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Archive for the ‘Traduzione a parte’ Category

Silvano, o più

Silvano mi ha detto “la mia signora..”, mi ha detto “alla mia signora, alla mia amica, piace quando canto Sinatra: è l’unica cosa che apprezza di me” e io ho chiesto “l’unica?” e l’ho guardato bene perché ero sicura che avrei trovato altre cose e non sono riuscita a ribattergliene una, i baffi gli occhi la forma del viso o del corpo, eppure ero certa ci fossero molte altre apprezzabilissime doti in quel Silvano che mi stava salvando, e mentre cercavo le parole giuste per rassicurarlo mi sono accorta che lui, già sicuro, mi stava parlando della dieta del gruppo sanguigno e spiegando che è un O più (O come o, non 0)

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mezzo giorno

Si sente alla fine del mio messaggio vocale (disperato) il vento (disgraziato) che mi porterà in braccio fino al mio bar triste. Mentre ordino un chianti ed è mezzo giorno e sto per piangere mi vedo tra decenni qui ubriaca e sfatta a ricompiere lo stesso gesto e mi prende uno sconforto infinito. Per fortuna Silvano mi guarda negli occhi e mi canta Sinatra… Mi chiede se so l’inglese, se ha sbagliato, e io vorrei abbracciarlo e dirgli che è stato perfetto, davvero, ma Paul deve chiudere e allora al posto dell’abbraccio gli offro una bonarda al volo e lui vorrebbe rivedermi stasera e cantarmi ancora (rifarmi sorridere) ma io ho una cena da preparare e un lavoro da fare in francese che mi sfianca ogni parola di più, e ci lasciamo con titoli che metterò su a pranzo e proverò a ballare nonostante la pioggia che mi tira giù, dietro alle zavorre dei miei vestiti fradici. 

Per strada mi fermo a fumare in una vetrina, con le gocce che cadono forte dentro al mio ombrello distrutto, alla mia ombra di ombrello: il ratto Pedro attraversa il vicolo che è ancora un cucciolo, io penso che queste sigarette già fatte non fanno per me, che la mia bocca è più adatta ai filtrini OCB stretti dei ragazzi del Bangladesh nei vicoli la sera. E che io stessa son più adatta a questi caruggi che alla grandezza soffocante di altre aule di università, ancora, come non avessi studiato abbastanza, insegnato abbastanza, appris. 

Uattini uazeituni: fanno bene anche alle miscredenti come me? E allora dammi due chili, due chili di fichi e olive per tenermi lo stomaco e il cuore al caldo quando sarò sola. 

Scrivo mentre Lei mi suona una canzone autunnale, e il vino mi arriva alle dita e devo correggere fiche e olivi, anche se fan caldo al cuore pure loro.

Lei smette di suonare, apro youtube, cerco wave (onda) cantata da Silvano o da Sinatra. Cucino. Scrivo. Passo questo giorno di merda

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Jawad – neve

Nelle grammatiche arabe non esiste il futuro, il futuro è solo inchallah, se dio vuole. Mi chiedo come sia far progetti, sogni, l’amore in una lingua così…

Intanto il mio vicino ha trovato un lavoro a Trento e mi manda video e traduzioni della neve che cade e io sono felice di questa amicizia che non è morta sfrattata da un ufficiale giudiziario, non si è impigliata alle mollette da bucato che se ne staranno sempre a quel davanzale e non faranno più ballare mani

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ricordi sensuali

Disfo la tela per te, Penelopemaschio chissà chi aspetti, perché so che ami rifarla

Ho ricordi sensuali dei giorni passati, ricordi a ritroso stampati nel naso sulla pelle sulla bocca nello stomaco negli occhi nella testa :

L’odore di cloro fortissimo quando apro l’acqua della doccia dopo che manco un po’ da casa e avrei bisogno di essere in piscina, andare sotto, urlare piano, soffocare dal ridere, piangere concavamente

Il freddo sulla nuca come una cuffia d’acciaio come in Québec, mentre trascino le mie valigie rotte nelle vie bene della città

La smorfia obliqua dei tuoi dolci tic e il modo in cui sento ti prendi cura di lei, che si è – semplicemente – presa cura di me

Gli occhi verdi bordati di scuro due volte nell’iride e dalle tue ciglia, quattro volte dalle tue palpebre del maghreb e le sopracciglia, curate e spesse, sei volte dalla tua fronte giovane e i riccioli neri e arabi e che mani, che mani, che mani, che dita che mani!

