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Archive for the ‘_Letture’ Category

Ti scrivo per la seconda volta in una lingua che non capisci

A me le contraddizioni, a te le esperienze

Da quanto tempo non mi commuoveva un libro? Tondelli mi ha ferita, non commossa. Émue, come un animale

È il libro di un autore che in Italia ha copertine argentate, e una ragazza che non è riuscita a finire un altro regalo – che poi era anche quello il regalo di una persona che amo (Dove sei, Martina?)

“Questo libro ha significato molto”

Magari è un sostantivo, un singolare maiestatis. Attendo con tristezza che diventi duale, e con paura che non possa accadere

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Salut le Zahir,

J’ai commencé la lecture du livre que tu m’as envoyé et j’ai commencé avec les douleurs là où le couer joue (à) l’écho avec l’estomac, avant de lire la première page même – le poème de Kavafis et la définition de Borges de ce beau mot arabe sacré que je découvre maintenant étant assez.

J’avais envie de lire et écrire dans ta belle langue, j’en ai trouvé deux… Tes deux à toi. Les deux qui sont devenues des langues du coeur à moi aussi.

C’est en traduction que je lis. En traduction que j’écris. En traduction que je voudrais te causer – pour autant qu’on cause, et pour qu’on cause une étincelle (شَرَارَة), ou une explosion (تَفَجُّر) … linguistique (لغويّ).

Et qu’ils nous cherchent, les policiers de l’anti-amour via internet, qu’ils m’arrêtent pas! Que je reste pas…

* * 

*

**

J’écris ces mots parce que je suis presque sure que tu peux pas les lire. Je me souviens pas de t’avoir donné l’adresse de mon blog ; je crois pas tu m’as cherchée sur wordpress et, si jamais, je sens déjà – et encore – cette belle douleur entre coeur et ventre. (C’est ta place depuis longtemps et je ne voudrais pas l’écrire. Le dire, peut-être. Te voir…)

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Ogni avvenimento è parte di una specie di rebus: raccontando la vita nella giusta maniera la soluzione a questo ci verrà svelata. Sono io, narratore mediocre, che non riesco a dare un senso alle parti della mia vita, non riesco a esporle in maniera che il messaggio divino connaturato all’esistenza di qualsiasi essere vivente compaia, si faccia chiaro.

Questa sensazione, la sensazione che ci fosse qualcosa da scoprire e rivelare, in alcuni periodi è stata fortissima, abbacinante, totalizzante: una specie di estasi profetica continua attraversava le giornate, se anche il senso mi sfuggiva una profonda fede in qualcosa di sconosciuto continuava a dirmi che alla fine, arrivata al giorno ultimo della mia vita, mi sarei voltata indietro e avrei guardato al tutto con estrema chiarezza, capace di unire i punti salienti della mia vita come se fossero astri di costellazioni.

Marta Zura-Puntaroni, Grande Era Onirica

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​Sto pensando di fare un salto a Ventimiglia solo per comprare libri italiani o tradotti in italiano.

No perché qui mi resta solo più Bukowski e poi ho finito i libri…

Per spedizioni di beneficenza il mio indirizzo è Daumas Catanese Kerrache, 43 rue Dabray, 06000 Nice, France. Van bene anche poesie ricopiate a mano su cartoline, GRAZIE.

*

Post scriptum : No, la biblioteca non è un’opzione.  Perche io i miei libri li tratto tipo così :

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Ho un’amica che alla fine di ogni libro lo commenta per iscritto. Ho provato a farlo, ho preso un foglio di quaderno di quelli a buchi della scuola per l’occasione, per Il grande amico Maulnes (Alain-Fournier, versione di Giuliano Gramigna) ma ancora niente. È che sottolineo tanto ultimamente e sopra quelle righe per metà ci sono io, il resto è bellezza o stupore.

