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Archive for the ‘+ sul letterario’ Category

Con un’amica si parla di noi e del mare e di Nizza e dell’azur della Côte d’Azur e a lei piace l’idea di noi vicine, di noi vicine vicino al mare. Mi scrive: 💙 vicinanza 💙 in mezzo a due cuori blu come le onde del mediterraneo francese, ed è in francese che mi viene il dubbio che la vicinanza non esista e quando controllo il dizionario me lo conferma, e allora mi chiedo (se questo non rifletta l’identità profonda di un ‘popolo’ e) come faccia un poeta a tradurla e la cerco su internet in Caproni, per trovare un testo e poi vedere come l’han tradotto.

Ma pare Caproni non abbia mai parlato di vicinanza. L’ha vissuta però, con Pasolini. E l’articolo parla anche della colleganza – che mi sembra un’altra parola bellissima – tra i poeti romani degli anni Cinquanta. E non ci avevo mai pensato al campo semantico della parola collega

E gliela attribuiscono, con Mario Pompilio: in un articolo che parla anche di verità da fare riaggallare… E con Testori su un post di CL di cui non vorrei mettere il link e che però è un bel post leale, per cui Caproni è stato appunto <<uno dei segni della possibile lealtà della poesia nei confronti dell’esistenza. Uno di quelli che ha tolto il “ma” che troppi discorsi e troppi professori solevano mettere, per dare una definizione che suonasse contemporanea, dopo il termine “poeta”. Poeta senza “ma”>>.

Io passo un brutto pomeriggio immersa in belle pagine di lingue e letterature, in un mare di inchiostro ogni onda una parola e ringrazio che mi sia venuto su quest’amore infinito per il testo scritto, non importa dove e come.

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Salut le Zahir,

J’ai commencé la lecture du livre que tu m’as envoyé et j’ai commencé avec les douleurs là où le couer joue (à) l’écho avec l’estomac, avant de lire la première page même – le poème de Kavafis et la définition de Borges de ce beau mot arabe sacré que je découvre maintenant étant assez.

J’avais envie de lire et écrire dans ta belle langue, j’en ai trouvé deux… Tes deux à toi. Les deux qui sont devenues des langues du coeur à moi aussi.

C’est en traduction que je lis. En traduction que j’écris. En traduction que je voudrais te causer – pour autant qu’on cause, et pour qu’on cause une étincelle (شَرَارَة), ou une explosion (تَفَجُّر) … linguistique (لغويّ).

Et qu’ils nous cherchent, les policiers de l’anti-amour via internet, qu’ils m’arrêtent pas! Que je reste pas…

* * 

*

**

J’écris ces mots parce que je suis presque sure que tu peux pas les lire. Je me souviens pas de t’avoir donné l’adresse de mon blog ; je crois pas tu m’as cherchée sur wordpress et, si jamais, je sens déjà – et encore – cette belle douleur entre coeur et ventre. (C’est ta place depuis longtemps et je ne voudrais pas l’écrire. Le dire, peut-être. Te voir…)

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Il libro interrotto perché non è mio, non posso sottolinearlo e allora sono perduta.

Il segnalibro-Catherine-Deneuve di Helmut Newton in mezzo 13 pagine fa, mentre là dove dovrei ricominciare a leggere c’è un foglio che ha ai lati tutte le pieghe che gli ha dato il mio letto (bello avere accanto al cuscino un buon libro che sa di fumo), sul quale ho iniziato a scrivere quel che non potevo annotare – solo che poi arrivava Pilar Ternera e tutto diventava così sesso e fumo che non ci si poteva fermare ai margini a riposare o pensarci. 

13 pagine di sesso e fumo. come questi 13 giorni in cui ho scritto così tanto, così spesso, così di carne e sigarette. Le rileggo, ricomincio, gambiarra anche se non mi sento debole affatto, il destino è un’abitudine

Da Internazionale della settimana scorsa, foto di un amico, parole del mondo

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​Sto pensando di fare un salto a Ventimiglia solo per comprare libri italiani o tradotti in italiano.

No perché qui mi resta solo più Bukowski e poi ho finito i libri…

Per spedizioni di beneficenza il mio indirizzo è Daumas Catanese Kerrache, 43 rue Dabray, 06000 Nice, France. Van bene anche poesie ricopiate a mano su cartoline, GRAZIE.

*

Post scriptum : No, la biblioteca non è un’opzione.  Perche io i miei libri li tratto tipo così :

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Ho un’amica che alla fine di ogni libro lo commenta per iscritto. Ho provato a farlo, ho preso un foglio di quaderno di quelli a buchi della scuola per l’occasione, per Il grande amico Maulnes (Alain-Fournier, versione di Giuliano Gramigna) ma ancora niente. È che sottolineo tanto ultimamente e sopra quelle righe per metà ci sono io, il resto è bellezza o stupore.

Solo che ora sto leggendo Artaud, me lo porto nei bar ai concerti, e tutto quel francese non lo voglio lasciare alla matita incerta di questi giorni. Così ho pensato di tornare a tradurre e tenere traccia di questo esercizio, e della mia lettura. Voilà [grassetti e punteggiature a volte miei; femminili]:

L’OMBILIC DES LIMBES

Mi sembra strano ma non ho quasi fatto caso al titolo quando ho preso il libro. La mia attenzione era forse tutta per tutta la libreria, per Irene e per i nostri garofani, per la nostra rivoluzionaria pausa di serenità.

È un esercizio di traduzione à part entière… Perché in italiano abbiamo solo ombelico, ma il francese ha ombilic et nombril, e la differenza che fa all’orecchio del lettore francofono noi la si perde. E poi ci sono quei limbi della traduzione italiana ufficiale: mi son chiesta cosa fossero prima di controllare e confermarmi che ‘sono’ il sostantivo plurale per il ‘soggiorno’ biblico che noi conosciamo al singolare. Non è in questo numero che dovremmo quindi volgere il titolo?

