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Archive for the ‘Traduzione a parte’ Category

Monteu Roero

Sulla statale due metri più sotto passa un camion

e un’autostoppista bionda mi saluta con la mano.

Sparisce dalla mia vista e mi viene il dubbio che potesse trattarsi di una richiesta di aiuto, mi sporgo dal treno e vedo la bocca dell’autista che ride, e un gesto che mi dice che la conosce, forse fa un giro per campagne con la figlia come ho fatto io questa mattina con mio padre – infilati tra i rovi con le gambe nude per rubare prugne davanti al cimitero

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e oggi

Mi hai insegnato a stendermi sulla schiena, almeno per un po’, prima di raggomitolarmi sul fianco

Mi hai insegnato a scendere da sopra il campanile di Di Negro, ubriaca di piacere eppure intera, più intera che mai

Mi hai insegnato il piacere delle cose piccole e normali, che non ho saputo conservare, mi si sono rotte tra le mani e negli occhi

e oggi è un nuovo anno, un’estate triste

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Io credo che le lettere che ci si scrive nel tempo cambino di forma, messaggio e contenuto

Qui ero a Bologna, cinque anni fa, e non so da dove ho strappato i fogli, né certe idee

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sola?

Mi sento così sola

Mi sento così sola in questa città lunghissima che ho pensato addirittura di tornare indietro

ma sono io che mi son fatta il vuoto attorno.

Non ho concentrazione, dondolo da un’interpretazione all’altra come questa chiatta e dimentico che ho dietro un mondo di persone che si accorgono di me

(devo solo voltarmi)

(Ma ho il sole in faccia e c’è il rumore delle gru del porto e dei locali di carne alla griglia e mi scalda i polpacci

e tira vento e mi porta i capelli davanti agli occhi e ho un certificato in borsa che dice che ho scelto di non vedervi mai più)

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16 maggio

I quarti d’ora quintuplicati

Guardarti suonare e hai un sole nel gomito

Essere tornata triste, come prevedibile

e incerta

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Una pillola per il sole

Una pillola per il sangue

Una pillola per il cuore

Una pillola per il ferro, per batterlo finché è caldo, o storcerlo a freddo, e comunque farmi male

Una pillola per tutti gli animali che non mangio – una rinuncia buona ce l’ho, una mancanza nobile, il resto mi sembra che sto surrogando il mondo e riducendolo alla geometria curva delle relazioni tra la mia bocca il bicchiere e un cucchiaio: io sto lì, in quei dieci centimetri d’area, sospesa su una tovaglia antica

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anche se mi chiedo che cos’è il silenzio

Questi caruggi urlano

Le campane si moltiplicano e mi sembrano suonare tutte a lutto

E adesso la gente passa più volentieri per strada

ma io non voglio vederla…

E i vicini cantano

E io tengo la finestra chiusa

– – –

Titolo tratto da un post della mela sbacata, in cui mi ritrovo

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Vorrei che ci fosse un incendio…

Vorrei che questo cazzo di elicottero che ci vola in testa ad ogni ora del giorno fosse un elicottero di quelli che ne passano ogni tanto d’estate e dal mio scoglio giro il collo e vedo un filo di fumo

Vorrei che ci fosse un incendio piccolo, senza vittime e troppi danni, o vorrei che la smettessero di urlarmi nelle orecchie il loro credersi in guerra

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Da qualche settimana, mi sono innamorato

di una ragazza

che non ho mai visto in faccia

Ma da quello che fa con le mani sono sicuro

che ha un bel naso,

e una bella bocca,

e occhi buoni a cogliere i dettagli e illuminarsi

Le altre cose non lo so,

le altre cose tipo i fianchi i seni i piedi le ginocchia quelle non riesco a immaginarle

Se hanno le dimensioni di un collage astratto,

o se sono scolpite da un bisturi

e la voce?

Sono innamorato di una ragazza che non ho mai visto in faccia e che ancora non ha voce,

solo parole

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E quando finalmente andremo a camminare io mi fermerò con le spalle alla Val di Fassa e conoscerò già quelle pietre per averle ritagliate con meticolosa attenzione e averne fatto un collage surrealista

Ed è stato forse toccarle di forbici che mi ha fatta decidere, e ora voglio toccarle anche con mano, devono essere fredde e splendide e avranno un loro odore specifico che mi ricorderò a lungo e desidererò imbottigliare per spruzzarlo su questi fogli pieni di colla e speranza

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E la gestione emergenziale delle storie d’amore

Passa uno in strada che dice “Non è come quando stava da me”

Ok, ma cosa? o chi?