Solo che ora sto leggendo Artaud, me lo porto nei bar ai concerti, e tutto quel francese non lo voglio lasciare alla matita incerta di questi giorni. Così ho pensato di tornare a tradurre e tenere traccia di questo esercizio, e della mia lettura. Voilà [grassetti e punteggiature a volte miei; femminili]:

L’OMBILIC DES LIMBES

Mi sembra strano ma non ho quasi fatto caso al titolo quando ho preso il libro. La mia attenzione era forse tutta per tutta la libreria, per Irene e per i nostri garofani, per la nostra rivoluzionaria pausa di serenità.

È un esercizio di traduzione à part entière… Perché in italiano abbiamo solo ombelico, ma il francese ha ombilic et nombril, e la differenza che fa all’orecchio del lettore francofono noi la si perde. E poi ci sono quei limbi della traduzione italiana ufficiale: mi son chiesta cosa fossero prima di controllare e confermarmi che ‘sono’ il sostantivo plurale per il ‘soggiorno’ biblico che noi conosciamo al singolare. Non è in questo numero che dovremmo quindi volgere il titolo?

L’OMBELICO DEL LIMBO

Parole, forme delle frasi, direzioni interne del pensiero, reazioni semplici dell spirito, son costantemente all’inseguimento mi ritrovo all’inseguimento costante del mio essere intellettuale. (Ecco quindi che appena riesco a afferrare una forma, per imperfetta che sia, io la fisso, con il terrore di perdere tutto il pensiero.)

Formes de phrases o in realtà problemi… Ho pensato a cambiar numero anche qui, ma una pluralità di forme non è mai un caso (è la vita). E poi quel de lo balbetto, è difficile, forse di parte.

Ho anche dovuto cercare saisir, come ogni volta. Vuol dire ‘prendere vivamente’ e paradossalmente ogni volta mi sfugge.

Come il soggetto in italiano: si capisce che son io se faccio scappare la o? Forse. Ma non mi piace. Addio essere, meglio ritrovarsi.

Sul fissare ho preferito non lasciare sottintesi.

E se ritraducete all’indietro riuscire è arriver à, certo; ma il potere, qui, mi sembrava ‘inglese’…

Felicissima quando questa incertezza non viene sostituita dall’inesistenza assoluta di cui soffro alcune volte.

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Legge

 

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Mi piace questa cosa che nelle biografie delle scrittrici e degli scrittori viene indicato anche cosa hanno letto. Non solo cosa hanno scritto.

Tipo…

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quando scrivevo non sapevo che stavo arrivando a un ponte anch’io (io Drogo voglio dire) e che si sarebbe riprodotta quella scena di Márai ma tra i monti, senza l’acqua a portarsi via l’imbarazzo, i fruscii minori, i battiti forti che accompagnano ogni ritrovamento (chissà se Drogo trova o ritrova Ortiz, se pensano a Don Chisciotte e Sancho Panza almeno di sfuggita, nella punta di un sorrisetto, chissà com’è la fortezza com’è questo libro come sarebbe bello volere ancora tradurre e sentire che leggendo Buzzati sto imparando a scrivere!)

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È un libro denso e complesso (non difficile come Márai, che ti colpiva come le costole di Judit Aldozò sul cuore di lui, su quel ponte, ma complesso come i complessi musicali o di edifici, incastrato di elementi portanti) e mi lusinga l’idea che quell’uomo saggio, lettore per un vita, al centro di riabilitazione, me lo avesse consigliato.
Ci sono frasi che – non te ne accorgi – cominciano su per una strada e finiscono metri e pagine dopo: eppure in mezzo ci sono tutti i punti che devono esserci, le virgole, le maiuscole (e l’ombra accumulata, ingombrante). Se non stai attenta la loro interruzione, la loro ripresa, ti sfila a fianco e perdi una traccia. [E se fosse fondamentale per il viaggio, come illuminare le cataste d’ombre?]