L’OMBELICO DEL LIMBO

Parole, forme delle frasi, direzioni interne del pensiero, reazioni semplici dell spirito, son costantemente all’inseguimento mi ritrovo all’inseguimento costante del mio essere intellettuale. (Ecco quindi che appena riesco a afferrare una forma, per imperfetta che sia, io la fisso, con il terrore di perdere tutto il pensiero.)

Formes de phrases o in realtà problemi… Ho pensato a cambiar numero anche qui, ma una pluralità di forme non è mai un caso (è la vita). E poi quel de lo balbetto, è difficile, forse di parte.

Ho anche dovuto cercare saisir, come ogni volta. Vuol dire ‘prendere vivamente’ e paradossalmente ogni volta mi sfugge.

Come il soggetto in italiano: si capisce che son io se faccio scappare la o? Forse. Ma non mi piace. Addio essere, meglio ritrovarsi.

Sul fissare ho preferito non lasciare sottintesi.

E se ritraducete all’indietro riuscire è arriver à, certo; ma il potere, qui, mi sembrava ‘inglese’…

Felicissima quando questa incertezza non viene sostituita dall’inesistenza assoluta di cui soffro alcune volte.

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Non ho più scritto. Quel poco che ho scritto l’amore e il viaggio di un Altro me l’hanno nascosto, miopi.

(Io sono una pallina rossa di quelle delle giostre per bambini nei centri commerciali: rimbalzo, galleggio, mi schiacci facilmente.)

((L’amore e il viaggio miei sono per Nizza, ma lenti.))

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Pare che questo articolo fosse rimasto una bozza, dal 3 novembre. Ve lo regalo due mesi quasi tre dopo, ripensando al Québec.

Go!

Non è un anglicismo… È un altro regalo che mi fa Westphal nell’introduzione a La géocritique : réel, fiction, espace.

Dopo l’aune e l’autoérotisme, e derechef per ancora una volta… ecco per me tout de go = direttamente e liberamente, senza preamboli, e anche il verbo gober, divorare ma… per aspirazione!

È anche possibile se gober, ma lì ci si mangia forse con gli occhi, col cuore: perché significa avere una grande opinione di sé

E infine è possibile usare goal anche per indicare il portiere, che normalement al goal si oppone! Che meraviglia le lingue…

– – – 

PS) È un giochetto che avevo iniziato a Paris: lo continuo dal Singing Goat, Sherbrooke. È il loro Petit Robert del 2001 che ho fotografato, e pure dimenticando la parola di oggi 😀

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Il porfido dovrebbe comparire in tutte le poesie scritte da oggi in poi.

Era il titolo di alcune pubblicazioni punk torinesi credo, la versione letteraria dei sanpietrini che vi tiriamo dietro.

Silvia il porfido su cui correvo per venire da te a bere sambuca il pomeriggio. Non ci sono foto che me lo ridicano più chiaramente di come ce l’ho al fondo degli occhi e sotto la pelle dei piedi.

Cit. triste da “Solo tu” dei Mambassa.

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Legge

 

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Mi piace questa cosa che nelle biografie delle scrittrici e degli scrittori viene indicato anche cosa hanno letto. Non solo cosa hanno scritto.

Tipo…

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…un libro in cui le ombre ingombrano e cumulano, ridestano anche i venti. E le bottiglie

stanno nere sulla tovaglia, nel disordine del pranzo finito

         –

[sempre Buzzati, Il deserto dei tartari]

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Quando riesci a dare in sei parole la colpa alle montagne di esistere.

Dell’italia mi manca letteratura. Prima ancora della pizza, quando torno voglio un libro.

[E quel coso malamente fotocopiato è Dino Buzzati, “Il deserto dei tartari”]

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La nostra storia dal vocabolario ristretto in cui è necessario -quando non ci capiamo- davvero “credersi sulla parola”: credere che le hai attribuito un certo peso e significato, e annotare a mano sotto le voci ogni accezione personale.

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Cercavo l’aune sul Petit Robert del 2011 e ho trovato l’autoérotisme 

c’est-à-dire l’erotismo la cui sorgente [non à un calco, ma un rimando all’esplosione di liquidi] è all’interno del soggetto stesso, e non all’interno di una relazione in cui si è oggetto. 

Non sono contenta della mia traduzione, ma sono contenta di avere dei brividi per la parola oggetto, anche se è vero che c’è sempre una direzione nell’erotismo, o meglio due. Mi dico che lo scopo di ogni relazione erotica potrebbe essere cercare di restare due (o più) soggetti, io desiderante, tu desiderante e non solo desiderata/o… o magari farsi entrambi: desiderio!

– – – 

PS) È un giochetto che avevo iniziato a Paris: lo continuo dal Singing Goat, Sherbrooke. È il loro Petit Robert del 2001 che ho fotografato, e pure dimenticando la parola di oggi 😀

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​Nuova citazione della serie , questa volta in francese. Può darsi tradurrò, prima o poi. Letto a inizio settembre, e se ci metto corsivi o grassetti son miei.

Pourquoi continuer à écrire et quoi encore? Pourquois tracer des courbes sur le papier quand je meurs de sortir, de marcher au hazard, de courir vers la femme que j’aime…?

J’écris à perte. Mais je mens, car depuis quelques minutes je sais bien que je gagne quelque chose à ce jeu, je gagne du temps : un temps mort que je couvre de biffures et de phonèmes, que j’emplis de syllabes et de hurlements, que je charge à bloc de tous mes atomes avoués, multiples d’une totalité qu’ils n’égaliseront jamais… ce temps que je passe à m’épeler.

Je me jette de la poudre de mots pleins les yeux.

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(RI-ritradurre) poesie di Bukowski a colazione

Stavo rileggendo questo mio vecchio post. C’era cattivo tempo, ero di cattivo umore, leggevo cattive poesie (o poesie cattive: la prima forse a Bukowski piacerebbe la seconda certo no)… 

Mania di chi traduce: rileggersi sapendo che non sarà soddisfatto/a di quello che vede. Fa parte del gioco e mi piace. Ma nella mia traduzione c’è un passo che davvero non mi va giù… e non mi andava di correggerlo là. 