Giorni pieni di cose vuote

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I miei seni non grandi nelle tue mani piccole (vedersi come in un film in una città vuota in fuga dalla polizia)

Me le ricordo bene le tue mani, se ci penso le vedo nell’aria (o dentro), forse le ho capite a tavola, quando tra un piatto e l’altro ti tendevo la sinistra e tu mi davi la destra, e mi massaggiavi d’istinto quei punti che dice la medicina cinese – e non era la stessa cosa toccarci di fronte, come all’ostaia

Ricordo che mi piaceva il mio gesto, non lo facevo per quello!, ma lo facevo e poi tu rispondevi e io pensavo Che bello! e ti imparavo le mani, e vorrei vederle adesso che le lavi forte cento volte al giorno e sentirci su la quarantena già passata, la quarantena da passare, lontani

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Ed è questo che fa (da sempre?) la gioventù: si riprende i ruderi di cui noi non sappiamo che fare, non ha paura a sfondare le porte di legno sprangate, a salire le scale a fianco ai ratti, a sporgersi dalla torre più alta di Villa *** e ballare, anche se noi non sentiamo la musica.

Si riprende le spiagge private dopo l’esproprio della mareggiata: trova comode le poltrone sfondate e fuma sui tavolini pieni di sabbia, appoggia i piedi sulle assi divelte e non si cura dei buchi nei tetti – ci fa le docce nei giorni di nuova pioggia.

Guarderò con occhi che ridono a tutti loro quando potrò ri-incontrarli. Magari chiederò con aria complice un po’ di posto su quella balaustra marcia sopra gli scogli, me lo daranno controvoglia come si danno controvoglia le cose alle persone adulte, non me la prenderò.

Mi chiedo come e quando e dove tornerò a ballare. Vorrei fosse già ora, qui nelle uniche due stanze che ho – che differenza fa con la Rampetta? C’è lo stesso odore di chiuso, se apro la finestra entra il fumo dei vicini, semplicemente non gira altra roba, ma posso girare io fortissimo come giravo e non ho mai sbattuto in nessun tavolino, in nessuna gamba, nessuna banconota nessun naso nessuno sguardo. Non dovrò nemmeno bere quell’acqua putrida che mi ha servito ghignando il socio di Pascal…

(Ci sono giorni che i ricordi fanno meno male di altri, e diventano quasi progetti)

*** il nome della Villa è stato censurato, per salvaguardare la possibilità che nuovi giovani la scoprano quando questa quarantena sarà finita

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[ le français suit ]

·

al mal di testa

E mi è venuto da pensare al mal di testa
come a un collage:
ho pensato
di rovesciare il foglio – la fronte in basso
– e ritagliare subito
dietro gli occhi
per buttarlo (o tenerlo
nei ritagli,
chissà mai che un giorno una sciocchezza
simile – un’indigestione
– non mi possa servire)

·

au mal à la tête

Et j’ai pensé au mal à la tête
comme à un collage :
j’ai pensé
de renverser la feuille – le front en bas
– et découper juste
derrière les yeux
pour le jeter (ou le garder avec d’autres
coupures,
va savoir si un jour une telle
bricole – une indigestion
– me servira)

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Vorrei sistemare la stanza (possibilmente in uno schiocco di dita) [e continuo a chiamarla stanza ma è casa: buia, umida, prigione/ospedale, ma casa]

Vorrei trasformare la poesia di Tomas Tranströmer in un collage

{E questa cosa che ho ripreso a scrivere quasi mi commuove, questa sera studio arabo online, e magari presto finisco di leggere Levi (Carlo). Forse è che le immagini mi aprono gli occhi quando nelle orecchie ho il pieno di presenze e voci, ma nel silenzio so ancora ritrovare le mie parole}

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E poi passo da una sedia all’altra e ho sedie sparse e alcune mi servono per i giornali e i collage iniziati su altre mi prendo la punta e ho dietro il mouse, il pc, una è alla finestra per chiamare E e colorare e leggere libri (quasi mai) e risparmiare qualche centesimo di energia elettrica

E ho uno zainetto per le mie telefonate lunghe, ci metto dentro il telefono e lascio che escano gli auricolari, e vado in viaggio dentro casa in compagnia

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Arrivo alla finestra in ritardo, non riesco nemmeno più a ricordarmi del sole, mi ricordo invece tutti i sogni, tutti assurdi.