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“Dall’ombra accumulata ai piedi delle mura sorse allora un uomo…”

La mia lingua che fa accumulare le ombre come se potessero rotolare, come se fosse una collezione, o cataste di roba da sistemare domani (finché il sole, già sorto, resta dietro le montagne)
(dove “le ombre ingombrano le rientranze, impedendo di distinguere bene”)

Sto leggendo Dino Buzzati, Il deserto dei tartari

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Novembre Décembre

Scrivo la data in cui inizio a- e poi quella in cui finisco di- leggere un libro. Nelle prime e poi nelle ultime pagine. Al momento, ho tanti libri datati in copertina e vuoti in quarta. Ma piano piano farò posto a tutti sul cuscino nella notte e nella borsa per il giorno e troverò il mio modo di vivere e leggere le cose che ho lasciato in sospeso… (altro…)

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Forse si era già capito che in quanto a colazioni ho gusti strani. Questa mattina yoghurt di soia ai cereali, frutta secca, cioccolato, semi vari… e un’intervista a Roland Barthes pubblicata nel 2014 e ripubblicata oggi su Le parole e le cose.

Potessi, la ricopierei qui. Citarla a pezzetti mi sembra crudele, ma devo provarci (e poi le interviste son sempre composizioni di pezzetti di vita e pensieri di qualcuno, ma se chi intervista è bravo hanno la forma di vere conversazioni, ed è questo il caso)…

"politica e distanza, linguaggio"

“politica e distanza, linguaggio”

 

Subito mi parla perché quest’anno ho deciso di iniziare il mio quaderno così, “con politica e distanza, linguaggio“. (altro…)

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Alle 4 finiscono gli esercizi di riabilitazione in palestra e in quest’ora di tempo che ho vado a prendermi uno spicchio di sole al tavolino del bar, le parole di De Gregori a far da meridiana (“è quasi casa, è quasi amore”) e le parole nuove mie e di Patrick e sua zia Mame* da leggere assieme al caffè…

[*nella traduzione di Matteo Codignola]

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– il ronzio incessante del ventilatore

– la voglia d’amore

– la voglia di musica

l’idea di uscire a un certo punto della giornata a leggere un libro in un parco

– la voglia di leggere

– il sorriso

– la fame

🙂

The catcher in the rye (1 $, libreria dell'usato di Flushing Avenue, Bushwick, NYC)

The catcher in the rye (1 $, libreria dell’usato di Flushing Avenue, Bushwick, NYC)

– – –

Di New York scrivo molto di più sul mio blog https://goingaroundworlds.wordpress.com

Per altri articoli segui questo o quel blog via mail seguendo le istruzioni in alto a destra (o in basso al centro se mi leggi da uno smartphone)

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e ora è usato.

Sono andata a leggerlo nel parco subito averlo comprato (ieri), canticchiando con una birra e i taralli del Negozio Leggero che ha aperto anche a Bra. È un titolo che mi porto dietro da New York, consigliatomi dalla ragazza con cui ho condiviso l’ospitalità del mio terzo couchsurfer e una settimana passata nei prati, nelle librerie femministe, e in definitiva a leggere “fucking books all damn day” [come recita la mia borsetta nuova :)]

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le pagine e pagine e pagine e pagine e pagine di prefazioni introduzioni premesse biografie e bibliografie prima del libro! Ma dove inizia? Perché non me lo vuoi far leggere? Perché privarmi della gioia di aprirlo ed eccomi, sono già in viaggio?

Al limite, posso perdonare le “Note del traduttore”. Quelle mi piace tanto leggerle, ma alla fine: per vedere se sono riuscita a anticipare di cosa parleranno.

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The Unbearable Lightness of Being

Ci sono ai giorni d’oggi intrusioni, invasioni, sovrapposizioni inevitabili tra me e il libro che leggo. (Violazioni se vogliamo, nel senso di colorazioni: transitivo…) (altro…)

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In una lingua diventi indipendente, nell’altra sei stata bambina… Lo scrive Giuseppe Manuel Brescia nel commento a questo suo articolo. Che non potevo non ribloggare… Grazie.