Lo rifaccio qui [le note c’erano quasi tutte già allora, ma la 2 è relativa al passo incriminato e anche alla 3 ho aggiunto qualcosa; la 5 è nuova e la vecchia 5 è diventata 6 -ma dai?!-]

Tratto da “La canzone dei folli” di Charles Bukowski, che io possiedo nella traduzione di Enrico Franceschini, seconda parte:

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Ti ho invitato a un convegno di linguistica davvero interessante. [Forse mi serve per la tesi, se non mi fossi fatta il caffè e non avessi aperto le finestre al sole ricorderei anche gli appunti che ho preso – tanti come sempre.]

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quando scrivevo non sapevo che stavo arrivando a un ponte anch’io (io Drogo voglio dire) e che si sarebbe riprodotta quella scena di Márai ma tra i monti, senza l’acqua a portarsi via l’imbarazzo, i fruscii minori, i battiti forti che accompagnano ogni ritrovamento (chissà se Drogo trova o ritrova Ortiz, se pensano a Don Chisciotte e Sancho Panza almeno di sfuggita, nella punta di un sorrisetto, chissà com’è la fortezza com’è questo libro come sarebbe bello volere ancora tradurre e sentire che leggendo Buzzati sto imparando a scrivere!)

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È un libro denso e complesso (non difficile come Márai, che ti colpiva come le costole di Judit Aldozò sul cuore di lui, su quel ponte, ma complesso come i complessi musicali o di edifici, incastrato di elementi portanti) e mi lusinga l’idea che quell’uomo saggio, lettore per un vita, al centro di riabilitazione, me lo avesse consigliato.
Ci sono frasi che – non te ne accorgi – cominciano su per una strada e finiscono metri e pagine dopo: eppure in mezzo ci sono tutti i punti che devono esserci, le virgole, le maiuscole (e l’ombra accumulata, ingombrante). Se non stai attenta la loro interruzione, la loro ripresa, ti sfila a fianco e perdi una traccia. [E se fosse fondamentale per il viaggio, come illuminare le cataste d’ombre?]

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“Dall’ombra accumulata ai piedi delle mura sorse allora un uomo…”

La mia lingua che fa accumulare le ombre come se potessero rotolare, come se fosse una collezione, o cataste di roba da sistemare domani (finché il sole, già sorto, resta dietro le montagne)
(dove “le ombre ingombrano le rientranze, impedendo di distinguere bene”)

Sto leggendo Dino Buzzati, Il deserto dei tartari

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Nuova citazione della serie.

Ogni tot mi chiedo chi sono e, non sapendo rispondere, almeno se sto andando nella direzione giusta per scoprirlo; oppure, ovviamente, se scoprirlo è davvero importante.

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Lasciavo da tradurre FLAMBOYANT ma ci provavo: (altro…)

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Tratto da Prochain episode, Hubert Aquin. Segue una mia traduzione più sotto.

Il n’y a plus rien d’autre de certain que ta bouche chaude et humide, et que ton corps merveilleux que je réinvente à chaque instant, avec moins de précision et plus de fureur. Je fais le décompte des jours à vivre sans toi et des chances de te retrouver quand j’aurai perdu tout ce temps : comment faire pour ne pas douter?

[Je perds la notion du temps amoureux et la conscience même de ma fuite lente, car je n’ai pas de point de repère qui me permette de mesurer ma vitesse.]

J’ai déjà passé vingt-deux jours loin de ton corps flamboyant.

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Mi è successa una cosa bella.

Che mentre imparavo a giocolare (quindi due cose belle) mi scappavan le parole in italiano, e anche parlando ai gatti, e ho pensato (prima volta nella mia vita) che è una lingua molto bella e anche insegnarla mi piacerebbe.

* * *

Nella foto non sono io.

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Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.

(O scrivo per essere riconosciuta e da chi, sempre incontrollabile, non ricattabile?)

La citazione fa parte di una serie. È di Fabrizio De André, Sotto le ciglia chissà, non ancora letto. Ma c’era questo articolo una sera di aprile o di maggio ad avvolgermi le tazzine della felicità. E c’è questo titolo, anche, al mio diario di mesi… (31 gennaio 2016 – giugno)

La cosa buffa è che programmo l’articolo per fine agosto, quando sono già in Canada. Che titolo ha il mio diario, ora?

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L’ho già detto che sono a Parigi?

E niente, mi sorprendo a rispondermi “il est qua” cercando il pc, e adoro il modo in cui le lingue cominciano a mischiarsi nella mia testa!

* * *

[Scritto il 23/08/2016, secondo giorno a Parigi, Canada -1, QUI il resto delle mie avventure parigine e canadesi…]

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Un’altra serie.

È così bello e facile stare meglio creando piccoli rituali legati alle cose che ci piacciono di più!

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Sono partita per Paris da cui partirò per il Québec. Non ho potuto portare con me i miei dizionari, le mie parole.

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Ma in questo appartamento pieno di libri e filosofie ho trovato un Larousse tascabile Français-Anglais e ho cominciato aprendo guarda caso su

LEA, langues  étrangères appliquées  (facile), leader e leadership  (pure) e finalmente leccare:

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Non contenta, volendo fare la prova all’indietro, cercando e non trovando wash up ho scoperto che il washout inglese è il fiasco (!) francese, sono capitata su roast-beef scritto rosbif e su nightie (pronunciato con -i- finale) per chemise de nuit.

Insomma, con questo gioco mi son fatta già prendere la mano…

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Continua la serie Una citazione al giorno; continua Eliot, da qui e prima ancora da qui, ma questa volta è la “Lecture I [Toward a Definition of Metaphysical Poetry]” di The Turnbull Lectures:

What we have to do, in the end, is to impose a meaning, rather than to discover it.

Ha a che fare anche con il concetto di “corruzione” di Gian Maria?

A voi cosa dice?

***

Letto a inizio giugno 2016

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E come foto scelgo questa perché ho cercato il significato di “człowiek” e sono capitata su un articolo che avevo già letto, che calza a pennello.

