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Archive for the ‘+ sul letterario’ Category

Salut le Zahir,

J’ai commencé la lecture du livre que tu m’as envoyé et j’ai commencé avec les douleurs là où le couer joue (à) l’écho avec l’estomac, avant de lire la première page même – le poème de Kavafis et la définition de Borges de ce beau mot arabe sacré que je découvre maintenant étant assez.

J’avais envie de lire et écrire dans ta belle langue, j’en ai trouvé deux… Tes deux à toi. Les deux qui sont devenues des langues du coeur à moi aussi.

C’est en traduction que je lis. En traduction que j’écris. En traduction que je voudrais te causer – pour autant qu’on cause, et pour qu’on cause une étincelle (شَرَارَة), ou une explosion (تَفَجُّر) … linguistique (لغويّ).

Et qu’ils nous cherchent, les policiers de l’anti-amour via internet, qu’ils m’arrêtent pas! Que je reste pas…

* * 

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J’écris ces mots parce que je suis presque sure que tu peux pas les lire. Je me souviens pas de t’avoir donné l’adresse de mon blog ; je crois pas tu m’as cherchée sur wordpress et, si jamais, je sens déjà – et encore – cette belle douleur entre coeur et ventre. (C’est ta place depuis longtemps et je ne voudrais pas l’écrire. Le dire, peut-être. Te voir…)

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Il libro interrotto perché non è mio, non posso sottolinearlo e allora sono perduta.

Il segnalibro-Catherine-Deneuve di Helmut Newton in mezzo 13 pagine fa, mentre là dove dovrei ricominciare a leggere c’è un foglio che ha ai lati tutte le pieghe che gli ha dato il mio letto (bello avere accanto al cuscino un buon libro che sa di fumo), sul quale ho iniziato a scrivere quel che non potevo annotare – solo che poi arrivava Pilar Ternera e tutto diventava così sesso e fumo che non ci si poteva fermare ai margini a riposare o pensarci. 

13 pagine di sesso e fumo. come questi 13 giorni in cui ho scritto così tanto, così spesso, così di carne e sigarette. Le rileggo, ricomincio, gambiarra anche se non mi sento debole affatto, il destino è un’abitudine

Da Internazionale della settimana scorsa, foto di un amico, parole del mondo

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​Sto pensando di fare un salto a Ventimiglia solo per comprare libri italiani o tradotti in italiano.

No perché qui mi resta solo più Bukowski e poi ho finito i libri…

Per spedizioni di beneficenza il mio indirizzo è Daumas Catanese Kerrache, 43 rue Dabray, 06000 Nice, France. Van bene anche poesie ricopiate a mano su cartoline, GRAZIE.

*

Post scriptum : No, la biblioteca non è un’opzione.  Perche io i miei libri li tratto tipo così :

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Ho un’amica che alla fine di ogni libro lo commenta per iscritto. Ho provato a farlo, ho preso un foglio di quaderno di quelli a buchi della scuola per l’occasione, per Il grande amico Maulnes (Alain-Fournier, versione di Giuliano Gramigna) ma ancora niente. È che sottolineo tanto ultimamente e sopra quelle righe per metà ci sono io, il resto è bellezza o stupore.

Solo che ora sto leggendo Artaud, me lo porto nei bar ai concerti, e tutto quel francese non lo voglio lasciare alla matita incerta di questi giorni. Così ho pensato di tornare a tradurre e tenere traccia di questo esercizio, e della mia lettura. Voilà [grassetti e punteggiature a volte miei; femminili]:

L’OMBILIC DES LIMBES

Mi sembra strano ma non ho quasi fatto caso al titolo quando ho preso il libro. La mia attenzione era forse tutta per tutta la libreria, per Irene e per i nostri garofani, per la nostra rivoluzionaria pausa di serenità.

È un esercizio di traduzione à part entière… Perché in italiano abbiamo solo ombelico, ma il francese ha ombilic et nombril, e la differenza che fa all’orecchio del lettore francofono noi la si perde. E poi ci sono quei limbi della traduzione italiana ufficiale: mi son chiesta cosa fossero prima di controllare e confermarmi che ‘sono’ il sostantivo plurale per il ‘soggiorno’ biblico che noi conosciamo al singolare. Non è in questo numero che dovremmo quindi volgere il titolo?

L’OMBELICO DEL LIMBO

Parole, forme delle frasi, direzioni interne del pensiero, reazioni semplici dell spirito, son costantemente all’inseguimento mi ritrovo all’inseguimento costante del mio essere intellettuale. (Ecco quindi che appena riesco a afferrare una forma, per imperfetta che sia, io la fisso, con il terrore di perdere tutto il pensiero.)

Formes de phrases o in realtà problemi… Ho pensato a cambiar numero anche qui, ma una pluralità di forme non è mai un caso (è la vita). E poi quel de lo balbetto, è difficile, forse di parte.

Ho anche dovuto cercare saisir, come ogni volta. Vuol dire ‘prendere vivamente’ e paradossalmente ogni volta mi sfugge.

Come il soggetto in italiano: si capisce che son io se faccio scappare la o? Forse. Ma non mi piace. Addio essere, meglio ritrovarsi.

Sul fissare ho preferito non lasciare sottintesi.

E se ritraducete all’indietro riuscire è arriver à, certo; ma il potere, qui, mi sembrava ‘inglese’…

Felicissima quando questa incertezza non viene sostituita dall’inesistenza assoluta di cui soffro alcune volte.

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Non ho più scritto. Quel poco che ho scritto l’amore e il viaggio di un Altro me l’hanno nascosto, miopi.

(Io sono una pallina rossa di quelle delle giostre per bambini nei centri commerciali: rimbalzo, galleggio, mi schiacci facilmente.)

((L’amore e il viaggio miei sono per Nizza, ma lenti.))

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Pare che questo articolo fosse rimasto una bozza, dal 3 novembre. Ve lo regalo due mesi quasi tre dopo, ripensando al Québec.

Go!

Non è un anglicismo… È un altro regalo che mi fa Westphal nell’introduzione a La géocritique : réel, fiction, espace.

Dopo l’aune e l’autoérotisme, e derechef per ancora una volta… ecco per me tout de go = direttamente e liberamente, senza preamboli, e anche il verbo gober, divorare ma… per aspirazione!

È anche possibile se gober, ma lì ci si mangia forse con gli occhi, col cuore: perché significa avere una grande opinione di sé

E infine è possibile usare goal anche per indicare il portiere, che normalement al goal si oppone! Che meraviglia le lingue…

– – – 

PS) È un giochetto che avevo iniziato a Paris: lo continuo dal Singing Goat, Sherbrooke. È il loro Petit Robert del 2001 che ho fotografato, e pure dimenticando la parola di oggi 😀

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Il porfido dovrebbe comparire in tutte le poesie scritte da oggi in poi.

Era il titolo di alcune pubblicazioni punk torinesi credo, la versione letteraria dei sanpietrini che vi tiriamo dietro.

Silvia il porfido su cui correvo per venire da te a bere sambuca il pomeriggio. Non ci sono foto che me lo ridicano più chiaramente di come ce l’ho al fondo degli occhi e sotto la pelle dei piedi.

Cit. triste da “Solo tu” dei Mambassa.

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