaginazione che ci viene richiesta d’innanzi al dhyana indù, origine del ch’an cinese e dello zen giapponese, che ovviamente non si può tradurre con meditazione senza ricondurvi il soggetto e il dio: provate a cacciarli, essi ritorneranno – ed è la nostra lingua che essi cavalcano. Questi e molti altri fatti ci convincono di quant’è illusorio voler contestare la nostra società senza mai pensare i limiti stessi della lingua con cui (rapporto strumentale) noi pretendiamo di contestarla: è come voler distruggere il lupo introducendosi comodamente nelle sue fauci. Questi esercizi di una grammatica aberrante avrebbero almeno il vantaggio di suscitare il sospetto nei confronti dell’ideologia stessa del nostro parlare.

 

L’Impero dei segni, Roland Barthes, traduzione di Marco Vallora.

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il vuoto

 

Il testo non “commenta” le immagini. Le immagini non “illustrano” il testo: ognuna è stata per me soltanto (altro…)

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komorebi

Dicevo qualche giorno fa che sono tornata dal mio viaggio di quest’estate, e l’ho fatto giocando con le parole.

Mi sono imbattuta in questo blog che è sia di viaggio, sia di parole. Un blog su cui (altro…)

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