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ai margini de La donna giusta (o meglio Az igazi) di Sándor Márai – traduzione di Laura Sgariotto e Krisztina Sándor.

Il mio diario di questi giorni cercatelo lì…

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Continua la serie Una citazione al giorno; continua Eliot, da qui:

When a subject matter is in its nature vague, clarity should consist, not in making it so clear as to be unrecognisible, but in recognising the vagueness, where it begins and ends and the causes of its necessity

e mi chiedo se forse è di traduzione che si parla, del fatto che il testo non ci dirà mai tutto, non ci dirà mai abbastanza, e chi traduce lo deve riconoscere, e renderlo senza scioglierne il mistero.

***

Letto a inizio giugno 2016

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La prima della serie Una citazione al giorno:

One must always be as exact and clear as one can – as clear as one’s subject matter permits. And when one’s subject matter is litterature, clarity beyond a certain point becomes falsification.

Tratto da qui:

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Letto a inizio giugno 2016 a Boccadasse in un giorno di poco sole, ed era la “Lecture I {Introduction: On the Definition of Metaphysical Poetry}”

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Nello stesso cinema di Voyage en Barbarie – Under the skin, ho visto I ricordi del fiume sulla mia amata odiosa Torino, che diventa stretta, borghese, turistica, gentrificata, vetrina, comfort e che ne so.

Oddio, dire che è su Torino è sbagliato.

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Novembre Décembre

Scrivo la data in cui inizio a- e poi quella in cui finisco di- leggere un libro. Nelle prime e poi nelle ultime pagine. Al momento, ho tanti libri datati in copertina e vuoti in quarta. Ma piano piano farò posto a tutti sul cuscino nella notte e nella borsa per il giorno e troverò il mio modo di vivere e leggere le cose che ho lasciato in sospeso… (altro…)

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Avalanche protection at the Grand Chavalard

Per scrivere devo proteggermi, perché scrivere significa dimenticare.

Parole di Jhumpa Lahiri, di cui ho già scritto qui.

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Due articoli belli letti durante questo fine settimana brutto, entrambi di Jhumpa Lahiri – conosciuta su Internazionale e amata da subito:

Uno è in inglese, la traduzione di un pezzo scritto in italiano:

EXILE

L’altro si intitola

I MIEI ESAMI DI ITALIANO NON FINISCONO MAI

i miei esami di italiano non finiscono mai

Prima o poi, quando avrò tempo, quando questo momento brutto sarà passato o sarà peggiorato ancora, leggerò anche questo saggio. E comprerò IN ALTRE PAROLE.

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Che tristezza la gioia che provo quando finisco un libro, mentre lo ripongo in libreria, una delle tante in casa, scegliendogli un posto e fissando al tempo stesso il vuoto che ha lasciato accanto al letto. (altro…)

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Niente London @LanguageShow, un po’ di @BOOKCITYMILANO

con tutti i suoi difetti, questa foto mi piace tanto, e mi ricorda un bel weekend, a raccontarsi nell'orecchio storie in francese prima di addormentarsi

con tutti i suoi difetti, questa foto mi piace tanto, e mi ricorda un bel weekend, a raccontarsi nell’orecchio storie in francese prima di addormentarsi

Come dicevo, ho ricominciato a insegnare. Perciò, questo fine settimana, niente Language Show Live a Londra. Però, però… Quasi quasi… Potrei andare il prossimo al BookCity a Milano! Dai dai dai! Cominciamo a sognare: (altro…)

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Sinuoso. - O sincretismo brasileiro, fonte de riqueza para descobrir o sinuoso da historia, da fé e de um povo que afirma no meio de desigualdades injustas, sua alegria e esperança.

C’è un’altra cosa che mi ha colpito, quando ho letto Roland Barthes a colazione, e che venerdì non ho scritto. Non è propriamente una cosa: è una parola. Accade all’inizio dell’intervista:

tutto il suo lavoro è attraversato dall’interesse ai mezzi di comunicazione di massa…

«Sì, ma un interesse ambiguo. Il mio vero interesse costante è stato per la scrittura, la pratica letteraria, che implica una maggior sinuosità…». Se c’era una parola che avrebbe riassunto tutto, ecco, l’ha detta: «sinuosità»

L’ho mai detto che mi impiglio nelle parole? Questa volta è un impigliarsi bello, come quando cammino trasognata, troppo, e mi inciampo ma non cado e rido.

Sinuosità…

Una scrittura e una letteratura sinuose cosa sono? Come strade, strade di montagna, strade sterrate, o collinari, o che ti portano al mare, ti portano in altrovi migliori comunque.

Ed etimologicamente?

Sono caratterizzate da un seguito di seni, mi suggerisce l’amato Aldo Gabrielli, e mi sembra una definizione perfetta per il Roland Barthes che parla di desiderio, che scrive tradotto da Renzo Guidieri Frammenti di un discorso amoroso.

Ai frammenti (uno e due) che ho già amato aggiungo i SENI della SINUOSITA’ di oggi: immagino i corpi della scrittura e della letteratura: rotondi, percorsi, leggibili al tocco, evidenti, reali, o (di)segni…

 

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Forse si era già capito che in quanto a colazioni ho gusti strani. Questa mattina yoghurt di soia ai cereali, frutta secca, cioccolato, semi vari… e un’intervista a Roland Barthes pubblicata nel 2014 e ripubblicata oggi su Le parole e le cose.

Potessi, la ricopierei qui. Citarla a pezzetti mi sembra crudele, ma devo provarci (e poi le interviste son sempre composizioni di pezzetti di vita e pensieri di qualcuno, ma se chi intervista è bravo hanno la forma di vere conversazioni, ed è questo il caso)…

"politica e distanza, linguaggio"

“politica e distanza, linguaggio”

 

Subito mi parla perché quest’anno ho deciso di iniziare il mio quaderno così, “con politica e distanza, linguaggio“. (altro…)

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[ wellness prison ]

Cammino nuda e ferita nel freddo del 16 agosto, con pensieri di rabbie e di fughe, e libri che non riesco a leggere.

