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Archive for the ‘_Letture’ Category

Ogni avvenimento è parte di una specie di rebus: raccontando la vita nella giusta maniera la soluzione a questo ci verrà svelata. Sono io, narratore mediocre, che non riesco a dare un senso alle parti della mia vita, non riesco a esporle in maniera che il messaggio divino connaturato all’esistenza di qualsiasi essere vivente compaia, si faccia chiaro.

Questa sensazione, la sensazione che ci fosse qualcosa da scoprire e rivelare, in alcuni periodi è stata fortissima, abbacinante, totalizzante: una specie di estasi profetica continua attraversava le giornate, se anche il senso mi sfuggiva una profonda fede in qualcosa di sconosciuto continuava a dirmi che alla fine, arrivata al giorno ultimo della mia vita, mi sarei voltata indietro e avrei guardato al tutto con estrema chiarezza, capace di unire i punti salienti della mia vita come se fossero astri di costellazioni.

Marta Zura-Puntaroni, Grande Era Onirica

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​Sto pensando di fare un salto a Ventimiglia solo per comprare libri italiani o tradotti in italiano.

No perché qui mi resta solo più Bukowski e poi ho finito i libri…

Per spedizioni di beneficenza il mio indirizzo è Daumas Catanese Kerrache, 43 rue Dabray, 06000 Nice, France. Van bene anche poesie ricopiate a mano su cartoline, GRAZIE.

*

Post scriptum : No, la biblioteca non è un’opzione.  Perche io i miei libri li tratto tipo così :

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Ho un’amica che alla fine di ogni libro lo commenta per iscritto. Ho provato a farlo, ho preso un foglio di quaderno di quelli a buchi della scuola per l’occasione, per Il grande amico Maulnes (Alain-Fournier, versione di Giuliano Gramigna) ma ancora niente. È che sottolineo tanto ultimamente e sopra quelle righe per metà ci sono io, il resto è bellezza o stupore.

Solo che ora sto leggendo Artaud, me lo porto nei bar ai concerti, e tutto quel francese non lo voglio lasciare alla matita incerta di questi giorni. Così ho pensato di tornare a tradurre e tenere traccia di questo esercizio, e della mia lettura. Voilà [grassetti e punteggiature a volte miei; femminili]:

L’OMBILIC DES LIMBES

Mi sembra strano ma non ho quasi fatto caso al titolo quando ho preso il libro. La mia attenzione era forse tutta per tutta la libreria, per Irene e per i nostri garofani, per la nostra rivoluzionaria pausa di serenità.

È un esercizio di traduzione à part entière… Perché in italiano abbiamo solo ombelico, ma il francese ha ombilic et nombril, e la differenza che fa all’orecchio del lettore francofono noi la si perde. E poi ci sono quei limbi della traduzione italiana ufficiale: mi son chiesta cosa fossero prima di controllare e confermarmi che ‘sono’ il sostantivo plurale per il ‘soggiorno’ biblico che noi conosciamo al singolare. Non è in questo numero che dovremmo quindi volgere il titolo?

L’OMBELICO DEL LIMBO

Parole, forme delle frasi, direzioni interne del pensiero, reazioni semplici dell spirito, son costantemente all’inseguimento mi ritrovo all’inseguimento costante del mio essere intellettuale. (Ecco quindi che appena riesco a afferrare una forma, per imperfetta che sia, io la fisso, con il terrore di perdere tutto il pensiero.)

Formes de phrases o in realtà problemi… Ho pensato a cambiar numero anche qui, ma una pluralità di forme non è mai un caso (è la vita). E poi quel de lo balbetto, è difficile, forse di parte.

Ho anche dovuto cercare saisir, come ogni volta. Vuol dire ‘prendere vivamente’ e paradossalmente ogni volta mi sfugge.

Come il soggetto in italiano: si capisce che son io se faccio scappare la o? Forse. Ma non mi piace. Addio essere, meglio ritrovarsi.

Sul fissare ho preferito non lasciare sottintesi.

E se ritraducete all’indietro riuscire è arriver à, certo; ma il potere, qui, mi sembrava ‘inglese’…

Felicissima quando questa incertezza non viene sostituita dall’inesistenza assoluta di cui soffro alcune volte.

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Legge

 

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Mi piace questa cosa che nelle biografie delle scrittrici e degli scrittori viene indicato anche cosa hanno letto. Non solo cosa hanno scritto.

Tipo…

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quando scrivevo non sapevo che stavo arrivando a un ponte anch’io (io Drogo voglio dire) e che si sarebbe riprodotta quella scena di Márai ma tra i monti, senza l’acqua a portarsi via l’imbarazzo, i fruscii minori, i battiti forti che accompagnano ogni ritrovamento (chissà se Drogo trova o ritrova Ortiz, se pensano a Don Chisciotte e Sancho Panza almeno di sfuggita, nella punta di un sorrisetto, chissà com’è la fortezza com’è questo libro come sarebbe bello volere ancora tradurre e sentire che leggendo Buzzati sto imparando a scrivere!)

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È un libro denso e complesso (non difficile come Márai, che ti colpiva come le costole di Judit Aldozò sul cuore di lui, su quel ponte, ma complesso come i complessi musicali o di edifici, incastrato di elementi portanti) e mi lusinga l’idea che quell’uomo saggio, lettore per un vita, al centro di riabilitazione, me lo avesse consigliato.
Ci sono frasi che – non te ne accorgi – cominciano su per una strada e finiscono metri e pagine dopo: eppure in mezzo ci sono tutti i punti che devono esserci, le virgole, le maiuscole (e l’ombra accumulata, ingombrante). Se non stai attenta la loro interruzione, la loro ripresa, ti sfila a fianco e perdi una traccia. [E se fosse fondamentale per il viaggio, come illuminare le cataste d’ombre?]

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“Dall’ombra accumulata ai piedi delle mura sorse allora un uomo…”

La mia lingua che fa accumulare le ombre come se potessero rotolare, come se fosse una collezione, o cataste di roba da sistemare domani (finché il sole, già sorto, resta dietro le montagne)
(dove “le ombre ingombrano le rientranze, impedendo di distinguere bene”)

Sto leggendo Dino Buzzati, Il deserto dei tartari

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