(Non mi piace questa scrittura a blocchi della nuova app)

(Non mi piace che i miei pensieri già abbastanza separati siano divisi da ulteriori frecce e simboli e parole sulle parole)

Mi metto in maglietta, con le maniche alle spalle, quelle spalle che con biondo grano immaginavo partenze di frasi (vedi i commenti all’articolo precedente), e chiudo gli occhi. Arriva musica dalla finestra di sotto e immagino sia qualche ragazzino sciocco sugli scogli dietro di me. Sento l’acqua per i cereali che bolle e la ignoro, resto al caldo e fingo che sia la schiuma tra le rocce

Tutte le mie giornate qui passano come tra un mare di finzioni… Una finzione di scuola al mattino, una finzione di amicizia al pomeriggio, una finzione d’arte la sera e poi fingere di sgranchirsi le gambe, fingere di dover fare la spesa, fingere di non essere preoccupata per mia madre infermiera, sorridere a mia nipote e al mio nipotino per nascondere quanto mi mancano

Ho anche una finzione di basilico sul davanzale fuori

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Quando vedo un raggio di sole mi tuffo alla finestra e non mi ricordo mai che:

alla mezza è ancora solo il riflesso sul quinto piano del palazzo davanti, i miei venti minuti sono all’una e manca ancora un po’.

E quando è l’ora mi appoggio al vaso che ho capovolto, ci metto su un cuscino e quasi mi sdraio nel vicolo, mi tiro su le maniche chiudo gli occhi e guardo a sud, e immagino il mare

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COÎXITÆ

Ho voglia di scrivere una poesia
La scrivo sul carnet dei biglietti dell’autobus
La scrivo in zeneize
La scrivo su quell* che hanno paura a fare domande
perdendomi tutte le risposte
(che tanto non contano un cazzo)
La lascio a due terzi
e vado a mangiare

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Mi devo fermare a pagina 2 di Bagheria perché mi si affollano in testa le immagini del libro in forma di collage e si sovrappongono a certi luoghi di Palermo e alla rabbia tenace con cui li ho conosciuti e ho l’impressione che se non mi fermo e non torno alle mie parole mi esploderà la testa dal lato finestrino e ne usciranno danzando forbici colla cartacce coriandoli (confetti!) e navi con bambine bionde con vestiti a fiori e ufficiali americani e cioccolata piselli bastoncini di zucchero a strisce bianche e rosse e poi la notte blu i mitra grigi e la polvere bianca o la morte idiota con cui giocare baciarsi prendersi a calci o coltellate e infine una carrozza una villa del Settecento in rovina una città o meglio due e un’isola

Una signora parla di una figlia disoccupata e di un carabiniere disonesto. Lo dovrebbero irradiare dall’arma – dice. E io vorrei godermi la poesia ma quello che succede è in realta che immagino un’arma (probabilmente una spada), e i raggi del sole di quei paesaggi di squarci tra le nuvole, e si sovrappongono lenti e c’è un carabiniere strappato in un angolo e chissà come ruoterà

Lascio che tutte queste immagini finiscano a mollo

nel mare di Recco

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Salgo sulla Strada Nuova leggermente in ritardo rispetto a giovedi scorso (che già ero in ritardo rispetto al giovedi prima, eccetera eccetera), e ci siamo solo io, due piccioni, e tutti i mostri e i leoni a guardia delle entrate dei Palazzi dei Rolli

Mentre arriva un uomo di lontano sento arrivare anche il bus, e corro in un vicolo di cui non ricordo mai il nome, ci siamo di nuovo solo io, un ratto, e una corrente di puzza di smog che scende dalla galleria Garibaldi

Il mattino (come la notte) è quando puoi incontrare tutti i mondi che cerchi di non vedere durante il giorno (animali e mostri, odori invece ce ne sono sempre, sempre diversi, sempre possibilmente cattivi ma ci si affeziona anche a quelli)

Il mattino come la notte è ancora buio e inverno, ma ci sono donne, e operai sardi, e sudamericani, che sembrano non far altro da tutta la vita che girare a quest’ora svegli e puliti e truccati da tre ore (e forse mica sembra solo)

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Pendolare (17)

Mi fanno male le spalle per tutti i libri che ho nello zaino anche se già so che finirò per guardare semplicemente dal finestrino al mare; e per la notte insonne di pensieri su tutto quello che non va e non riesco a far andare meglio

Ma resto lo stesso dieci minuti in piedi nella corrente gelata a sbirciare nel bar per vedere se compare. C’è il ragazzo coi baffi, ma non lui.