>>Perché mi impiglio nelle parole, Elisio, avevi ragione, ma non in quel modo che – dici – fa innamorare le donne:

Luna impigliata

io oggi boccheggio un po’ e questi due punti li odio,, vorrei ci fosse qualcun@ nella mia vita a cui non servisse dare: spiegazioni.

– – –

Elle était traductrice et voyageuse. Quando non traduceva, viaggiava; quando non viaggiava, traduceva. Più spesso che poteva, viaggiava e traduceva e scriveva di traduzione (su questo blog) e viaggi (su un altro blog)… 

Le fotola prima l’ho trovata qui; la seconda l’ho modificata a partire da qui e nel farlo ho notato cosa c’è davvero a impigliare la luna, andando oltre al nero che vedo sul mio monitor a risoluzione sbagliata…; la terza è qui, e ci potete arrivare anche cliccandoci su.
Di questo blog in (continuo) cambiamento: puoi ricevere gli articoli via mail seguendo le istruzioni in alto a destra (o in basso al centro se leggi questo blog da smartphone)…
Qualcosa resta impigliato (e ci salva?)

Qualcosa resta impigliato (e ci salva?)

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Alle 4 finiscono gli esercizi di riabilitazione in palestra e in quest’ora di tempo che ho vado a prendermi uno spicchio di sole al tavolino del bar, le parole di De Gregori a far da meridiana (“è quasi casa, è quasi amore”) e le parole nuove mie e di Patrick e sua zia Mame* da leggere assieme al caffè…

[*nella traduzione di Matteo Codignola]

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– il ronzio incessante del ventilatore

– la voglia d’amore

– la voglia di musica

l’idea di uscire a un certo punto della giornata a leggere un libro in un parco

– la voglia di leggere

– il sorriso

– la fame

🙂

The catcher in the rye (1 $, libreria dell'usato di Flushing Avenue, Bushwick, NYC)

The catcher in the rye (1 $, libreria dell’usato di Flushing Avenue, Bushwick, NYC)

– – –

Di New York scrivo molto di più sul mio blog https://goingaroundworlds.wordpress.com

Per altri articoli segui questo o quel blog via mail seguendo le istruzioni in alto a destra (o in basso al centro se mi leggi da uno smartphone)

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e ora è usato.

Sono andata a leggerlo nel parco subito averlo comprato (ieri), canticchiando con una birra e i taralli del Negozio Leggero che ha aperto anche a Bra. È un titolo che mi porto dietro da New York, consigliatomi dalla ragazza con cui ho condiviso l’ospitalità del mio terzo couchsurfer e una settimana passata nei prati, nelle librerie femministe, e in definitiva a leggere “fucking books all damn day” [come recita la mia borsetta nuova :)]

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ho scelto tra due libri

Oggi ho scelto tra due libri uguali,, stesso titolo stessa edizione stesso autore stesso traduttore* stesso prezzo stessa bancarella di via Po a Torino,, basandomi sul loro profumo

(e ovviamente scegliendo il più “vecchio”, il più vissuTo, il più sporco, il più: LETTO…)

– – –

*il libro è a cura di Matteo Codignola

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La rayuela Appena lui le amalava il noema, a lei sopraggiungeva la clamise e cadevano in idromorrie, in selvaggi ambani, in sossali esasperanti. (altro…)

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imperfetti frammenti di un discorso amoroso in perfetti silenzi

Piccolo resoconto di una piccola lezione di scuola in una piccola città*

*Dedicato a quelli/e de LA LINGUA BATTE.

C’è un gruppo facebook che mi tiene incollata allo smartphone anche quando non dovrei, su cui leggo e scrivo di Lingua, parole, opere e traduzioni. Si chiama “LA LINGUA BATTE”, come il programma radio condotto da Giuseppe Antonelli, a cura di Cristina Faloci, che è

una sorta di osservatorio sullo stato e sull’evoluzione della lingua italiana nei suoi vari aspetti.

C’è una classe di venti élèves a cui insegno francese e da cui imparo piemontese, albanese e marocchino.

A loro (élèves) devo spiegare il tempo imperfetto e a loro (Linguabattenti) chiedo perché si chiama così. (altro…)

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Bukowski Lives

(ritradurre) poesie di Bukowski a colazione

Il tempo che va a peggiorare di nuovo, l’umore con lui. Quindi accanto al caffè e al tazzone di frutta e semi e soia questa mattina ho “La canzone dei folli” di Charles Bukowski, nella traduzione di Enrico Franceschini.

Non adoro il Bukowski poeta, anche se sono cosciente della novità che rappresenta rispetto ad altra poesia… Per ciò, sfoglio il libro fucsia distrattamente. E capito sul titolo della seconda parte (la perfezione fatta titolo): (altro…)

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Nella bulimia reticolare che mi affligge, che mi fa comparire e scomparire su facebook, andare e venire da twitter, che mi iscrive a diecicento mailing list e blog… alcune letture restano piaceri sinceri e ispirazioni:

– svariate idee d’amore e d’ingiustizia (violentafiducia) e
– esercizi di traduzione, abbozzo di scrittura, pensieri (serenissima).

È qui che conosco Pierluigi Cappello (conoscere nel senso di incontrare e incontrare la prima volta, quanta presunzione!) ed è da quest’erba che parto scalza per arrivare

in campagna, quando la luce è calva come un sasso di fiume

e si parla del colore delle scapigliature di erbe lunghe e di terra e rami e neve e fogli e commozione…

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Day 336

Sole caldo fuori dalla finestra, io qui con le tracce del rossetto rosso di questa mattina davanti al computer a tradurre, e mi sento un po’ sola. E parlo da sola e nemmeno ad alta voce: lascio che a dialogare tra me e me e con me e per me siano le parole su Word a sinistra e la finestra dei commenti a destra.

Tre finestre (casa, testo, destra), due luci (sole, schermo), un’io (sola)… Pronta, resto qui, via!