Smuggled Words

Qualche giorno fa un post su The Translation Guymi ha fatto pensare a come passare da una lingua all’altra cambi la nostra personalità. Ho sempre sostenuto che una mente poliglotta ha il vantaggio di avere a disposizione diversi sistemi per ordinare  la realtà, e di conseguenza è in grado di integrare diverse visioni del mondo e di superare i limiti imposti da ognuna di esse. Sì, imparare altre lingue ci rende più intelligenti.

Ma dal punto di vista pratico persino un Hans Landa sarà costretto a passare da una lingua all’altra, usandone una per volta. Cosa succede a quel punto? Vi è mai capitato di notare un drammatico cambiamento di personalità? Non vi preoccupate, non si tratta di pregiudizi. Capita a tutti, succede davvero, e non è per nulla sorprendente. Questo articolo rivela che

I ricercatori hanno osservato che i soggetti bilingui (spagnolo-inglese) sono più sicuri di sé…

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giocarsi

A sera,

giocarsi un solitario con la stessa precisione con cui nelle carte si potrebbe leggere il proprio futuro.

La scorsa mattina a letto ho finito due libri iniziati tempo fa, sulle radici, su Torino*. Mi ha colpito che in entrambi la parola finale fosse: . Ho sorriso, mi sono alzata, e dal terrazzo ho detto al sole incerto: (altro…)

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in/finito

Mi piace quando nei libri, trovo me invece dell’altro/a.

[Mi capita sempre, quando è il libro giusto. Lo vedo, mi chiama, lo sfoglio, mi specchio, chiudo e acquisto. Se sono a casa ed è la mia libreria che ho davanti, vale la stessa cosa. Mi ritrovo e lo metto in borsa. E(ppure) mi stupisco sempre.]

Mi piace ancora di più quando i libri che scrivono di me non l’hanno fatto apposta. Per dire: una settimana fa Paolo Nori, nel primo dei Tre discorsi in anticipo e uno in ritardo, scriveva di Reggio Emilia, del ponte di Calatrava – io ci leggevo i miei pensieri sul romanzo che sto traducendo; ieri sera Michel Foucault scriveva ne La volontà di sapere (volume 1 della Storia della sessualità) sempre i miei pensieri, sul romanzo che sto traducendo e sulla traduzione in generale. (Forse su ogni libro? Forse su ogni lavoro?) Eccoli:

 

Il mio sogno sarebbe un lavoro di lungo respiro, capace di correggersi man mano che si sviluppa, aperto alle reazioni che suscita, alle congiunture che gli toccherà di incontrare, e forse ad ipotesi nuove. Lo vorrei un lavoro disperso e mutevole.

Michel Foucault, La volontà di sapere, Storia della sessualità 1,
traduzione di Pasquale Pasquino e Giovanna Procacci

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Librerie Indipendenti Genova

La mia città natale (Bra) contava quando ero adolescente tre o quattro librerie in centro. Una aveva la commessa severa e non ci andavo volentieri. Una era gestita da suore e ci andavo solo per i libri di scuola. La terza era (altro…)

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*articolo scritto a mano e su smartphone a partire dall’08/05/2014…
problemes sociaux
Ho raccontato (qui) di quanto fossi stanca, di come questa stanchezza non fosse una brutta malattia ma piuttosto – come suggerito da Riccardo Panattoni nella recensione La società della stanchezza di Byung-Chul Han, traduzione di Federica Buongiorno, per doppiozero –  la cura al desiderio poco sano di far tutto e anche di più in un luogo di lavoro (la mia testa) dove per l’imprenditrice di se stessa
nulla è impossibile.
Ho accennato che per guarire, stanca com’ero, ho cambiato città, sventrato un alloggio, riempito a mo’ di magazzino la stanza che abitavo dai miei, scelto una camera singola piccola in un vicolo buio in condivisione a Genova (ma il terrazzino della cucina è vista porto/mare).