Due lingue e un dente, e quasi tutte le parole e cose dopo

Due donne che ballano come pazze unite solo per la testa e non dura che qualche minuto, e una esce a fumare l’altra ha la gonna di velluto petrolio sopra le cosce

Il culo del dinosauro di legno: trasparente, esposto, impudico

I bassi fortissimi e la scena iniziale della grande bellezza e noi siamo le sole a salvarsi, noi siamo la direttrice del giornale, noi siamo la nana

che beve il San Simone del re

La Gran Madre azzurra e enorme e in fondo al ponte – come è sempre stata

Il colore dell’aria mentre dici che vuoi baciarmi e gli chiedi se puoi ma io lascio stare e mi tengo stretta la voglia che hai avuto un solo istante di tornare a quindici anni fa – ché ora so davvero che siamo ancora le stesse noi di allora, e non lo so per questo nonbacio, lo so per come balbetti e ci ami a metà del vodka orange che ti abbiamo caricato troppo in cucina

Come si piega il suo viso in mille rughe da fotografare ai pescatori mentre ride come una balena ed è triste per questa deficiente che ha preso che lo rimbalza e fa rimbalzare

Il mio cortile in San Salvario giallo e zitto, ritto, mentre scrocchia giù la neve e mi emoziono e sono molto stanca e molto felice di non riuscire a dormire

(Gli stessi gusti in amore e la certezza che il prossimo ragazzo lo potremmo anche dividere, amica nuova)

La luce su Genova in inverno mentre mi chiami e parliamo di ultrà e io non lo so ancora ma mi sto perdendo la neve al mare, e – ma questo lo so benissimo – mi sto perdendo nei ricordi e nel sangue nei fumogeni nella rabbia che solo l’amore totale permette

Pruzzo e Damiani

Le formazioni del Genoa del Toro e della Fiorentina del Cinquantasei con la loro metrica di poesie mandate a memoria per piacere. Cantami o diva del pelide Achille le ire funeste e della calcioide compagine le antiche gesta…

Il suo seno così sodo da doverla disturbare per dirglielo – ma poi ridere come a negare

L’olio croccante sul pane sulla panna che non digerirò

Entrare in una trattoria nuova come entrare a casa quando casa è una doccia o una piscina e lasciarmi colare l’acqua e la vita nel collo senza badare a quanto soffrono gli ultrà del cesena, a quanto parlano i cacciatori, a quando parto un’altra volta

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da me

Scappare dal freddo correndo

Scappare dall’aria ghiaccia e umida dei carruggi e dall’odore di merda del cane della dirimpettaia

Da casa vostra non voler scappare mai

Mi ha scritto

Le puttane cantan di sotto i fatti loro mentre ogni vita va a puttane a modo suo

E questa non era mica una poesia: ogni a capo un mezzo piano di scale

Sono da me

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I gomiti appoggiati al davanzale con il freddo che mi scivola da sotto dritto nella pancia e il fumo caldo in faccia e il sole davanti agli occhi ma non dentro 

Le mani attorno alla tazzina di caffè per riscaldarci a vicenda, lascio l’indice sinistro nel manico e a guardarci da sopra sembra il cuore, il mio, con un pezzetto in meno

(Domani danno neve a Genova che sarebbe una magia magicissima esserci e invece parto)

((Ma io parto sempre quando non vorrei))

(((E questa primavera provo a andare in un inverno più inverno dell’inverno che sarà passato, in Finlandia tipo)))

((((Poi torno e mi dedico a me, visto che voi non ne siete capaci))))

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prima di

Al mattino amavi svegliarti al suono della radio e l’ho scoperto a gennaio: un giorno la messa cantata, il giorno dopo non facevo in tempo ad amare atea la mia dea Parigi, temere il ritorno, che mi colpiva il pugno all’orecchio della morte di Umberto Eco

E non ricordo se è quella volta che mi hai regalato migliaia di parole e io le ho portate al Bataclan a vedere il sangue e sé stesse per terra col gesso

Ma ricordo che la tua mattina mi ha donato una mancanza difficile da digerire, voire ingerire, rimbalzava contro il vetro arancione del balcone, ai palazzi adiacenti, contro i libri sulle strade sulle statue le stazioni le piazze, una mancanza pazza mi prendeva in una città che amo follemente più della mancanza che ho sempre di quella stessa città

Vorrei cercare i sinonimi ora per tutto quello che è successo quella e altre mattine

Vorrei quella città, vorrei Eco, vorrei mordere il telefono che mi rigira con l’85% di luminosità tutto quel che sta attorno alle parole che sono costretta a scrivere per non morire di un’altra mancanza da cui non guarisco mai, di cui so tutti i nomi senza cercarli in nessun di(zion)ario e sono propri, non certo propres, e si ripetono a volte e mi tocca distinguerli con numeretti e diminutivi e asterischi per quando un giorno non vorrò confonderli in un unico grande prima di

E perché poi? Perché affannarci a mettere spazi tra le cose e le persone quando intere odissee sono state scritte senza un punto una pausa una virgola di mare dove Ulisse potesse nascondersi e sedersi e piangere con la testa tra le mani senza essere visto, neanche dal miglior cieco del mondo

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