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Sara

e non è perché oggi si festeggiano sanvalentino e santavalentina, la coppia in tutta la sua stucchevole stupidità;

è perché l’altra notte alle tre, dopo tre sansimone e aver visto tre e più amiche, tre ore di sonno a disposizione per ripensarci sorridendo e riposarmi per la scuola, tu mi hai parlato di fare l’amore con quella donna con cui stavi o stai o starai leggendo dei libri, leggendo dei libri durante, eccitandosi di un doppio amore in cui non fatico a immedesimarmi anch’io, che leggerei: (altro…)

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Erano le vacanze di natale. (Le ultime, quasi un anno fa.) Mi riposavo dopo la fine del master e dello stage, in attesa dell’inizio del lavoro. Volevo partire, non sapevo per dove. Volevo viaggiare, e non avevo soldi. Ero stanca, di quella stanchezza di cui ho già parlato che credevo sintomo e invece era cura, come avrei capito in seguito. Mi riproponevo di fare a computer grandi cose: sistemare gli appunti delle lezioni, iniziare i report di alcuni incontri e convegni a cui avevo partecipato, continuare a parlare della LIS, continuare a studiarla. Ma i miei occhi si rifiutavano.

Per questo, a un certo punto, ho scritto due o tre articoli a mano. (altro…)

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a Milano Stelle

Il 2015 è appena iniziato, tempo di oroscopi. A me continua a piacere soprattutto quello di Foucault, e se poi è minimamente letterario…:

Ricordate il vecchio Dante Alighieri? Avete mai fatto caso che ogni Canto conclusivo della Divina Commedia, si chiude con la parola stelle? (Inferno: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”; Purgatorio: “Puro e disposto a salire alle stelle”; Paradiso: “L’Amor che move il sole e l’altre stelle”). Le stelle (e i pianeti) servono a camminare a testa alta, a respirare nella notte e a far luce nel buio. Scriveva una donna intelligente e affascinante, Lou Andras Salomè: “Noi amiamo sempre una stella irraggiungibile (…)”. Ecco, amate sempre e mettetevi in cammino, c’è strada da fare nell’anno che viene.

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traduzione di

Mio padre ieri sera porta a casa cattive notizie e La stampa del 29 novembre e io apro a caso: c’è l’inserto TuttoLibri.

Affamata di distrazione lo leggo tutto, tutto, e sorrido ogni nuova recensione (non i trafiletti): (altro…)

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le pagine e pagine e pagine e pagine e pagine di prefazioni introduzioni premesse biografie e bibliografie prima del libro! Ma dove inizia? Perché non me lo vuoi far leggere? Perché privarmi della gioia di aprirlo ed eccomi, sono già in viaggio?

Al limite, posso perdonare le “Note del traduttore”. Quelle mi piace tanto leggerle, ma alla fine: per vedere se sono riuscita a anticipare di cosa parleranno.

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The Unbearable Lightness of Being

Ci sono ai giorni d’oggi intrusioni, invasioni, sovrapposizioni inevitabili tra me e il libro che leggo. (Violazioni se vogliamo, nel senso di colorazioni: transitivo…) (altro…)

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love letters

Facciamo così. Diciamoci che quella tra me e te è la storia d’amore più platonico io abbia mai avuto (“amore platonico” è diverso da “tutte le mie fantasie e i miei viaggi su qualcuno/a che non ha per me né viaggi né fantasia”: è nel senso comune un amore a distanza e non fisico). Diciamoci pure, se vuoi, che è colpa mia (e poiché non è un blog d’amore né di sesso il perché lo sappiamo io e te). Diciamoci un sacco di cose e il punto è questo: diciamoci. Parliamoci ti prego, scriviamoci ancora. Sei l’unica persona con cui mi impiglio a scrivere così bene e mi piace così tanto.

Vorrei dirti: non mi frega di rivederti, che mi chiami, che mi inviti, ma scrivimi. Ché un gioco così io ce l’ho solo con te, e poi ci sono due mail e un bigliettino con quell’altro ma non è amore nemmeno platonico, solo gioco, ed è in francese e molto bello ma molto diverso: è approfittarsi di tutti quei silenzi che il francese scrive ovunque (le -s, le -e…) e quelle espansioni dalla letterarietà del segno (i dittonghi lunghissimi con pronunce brevissime) e delle liaisons (legami) tra le parole per scrivere frasi italiane con grafie francesi, tipo

As paix tôt ou n’a tout à riz se poste ah !

Ce paire aux dinos!

Facciamo così io e te, invece. Niente lettere silenziose (che non sono inutili ma usabili appunto in diversi modi), niente sforzi. Solo le storie che inventiamo così facilmente e la poesia che viene fuori a raccontarle (le nostre storie in sé non sono poetiche affatto)… Storie platoniche senza simposio e con ben poco iperuranio: scriviamole!

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In una lingua diventi indipendente, nell’altra sei stata bambina… Lo scrive Giuseppe Manuel Brescia nel commento a questo suo articolo. Che non potevo non ribloggare… Grazie.

Smuggled Words

Qualche giorno fa un post su The Translation Guymi ha fatto pensare a come passare da una lingua all’altra cambi la nostra personalità. Ho sempre sostenuto che una mente poliglotta ha il vantaggio di avere a disposizione diversi sistemi per ordinare  la realtà, e di conseguenza è in grado di integrare diverse visioni del mondo e di superare i limiti imposti da ognuna di esse. Sì, imparare altre lingue ci rende più intelligenti.

Ma dal punto di vista pratico persino un Hans Landa sarà costretto a passare da una lingua all’altra, usandone una per volta. Cosa succede a quel punto? Vi è mai capitato di notare un drammatico cambiamento di personalità? Non vi preoccupate, non si tratta di pregiudizi. Capita a tutti, succede davvero, e non è per nulla sorprendente. Questo articolo rivela che

I ricercatori hanno osservato che i soggetti bilingui (spagnolo-inglese) sono più sicuri di sé…

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giocarsi

A sera,

giocarsi un solitario con la stessa precisione con cui nelle carte si potrebbe leggere il proprio futuro.