Infine mi avvio al treno con in mano la mia crostatina confezionata. E cerco di essere felice perché magari ha cambiato turno, ha cambiato paese ha cambiato città, solo che

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Le piccole fatiche quotidiane di tutta questa gente, che possono sembrare insignificanti ma scavano ogni giorno una ruga di più nelle nostre vite:

Un uomo che attraversa il vagone zoppicando. Una ragazza che scrive e riceve messaggi e nessuno la fa sorridere, e ha il cappuccio pizzicato male dietro la schiena. Un anziano col cellulare coi teschi. E io ho una gamba piena di morsi

Confondo vocali e consonanti, sarà il corso di genovese ieri sera o che mi metto a guardare una coppia di adolescenti che si sistema in motorino lui lei uno zaino nero un trolley rosso una borsa di tela bianca con attaccata una mollettona per capelli

Poi alla stazione lui non c’è, forse è dietro in cucina – vedo ridere la cuoca, sono felice per lei ma il mio croissant al lampone sa di stantio oggi. Com’era in zeneize? Pösu.

Ma forse si usa solo per il pane

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Chino sul giornale per riposare o leggere meglio e battere il vento

Io chiedo a Kader un passaggio per Brignole perché ho paura di perdere il treno se aspetto il 39, e parliamo di come ci han tolto la connessione col tempo (giorni liberi spaiati, orari pure), e del fatto che l’efficienza conta più della morale (tutte le mie riunioni e quel poco tempo classe)

Alla C House le nostre parole diventano solide (o liquide come i caffè e i cappuccini ma comunque reali) e mi siedo accanto a un ragazzo che ho già visto giovedì scorso, e quello prima, ed è anche questo sapere che farai sempre lo stesso orario: avere un rapporto con chi lo condivide con te

Il barista allegro non c’è e si sente nell’aria il silenzio. Quando esce dallo spogliatoio ci cambia il giovedì e lo capisce, e capisce che siamo una specie di pubblico e lo aspettavamo sulla scena e allora vai di sfondamento della quarta parete (quella d’oro kitch del bancone o quella di finto legno del piano brioches? quanto poco conta l’estetica quando lui sorride! passa in secondo piano anche la marmellata zenzero e limone ancora calda che mi accarezza la gola), mi chiede perché rido sotto i baffi

Avrei dovuto chiedergli: quali baffi? Oppure esclamare naturalmente: eccoli qui i sentimenti oltre l’efficienza! Invece ho voluto essere chiara: perché il giovedì parte meglio, così e aggiungere: prima ero disperata – che mi è sembrata un’esagerazione mentre la dicevo ma anche no, parte meglio davvero con le sue battute una giornata che poi ti mette sul treno delle 6 e 30

e ho voluto fare un omaggio a Kader e creare connessioni, così quando il ragazzo se n’è andato gli ho confidato che lo avevo visto che rideva sotto i baffi pure lui (e li aveva veramente!) e quando me ne sono andata io ho augurato buone feste, ho spiegato cosa ci facevo lì di giovedì, ho dato un appuntamento (al 9 gennaio) e ci siamo salutati in un bel francese e sono corsa al binario e tutto è partito meglio, anche il treno nonostante il ritardo, anche l’alba partirà presto nell’angolo sinistro del mio finestrino, dietro il riflesso arcobaleno dell’ombrello

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Mi piacciono quell* che dicono presepio, perché presepe mi sembra più latino (e non lo è)

Mi piace mangiare diversi popcorn alla volta e mettere in bocca anche le dita, così posso leccar via il sale indisturbata

Mi piace anche leccarmi le dita e le mani sporche di cibo se capita, e disturbare, non importa

Conosco quella sensazione di corpo minuscolo sulla mia pancia, ciglia lunghe e ferme, bocca a cercare la tetta nel sonno, sospiro poco prima di svegliarsi e via a cullarlo soffiare e canticchiare così la mamma continua a dormire di sopra

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C mi sa che sta per Coffee e pensare che Caffè è talmente un bel nome!, per il luogo dico, non (solo) per la bevanda

Insomma fanno le cose alla milanese (sotto l’insegna c’è scritto che vengono proprio da lì) ma esce un profumo di croissant che non ne ho mai avuta così tanta voglia e visto che oggi sono in anticipo me lo concedo (vegano al lampone, quello che hanno in tutti i bar) e niente il tipo al bancone è semplicemente splendido, splendido, alle sei ha una battuta (delicata e simpatica) per tutt* e conosce i suoi clienti abituali [“direttrice, come va?”] e coi tempi genovesi li vuole conoscere ancora meglio [“AD, ma qual è il suo nome?” – “Laura”] e parla inglese come un inglese e io lo vedo che questo turista è imbarazzato di sorpresa e sta rivedendo un attimo prima di partire tutto quello che ha pensato fin’ora dell’Italia, dice anche Sir e non sta sfottendo, non sembra un manuale scolastico, è che si trasforma davvero in un gentleman per un attimo e poi torna mio fratello, un dipendente, un collega, un padre, un amico e non si ferma mai, non si ferma mai quest’allegrezza, ti mette davvero di buon umore!