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patrie

Trovo questa foto su facebook, e sento di condividerne tanto…

Vivendo in questo paese (l’Italia) che a parlar per banalità e stereotipi e visto da fuori sembra sempre caldo, e piacione, di popolo vanitoso ma che si ama anche davvero, di gente lamentosa ma che poi è affezionata;

vivendo in questo paese che ha a volte derive nazionaliste imbarazzanti, che eccede nell’uso dei possessivi;

vivendo in questo paese precario dove sulle bocche di tutti/e sta la fuga dei cervelli e su nessuna un tentativo di soluzione, un mettersi in gioco;

vivendo qui dove vivo e sono nata (altro…)

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Stamps

Leggo quasi sempre in italiano. O almeno, se ho l’originale: anche in italiano. Ho tantissimi libri in inglese, francese, e non li scelgo mai – nemmeno Le Petit Prince che è corto corto e facile e suggestivo.

Un giorno di tanti anni fa (altro…)

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E vado a riprendere in mano Le città invisibili, capitolo 5. Ci trovo:

“crescere in leggerezza” <– infiniti che diventano buoni propositi

crescere in leggerezza


 

Italo Calvino aveva l’abitudine di tenere sempre in tasca un foglietto piegato in quattro parti. Ogni volta che sentiva il bisogno di annotare un pensiero, una riflessione o un’idea utilizzava un quarto di quel foglietto: quando esso era zeppo di parole e non vi era più alcuno spazio lo riponeva in una cartella, e passava ad un altro.

In questo modo, per sua stessa ammissione, sono nate anno dopo anno Le città invisibili, una serie di descrizioni brevissime di città tutte inventate che si susseguono una dietro l’altra come fotografie in un album; l’autore le ha immaginate a gruppi, ogni gruppo legato da un elemento comune – la memoria, il desiderio, i segni, gli occhi, gli scambi… – e poi le ha sparpagliate e alternate tra di loro, come fossero fili di colori diversi che si intrecciano senza confondersi. Il racconto avviene attraverso…

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scrivere è la cosa più importante

tra scrivere e pubblicare…come si dice? C’è di mezzo qualcosa. Di mezzo c’è tutta la vita, lo studio, l’università, un lavoro “come si deve” da psicoterapeuta, la famiglia, i figli. Eppure quello scrivere in clima di guerra, ancora mi accompagna. Lo scrivere ha da allora il gusto della resistenza. È un’attività semiclandestina che viene svolta rubando il tempo al resto. Nascondendosi in casa mentre tutti gli altri sono usciti. Scrivere a singhiozzo, scrivere per emergenza, scrivere nervosamente. La scrittura sgorga come un torrente di montagna, tra salti, cascate e inabissamenti, ancora oggi sogno di un lago placido e fermo dove poter raccogliere le acque, ma forse quel giorno non verrà mai.

Teheran 1980, Chiara Mezzalama

Nel 1980 ha scritto un romanzo d’avventura “sul retro di un rotolo rosa dei dispacci dell’ANSA”.

Nel 2002 ha pubblicato Regina ed altre finestre, per Full Color Sound di Roma, cioè “un signore che a sue spese mi pubblicò dei racconti. Fu davvero un lavoro artigianale, mia la foto di copertina e mia la distribuzione nelle librerie del quartiere e porta a porta”.

Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Avrò Cura di Te, per la casa editrice E/O.

E la Società Italiana delle Letterate ne ha parlato qui per la rubrica “Il mio primo libro”.

Aggiunto alla lista della spesa!

 

– – –

Nota alla fotografia.

Come tutte le foto del blog, è una foto con alcuni diritti riservati ma che mi permetteva il riutilizzo e arriva da qui. Casualmente (ma anche no) la didascalia della foto in Flickr è perfetta:

Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia. Se resto qui, non scriverò mai un libro. […]
Anche lei, Lucas, scrive un libro. Su chi, su cosa, lo ignoro. Ma scrive. […]
Lucas dice:
Hai ragione, Victor. Scrivere è la cosa più importante.