La scorsa mattina a letto ho finito due libri iniziati tempo fa, sulle radici, su Torino*. Mi ha colpito che in entrambi la parola finale fosse: . Ho sorriso, mi sono alzata, e dal terrazzo ho detto al sole incerto: (altro…)

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(violare) Burano

La scorsa settimana sono stata all’ex Ospedale Psichiatrico di Genova in occasione di Quarto Pianeta 2014, ma più che seguire le performance in programma mi sono persa (scusate) tra le mostre e le stanze e le persone di questo edificio gigantesco, assurdo, queer, denso….. (altro…)

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in/finito

Mi piace quando nei libri, trovo me invece dell’altro/a.

[Mi capita sempre, quando è il libro giusto. Lo vedo, mi chiama, lo sfoglio, mi specchio, chiudo e acquisto. Se sono a casa ed è la mia libreria che ho davanti, vale la stessa cosa. Mi ritrovo e lo metto in borsa. E(ppure) mi stupisco sempre.]

Mi piace ancora di più quando i libri che scrivono di me non l’hanno fatto apposta. Per dire: una settimana fa Paolo Nori, nel primo dei Tre discorsi in anticipo e uno in ritardo, scriveva di Reggio Emilia, del ponte di Calatrava – io ci leggevo i miei pensieri sul romanzo che sto traducendo; ieri sera Michel Foucault scriveva ne La volontà di sapere (volume 1 della Storia della sessualità) sempre i miei pensieri, sul romanzo che sto traducendo e sulla traduzione in generale. (Forse su ogni libro? Forse su ogni lavoro?) Eccoli:

 

Il mio sogno sarebbe un lavoro di lungo respiro, capace di correggersi man mano che si sviluppa, aperto alle reazioni che suscita, alle congiunture che gli toccherà di incontrare, e forse ad ipotesi nuove. Lo vorrei un lavoro disperso e mutevole.

Michel Foucault, La volontà di sapere, Storia della sessualità 1,
traduzione di Pasquale Pasquino e Giovanna Procacci

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Monarch Rest

 

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0. Delle idee

Se dovessi dire come mi è sembrato questo lavoro, direi che è stato un lavoro che ha girato intorno a duce cose, un nome e un territorio. E che nessuno sa bene come mai quel nome era saltato fuori proprio quel territorio, direi se fossi arrivata alla fine del lavoro.

Invece il lavoro l’ho appena cominciato e queste cose che ho detto non le avrei potute dire, visto che non so niente.

Paolo Nori, Tre discorsi in anticipo e uno in ritardo,
“Delle voci su Calatrava” e su Reggio Emilia, e poi su
di me e sul libro che ho appena cominciato a tradurre.

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Librerie Indipendenti Genova

La mia città natale (Bra) contava quando ero adolescente tre o quattro librerie in centro. Una aveva la commessa severa e non ci andavo volentieri. Una era gestita da suore e ci andavo solo per i libri di scuola. La terza era (altro…)

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patrie

Trovo questa foto su facebook, e sento di condividerne tanto…

Vivendo in questo paese (l’Italia) che a parlar per banalità e stereotipi e visto da fuori sembra sempre caldo, e piacione, di popolo vanitoso ma che si ama anche davvero, di gente lamentosa ma che poi è affezionata;

vivendo in questo paese che ha a volte derive nazionaliste imbarazzanti, che eccede nell’uso dei possessivi;

vivendo in questo paese precario dove sulle bocche di tutti/e sta la fuga dei cervelli e su nessuna un tentativo di soluzione, un mettersi in gioco;

vivendo qui dove vivo e sono nata (altro…)

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Soffitto

 

“Esaminare”, “esplorare”… Cosa si fa coi soffitti? Perché in italiano i soffitti si fissano, ma per questa donna che si fissa su tutto e che “gaze” and “stare” everything l’autore del capitolo che costituisce la mia prova di traduzione ha finalmente scelto un altro verbo e approfondito la mania andando nello specifico (e trattandola come un fatto più che un ricordo pieno di noia o peggio di rabbia) e io non voglio fare quella superficiale, che ne parla come se fosse un altro fisso generico sguardo perso. Voglio che si capisca che in quella camera da letto è in atto anche in questo momento una serious conversation with herself. Che lei e herself stanno discutendo del soffitto. Argomentando, anche. Che si concentrano sulla decorazione. Voglio che sia chiaro tutto lo smarrimento (non necessariamente negativo, ma proprio quel momento in cui non sai cosa – : cosa dire cosa pensare cosa credere cosa hai capito di lei…) di quest’uomo che ricorda quella ed altre volte in cui si è trovato ad assistere a un dialogo (muto) del genere. Che si riesca a percepire che comunque in quel momento c’era amore. Per quella strana indecifrabile fidanzata fissata e assente.

Chiedo aiuto alla rete e al Gabrielli, poi continuo a tradurre.

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Robert Ward Tour

C’era uno scrittore americano a raccontarci di quella volta che gli hanno offerto di ubriacarsi pesante, c’era la storia di un uomo che ha perso il lavoro, c’era un interprete italiano che è diventato sardo, poi milanese (alla fine da innamorata degli accenti quale sono gli ho chiesto spiegazioni ed era greco!), c’era un antropologo-lettore-autore-traduttore-scout-editore (!!!) con cui non potevo non chiacchierare. C’era una battaglia a palle di neve, e quanto suona più seria e importante invece una “snowball battle” letta in americano da chi l’ha scritta! C’era del whisky. C’erano tutti gli ingredienti per una splendida serata, un reading divertente di un libro interessante, pubblicato da una nuova promettente casa editrice –Barney Edizioni– che si occupa di

letteratura americana molto figa non ancora tradotta in Italia

E sto citando proprio Beppe, libraio della Luna’sTorta.

Quando? Due sere fa: triplo reading di Luca Ragagnin, Robert Ward e il suo traduttore-collega-eccetera(-qui è definito anche “cacciatore di pepite”) Nicola Manuppelli, con intervento della blogger Marta Ciccolari Micaldi.