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Sono stata qua tre giorni fa [tre giorni che in mezzo è franata mezza Liguria (e mezzo mondo) e io ho avuto paura a partire per Marsiglia] ed è scoppiato un autunno giallissimo che ti mette un sorriso al cuore… Arriva dopo l’inverno e sotto il cielo azzurro, come fosse primavera

Intanto davanti a casa di Camillo Sbarbaro un vecchio con gli occhi azzurri scende dal marciapiede e quando capisco che è per farmi passare e non riesco a smettere di guardarlo e sorridere lui mi saluta rispettoso e io ringrazio improvvisamente timida

Poi lungo il viale alberato tappeto di foglie scende in moto uno che urla a se stesso cose lunghe con la A, e mi fa molto ridere, ed è una bella giornata

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Sono le dieci e cinquanta e il monte di Portofino è di nuovo lontano.
Puntachiappa divide in due lame la lastra di luce all’orizzonte.

Penso alle onde di là e di qua, a vederle da sotto per la prima volta con la maschera

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Quando sei a Nervi e finalmente ci pensano lo sceriffo Woody e Buzz Lightyear a ristrutturare il Marinella

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Succede che all’alba poco prima di Recco (direi più o meno alla ciappéa) se non ci sono riflessi, il golfo sembra che lo puoi attraversare a nuoto e il monte di Portofino è così vicino

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Questa volta l’alba beccarla a Nervi e comunque ancora a Pieve non ha preso il mare

Sarà che è nuvoloso o che io non ricordo come funziona l’inverno – mi sembra questo il grande fallimento della scienza, che io non riesca ad applicare gli studi fatti sui moti di rotazione e rivoluzione al paesaggio che vedo dal treno o dal porto quasi ogni giorno

E io vorrei lasciare almeno questo alle mie classi: se non come si dice in francese “ho lavorato per N anni nel campo di” almeno come ci si presenta a un colloquio; se non come si chiede l’ora in francese almeno come si chiede la strada, e che viaggino…

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Alla fine l’ho beccata l’alba, dopo e nonostante il nervosismo se non altro ce l’ho fatta a beccarla! Ed è successo a Brignole! Un attimo il cielo era buio, e quello dopo era l’alba! E bisogna guardare in alto: l’alba non è sul mare, è su in cielo (diventa azzurro elettrico come in un video musicale, un’apocalisse di ghiaccio)! Poi scende subito a Puntachiappa, ed è come un tramonto ma dalla parte sbagliata… E c’è una nave-container che non si è accorta di niente e ha ancora accese tutte le luci, e sembra una crociera per le merci

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Pendolare (8) –

Prima di uscire mi infilo in tasca un futuro distopico in stile fumettistico, l’autore è genovese -pare- e i contenuti si adattano ai miei giovedì mattina

Truccarsi tra Brignole e Sturla ma il rosso del bianco degli occhi, quello, rimane così

Odio i prudenti, anzi i mezziprudenti, quelli che attraversano col rosso fino a metà perché non c’è nessuno ma poi si fermano perché c’è lontanissima un’auto che passerà e non si accorgerà nemmeno di loro

E dove sono le scale mobili al binario 9

E parlare con la macchinetta un po’ mi calma, Ce la faccio da sola nessun personale in divisa, o Questo dovrebbe essere il biglietto veloce che cazzo sono tutti questi simboli di porcellini e altre freccette che uno può premere

Eppure sette giorni fa non è andata male in classe, forse ho bisogno di questo nervosismo urbano per poi amarli quando suona la campanella (Ma chissà se quello di informatica mi farebbe il favore di scambiare la prima ora con me)

Salendo sul bus dico “un caldo porco” ma ovviamente non fa un caldo porco, fa il caldo normale dei bus d’inverno quando funzionano

E il tizio vicino a me tiene le gambe così larghe sul 18 che io devo stare a piedi uniti e quasi cado a ogni fermata: faccio come nelle vignette femministe e mi allargo di forza pure io, gli passo la gamba sinistra davanti alla sua destra, e magari capisce

[E mi fanno pena questi che hanno imparato a memoria il loro numero di treno, e capiscono subito che il cambio binario riguarda noi… È una cosa che proprio non voglio diventare, una che impara a memoria il numero del suo treno]

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Duralluminio

Della lettura mi piace questa cosa che anche se ho 32 anni ancora ci scopro dentro sensazioni, fatti, modi di raccontare e..parole nuove!