Agota Kristov, La trilogia della città di K,

traduttore o traduttrice non precisato/a

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Il sogno di tutti: conoscere una lingua straniera (strana) e purtuttavia non comprenderla: cogliere in essa la differenza, senza che questa stessa differenza sia recuperata mai dalla superficiale socialità del linguaggio, comunicazione o volgarità; conoscere, riflesse positivamente in una lingua nuova, le impossibilità della nostra; apprendere la sistematicità di quello che non si può concepire; disfare il nostro “reale” sotto l’effetto di altre suddivisioni, d’altre sintassi; scoprire posizioni sconosciute del soggetto nell’enunciazione, dislocare la sua topologia: in una parola, scendere nell’intraducibile, provarne la scossa senza mai attutirla, sino a che in noi tutto l’Occidente si scuota e vacillino le leggi della lingua paterna, quella lingua che ci proviene dai padri e che ci rende a nostra volta padri e proprietari di una cultura che appunto la storia trasforma in “natura”.

[…]

Si tratta di concepire quello che la nostra lingua non può concepire: come potremo immaginare un verbo che sia ad un tempo senza soggetto, senza complemento e ciononostante transitivo, per esempio un atto di conoscenza senza soggetto conoscente e senza oggetto conosciuto? Eppure è proprio questa immaginazione che ci viene richiesta d’innanzi al dhyana indù, origine del ch’an cinese e dello zen giapponese, che ovviamente non si può tradurre con meditazione senza ricondurvi il soggetto e il dio: provate a cacciarli, essi ritorneranno – ed è la nostra lingua che essi cavalcano. Questi e molti altri fatti ci convincono di quant’è illusorio voler contestare la nostra società senza mai pensare i limiti stessi della lingua con cui (rapporto strumentale) noi pretendiamo di contestarla: è come voler distruggere il lupo introducendosi comodamente nelle sue fauci. Questi esercizi di una grammatica aberrante avrebbero almeno il vantaggio di suscitare il sospetto nei confronti dell’ideologia stessa del nostro parlare.

 

L’Impero dei segni, Roland Barthes, traduzione di Marco Vallora.

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radici

 

Non sono catene, legacci, non sono un lucchetto che tiene prigionieri/e, le radici. Sono un movimento. E contengono la memoria delle persone.

 

La scrittura parte dal movimento – anche dal movimento dell’anima -, segue il vedere, il vivere, poi ha bisogno della pagina e dell’inchiostro. Ha bisogno che le parole scorrano sul foglio, così come scorrono i fiumi e i torrenti nei loro letti.

di nuovo tratto da Gian Luca  Favetto, Se dico radici dico storie

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Sono anche geografie, le storie. Le persone sono i luoghi da cui provengono, da cui vanno e vengono, in cui abitano o passano, da cui partono e ritornano, e in certi casi, più di quanto non si sia disposti a riconoscere, sono i luoghi in cui non ritornano.

E:

Le case non sono i luoghi, gli edifici, sono le persone che scegli di avere accanto, e che ti scelgono.

 

Storie e geografie dei mille libri che sto leggendo di ritorno dalla mia estate, per viaggiare ancora e sentire meno la mancanza delle persone in cui sono stata.

 

[citazioni da Gian Luca Favetto, Se dico radici dico storie]

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il vuoto

 

Il testo non “commenta” le immagini. Le immagini non “illustrano” il testo: ognuna è stata per me soltanto (altro…)

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Il giovane Holden

[La scorsa settimana, Albisola Superiore, Savona, da un amico]

Iniziare a leggere Il giovane Holden* qui.

E ancora non sapere con certezza, dopo tutti questi anni, se a casa ce l’ho o no.

 

*nella traduzione, ovviamente, di Adriana Motti

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#Corsari/01 – Il ‘discorso’ dei capelli

A parte tutta la teoria e i mezzi reblog cui mi sono dedicata finora… tra oggi e ieri sono entrata in pratica nella riscrittura degli Scritti #Corsari di Pier Paolo Pasolini su Twitter (si chiama Twitteratura), e che sorpresa! (altro…)

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Giro per bancarelle e librerie fatto!

Sul mio divano, in questo momento:

 

pasolini_calvino

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