Ho pensato di avvisare subito quelli di Holden & Company. Ma lo sapevano già.

Nel prossimo post riordino alcuni pensieri su scrittura e traduzione…

 

Post Scriptum_ Il titolo del post è rubato proprio alla rubrica di Holden & Company. Ci avevo pensato un po’ a come introdurre le sensazioni di quella sera. E però è proprio di questo che si è trattato, infine: di sedere al tavolo di una libreria-torteria con un’amica che ride forte, e approva quando Robert Ward dice che le cose disperate hanno spesso conseguenze disperate, e con lei parlare della pronuncia statunitense dell’inglese, di quanto sa di vita, di quanto sa di America.

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Stamps

Leggo quasi sempre in italiano. O almeno, se ho l’originale: anche in italiano. Ho tantissimi libri in inglese, francese, e non li scelgo mai – nemmeno Le Petit Prince che è corto corto e facile e suggestivo.

Un giorno di tanti anni fa (altro…)

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[Doveva essere un post, ne son venuti fuori di più… Ne sto pubblicando uno ogni due giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno. Questa è la terza puntata. La prima puntata con introduzione ben fatta è qui, la seconda puntata è qui, la quarta sarà qui]

Chiudevo il post precedente con due battute sulle persone razziste e su quelle monogame… A proposito di monogamia: “poligamia“.

certificato adozione lemma POLIGAMIA

Questa parola finalmente non mi dispiace. Si tratta di una delle parole adottabili per #AdottaUnaParola, iniziativa (altro…)

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[Doveva essere un post, ne son venuti fuori di più… Ne sto pubblicando uno ogni due giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno. Questa è la seconda puntata. La prima puntata con introduzione ben fatta è qui, la terza puntata sarà qui, la quarta qui]

 

Giacché parlando di “femminicidio” ho citato “le donne” e le donne come le vedono “loro”, passo a una parola entrata in auge solo recentemente e che riguarda (scontrandovisi? ma non mi piace comunque) l’idea di “donna = mamma” che cercano di passarci a tutti i costi come necessaria e ovvia. Mi riferisco a: “baby-park” o “baby-parking“.

babypark

Sono quei luoghi in cui (altro…)

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[Doveva essere un post, ne son venuti fuori di più… Ne pubblicherò uno ogni due o tre giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno. Negli altri, i primi due paragrafi li avrete già letti… Se volete saltateli! Troverete poi la seconda puntata qui, la terza qui e la quarta qui.]

 

Fine anno. Sui social network impazzano giochini vari e moderne catenedisantantonio (che virtuali se non altro sono meno care di quelle di quando ero piccola io, quando come minimo ti venivano a costare dieci francobolli) che ti invitano in un modo o nell’altro a fare bilanci, stilare classifiche, prendere decisioni su cosa vuoi tenere e cosa vuoi cambiare, stabilire buoni propositi, inoltrare regali virtuali.

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E vado a riprendere in mano Le città invisibili, capitolo 5. Ci trovo:

“crescere in leggerezza” <– infiniti che diventano buoni propositi

crescere in leggerezza


 

Italo Calvino aveva l’abitudine di tenere sempre in tasca un foglietto piegato in quattro parti. Ogni volta che sentiva il bisogno di annotare un pensiero, una riflessione o un’idea utilizzava un quarto di quel foglietto: quando esso era zeppo di parole e non vi era più alcuno spazio lo riponeva in una cartella, e passava ad un altro.

In questo modo, per sua stessa ammissione, sono nate anno dopo anno Le città invisibili, una serie di descrizioni brevissime di città tutte inventate che si susseguono una dietro l’altra come fotografie in un album; l’autore le ha immaginate a gruppi, ogni gruppo legato da un elemento comune – la memoria, il desiderio, i segni, gli occhi, gli scambi… – e poi le ha sparpagliate e alternate tra di loro, come fossero fili di colori diversi che si intrecciano senza confondersi. Il racconto avviene attraverso…

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scrivere è la cosa più importante

tra scrivere e pubblicare…come si dice? C’è di mezzo qualcosa. Di mezzo c’è tutta la vita, lo studio, l’università, un lavoro “come si deve” da psicoterapeuta, la famiglia, i figli. Eppure quello scrivere in clima di guerra, ancora mi accompagna. Lo scrivere ha da allora il gusto della resistenza. È un’attività semiclandestina che viene svolta rubando il tempo al resto. Nascondendosi in casa mentre tutti gli altri sono usciti. Scrivere a singhiozzo, scrivere per emergenza, scrivere nervosamente. La scrittura sgorga come un torrente di montagna, tra salti, cascate e inabissamenti, ancora oggi sogno di un lago placido e fermo dove poter raccogliere le acque, ma forse quel giorno non verrà mai.

Teheran 1980, Chiara Mezzalama

Nel 1980 ha scritto un romanzo d’avventura “sul retro di un rotolo rosa dei dispacci dell’ANSA”.

Nel 2002 ha pubblicato Regina ed altre finestre, per Full Color Sound di Roma, cioè “un signore che a sue spese mi pubblicò dei racconti. Fu davvero un lavoro artigianale, mia la foto di copertina e mia la distribuzione nelle librerie del quartiere e porta a porta”.

Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Avrò Cura di Te, per la casa editrice E/O.

E la Società Italiana delle Letterate ne ha parlato qui per la rubrica “Il mio primo libro”.

Aggiunto alla lista della spesa!

 

– – –

Nota alla fotografia.

Come tutte le foto del blog, è una foto con alcuni diritti riservati ma che mi permetteva il riutilizzo e arriva da qui. Casualmente (ma anche no) la didascalia della foto in Flickr è perfetta:

Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia. Se resto qui, non scriverò mai un libro. […]
Anche lei, Lucas, scrive un libro. Su chi, su cosa, lo ignoro. Ma scrive. […]
Lucas dice:
Hai ragione, Victor. Scrivere è la cosa più importante.

Agota Kristov, La trilogia della città di K,

traduttore o traduttrice non precisato/a

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