Nei primi capitoli del romanzo di Murakami Kafka sulla spiaggia nominano il duralluminio a più riprese. E dire che è un sostantivo che sembra fatto da un bambino, da un Rodari! Invece esiste e nel Giappone dagli anni ’40 in poi lo conoscono tutti, gliel’ha portato la guerra. Io sono fortunata a farci amicizia nel 2019, e che me l’ha portato la carta.

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A Principe mi chiedono dal finestrino di chiamare un uomo, l’uomo sale, con questa donna secondo me erano innamorati alle elementari e ora a lui spiace non essere stato fedele ai tempi che erano

A Brignole salgono due che uno ha gli occhi azzurri e comunque si mettono a fianco a me a parlare dialetto e io sono felice ogni parola che capisco e felice per tutto quello che non capisco – che vuol dire che si tratta di una lingua nuova e mi ricorda che son qui da solamente 5 anni e mi fa venire voglia di imparare ancora

A Quinto mi chiedono il biglietto e prima di Nervi non mi è mai successo

A Nervi guardo o mâ, l’è verde l’inverno, e decidete voi di che parlo

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Finalmente ho trovato una parte bella di Recco (che è una città orribile e fascista con un buon mare e un’ottima focaccia), ed è la prima parte (arrivando da Ponente). C’è un palazzo signorile di quelli a fasce orizzontali arancione chiaro e arancione scuro e altre case belle e terrazze invidiabili e il porticciolo e un piccolo ponte (illuminato però in modo pacchiano) e poi niente inizia l’edilizia anni sessanta (ma sotto quel cemento c’è della prescinseua che quasi bolle…)

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Quando ho detto a Stavros che ogni giovedi mi sarei alzata alle 5 per andare a lavoro mi ha detto Sì, ma fa alba sul mareE niente invece no, non mi è ancora successa, fa alba sempre in galleria – ci entro di notte e ne esco di giorno

*edit: Possibile che il mio amico greco intendesse questa luce qui?

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Mi siedo di fronte a quest’uomo, ne indovino la nazionalità. E quando parliamo del mare, del lavoro, della sveglia al mattino presto, in lui riconosco le stesse espressioni (verbali, del viso) di M che veniva dallo stesso paese e mi chiedo se è possibile che un intero popolo abbia gli stessi sorrisi e occhi o se semplicemente – con meno orientalismo – ho trovato due di quei sosia di cui tanto si parla (e si assomigliano per i modi e di cuore, non per estetica)

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La ragazza del sedile davanti dice all’amica “Quella è fuori come un telefono” e subito mi stona ma poi penso che davvero questa generazione ha il telefono sempre fuori e al citofono probabilmente non va quasi mai, perché ci si vede direttamente in strada o ci si scrive da sotto

E niente ancora con questa cosa bella e affascinante che la lingua riflette la vita

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(di)

Ecco, sono di nuovo insonne. Sento il rumore che fa il mio cervello nella notte e poi dopo uno scricchiolio mi crolla il palazzo sopra e sotto e io chiamo piangendo la mia famiglia e lui. Quando le telefonate cominciano a diventare troppe e troppo patetiche, anche la mia paranoia si stanca di me…

Non capisco cos’ho… Forse: mangiato troppa vellutata di porri. Oppure è stata la decisione di comprare le uova o è l’incredibile commuovente mail di Adele scritta in un francese pessimo e inventato e proprio per questo coraggioso, incantevole.

Giù si menano

Domani torna

Domenica parto e

Cambio casa, vado a vivere a dieci metri da qui

Ogni giovedì scenderò da quel soppalco alle 5 e farò una doccia araba e nessuna colazione

Scrivo perché le mie mani lo fanno, non ho alcuna intenzione

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Io credo che stanotte abbiam dormito insieme senza saperlo, perché mi son svegliata con gli stessi dolori alle spalle di quando stavo da te

Non ho ancora trovato il cuscino giusto per me, sai? Ma ho trovato un braccio che non mi stava scomodo e però non aveva i tuoi tatuaggi né il tuo odore né i peli bianchi, né attaccato quel collo sempre teso nello sforzo di vedere un po’ più avanti – per darmi ragione, ma senza ammetterlo

Né sopra quel collo teso c’era una bocca che trema dall’emozione, baffi sì ma più morbidi, più giovani, non quel naso imperfetto e bello, non i tuoi occhi tristi che mi hanno vista dentro o quelle sopracciglia trasparenti

Anche lui aveva pochi capelli

I capelli non mi interessano

E sotto quei visi che amavo o mi sforzavo di percorrere con le dita c’erano certo due cuori diversi, entrambi entrati in contatto col mio, e uno che il mio era difettoso e non integro e riparato a mano non se n’è mai accorto e il contatto era frettoloso e disattento e anche svaniva presto la scia e

io credo che stanotte abbiam dormito insieme e anche se ho i dolori alle spalle (e il cuscino sbagliato) è bello essere a casa

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Sono mia ospite

Io ho avuto una settimana disastrosa in cui tutto è esploso ma come fuochi d’artificio

In modo spettacolare ho capito che devo darmi una regolata

Trama dello spettacolo: ho accumulato ritardi a valanga a ogni appuntamento, e slavine di disordine e cibo e venerdì al corso di greco non sapevo più niente ma per la prima volta ho letto e la bomba che è imparare una nuova lingua da capo è una roba fortissima e rossa e ve la auguro. Ho portato alla festa una mezza bottiglia di vino, che mi sono bevuta tutta. Sono tornata a casa discutendo con mezza città sul numero di p da mettere nella parola tappullo e poi ho sentito che era giusto fermarmi in un altro bar. Dove ho cercato per ore di far inventare a Enrico un’etimologia del verbo avvaloro, di cui mi ero innamorata. Ho conosciuto due ragazzi di Amsterdam. Il bar ha chiuso. E io ero uscita con in borsa solo le chiavi dell’associazione dove insegno italiano e non quelle di casa, accorgersene dopo tutti quei vini e liquori significava suonare al vicino pazzo che mi ha aperto e ora lo amo e provare a sfondare la porta con una bottiglia di plastica; con la tessera coop; con la tessera di trenitalia; a spallate; con le preghiere. Non ha funzionato niente, e ho chiamato i vigili del fuoco e mi hanno detto che senza residenza o senza contratto o senza un altro documento che dicesse che io abito lì non mi avrebbero aperto. Sono andata a dormire a casa di uno sconosciuto e abbiamo parlato di traduzione fino alle 5 del mattino, io mi sono alzata con le sue sveglie alle 8, lui non si è mosso – gli ho spiato il salotto l’agenda il terrazzo la vista, gli ho lasciato un biglietto e me ne sono andata. Ma il portone del suo palazzo era chiuso a chiave da dentro. Ho urlato a due spacciatori se potevano aprirmi. Ma non abitavano lì. Ho suonato a tutte le porte, e mi ha aperto una prostituta e sono riuscita a uscire e i due spacciatori mi hanno offerto un caffè doppio e ora amo anche loro. Ho dichiarato a nome di P. che sono mia ospite e falsificato una firma e i pompieri hanno spezzato due lastre al bacino per farmi rientrare a casa, dove ho finalmente preso il mio blocco degli schizzi e ritratto Genova con infinito amore e un’infinita stanchezza e secondo me è proprio così che vengono meglio i ritratti

La sera l’ho incontrato più o meno per caso e abbiamo parlato e pianto; questa mattina mi sono svegliata che avevo in mano una brushpen nera immaginaria e ora sono su un treno e sono non le scintille ma la polvere che dopo il boato dopo il rimbalzo dopo il vuoto d’aria e lo sgomento torna piano a terra perché si possano contare i danni

Sono illesa

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iniziare a finire

Ho pensato per due giorni di scriverti che anche tu mi manchi, scrivertelo in qualche modo solo non avevo ancora deciso quale, e quando, non da ubriaca, non al mattino, non la notte, non mentre lavori, poi ho letto una pagina di romanzo (Starnone, Labilità) che mette insieme l’ossessione di una persona per le parole di qualsiasi tipo e la bellezza di quest’ossessione e ho pensato ai miei quaderni pieni di parole di tante lingue e a come imparo poche corte brevi cose nuove sul mondo rubandole alle bocche di quelli che incontro, ai loro lessici famigliari, mi sembra in effetti di conoscere intere famiglie così, popolazioni, e alla bellezza di questo procedere lento di piccoli istanti, segni, impronte su spiagge neanche troppo romantiche, e a scrivere racconti e poi riscriverli cercando un sinonimo ogni parola usata tranne gli articoli come per quel torpedone della linea S (Eco traduce Quéneau, Esercizi di stile)

e ora sto pensando di scriverti che non ti manco, che ti manca la sensazione di non essere più solo (così mi avevi detto poco prima che tutto iniziasse a finire), ma io non ti manco e non ti piacevo, cercare Palermo nel repertorio dei suoi matti e non – soltanto – negli stucchi del Serpotta, trovarla nelle vie laterali, nei matrimoni e nei cimiteri, nei piatti enormi di pastasciutta agli angoli coi luoghi delle sparatorie – il sugo dello stesso colore del rosso del nastro bianco e rosso della polizia, poi nei denti marci dei clienti fissi di Ballarò, andarci al mare assieme o alle catacombe,

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Avrei così tante cose da dirti

e la certezza che non le capiresti

o non le sentiresti

o ne sentiresti metà e poi tu non vuoi parlare, tu vuoi vivere

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Una minuscola tarma cammina sul mio quaderno degli appunti e sulla mia immobilità malata, stanca, stupita di autunno e bronchenolo, seduta

Devo decidere che fare e dove e devo pensare se innamorarmi e devo coprirmi bene e mangiare mentine e disperarmi per cosa combineremo all’orale alla maturità io e la 5E (sempre che un’allerta arancione non ci stronchi prima)

Poi dovrei bere un bicchiere di rosso, quel nebbiolo di Paul che inizia a esser buono dal terzo gotto in poi – non prima, o un Camatti la mattina o leggere il libro in francese che però ha in mano P

O potrei chiamarlo e chiedergli di venire a suonare Dalla da me (ma..)

Queste due settimane, questo ottobre sospeso e ventoso, questo mare bianco dietro ai finestrini, tra le gallerie, tra le case alte di Sturla e di Quinto, le ville di Santa: mi uccideranno

E i cassonetti dell’immondizia sono chiusi col lucchetto…

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Pendolare (2)

Siedo alla panchina della stazione accanto alla mia alunna più temuta e a me sembra una bambina

Si tatua le braccia con la penna bic e sulla caviglia si annota in blu: Bruciarli

Sono certa che attorno ci siano altre ragazze di cui ho scordato visi e nomi, se mi salutano per prime bene, e poi c’è quell’unica educatissima ricciolina che si è alzata in piedi in quarta – e come dirle che non mi è piace chi mi tratta come fossi un generale?

Non vedo colleghi, e dal vagone scendono studenti di scuole ancora più a Levante della mia

Io prima di tornare a Genova mi fermo al mare, e lavorare così lontano acquista un senso

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Pendolare (1)

Oggi primo giorno, ho deciso che ci metto poesia in questi viaggi e questi ritardi o muoio, mi penso dall’alto, attraverso la terra dentro la galleria, guardo all’andirivieni di treni nelle due direzioni che se rallenta uno rallentano tutti come alla solidarietà nei cortei o alle onde del mare che ho sulla destra

E osservo gli altri marinai…

Quest’uomo qua davanti per esempio, a cui strappo un sorriso e un fazzoletto: ha gli occhi verdi come il tramonto ieri sera ad Alessandria, e i ricci bianchi e le mani grosse e mi sarei innamorata di lui due lustri fa. Quando se ne va mi dice Salve – come i francesi dicono Salut – e sono già (di nuovo) a scuola

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Giuro

Giuro non l’ho cercato, ascoltare dieci volte il suo vocale con risata così presto, volevo solo bere e rallentare i pensieri,, e certo ho deciso di farlo in un posto in cui è facile incontrarsi (ma in quale posto a Genova non è facile incontrarsi..?) ma non pensavo che poi dopo quella sera, dopo il vino e il camatti e il whisky e i taralli e dopo gli abbracci e i cani e i titoli delle canzoni chiesti ai tecnici dell’Amt al semaforo, dopo che mi hai prestato la tua unica felpa e io ho baciato il tuo unico amico, dopo che To se ne è andato ululando e io ho preso chissà che strada da sola, dopo che a rivederci abbiam mangiato tre focaccette sciocche e le abbiam pagate aperitivo, dopo il libro, dopo le promesse, no, non è vero, forse dopo il libro le patatine le promesse un po’ ci pensavo ma comunque giuro non l’ho cercato, insomma chi l’avrebbe mai detto che tutte queste A grassissime in fila ad altissimo volume dalla tua bocca alle mie orecchie mi innamorassero così tanto, mi modificassero un po’ le notti e le giornate, i propositi, le idee

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(senza) vergogna

Quindi anche se non ne avevamo, un anno fa era ancora questione di vergogna. Mi sembra passata una vita e che son diventata donna, in mezzo il femminismo e una coinquilina che non sa di esser bella, uomini, aborti, il lavoro, la disoccupazione, l’amore, e – non so bene dove – se ne è andata quasi tutta la vergogna, forse -nuda- a Nervi

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So perfettamente cosa potrei scriverne (certi numeri che ritornano o lasciarsi in città di frontiera o minacciare la guerra civile) ma non ho voglia di mentirvi né di nascondermi e preferisco bere e ridere con lui fino alle lacrime, sfotterlo, accettare i doni di altri disastri

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Il micio nero di oggi che mi viene incontro in salita, ci guardiamo, facciamo i gatti entrambi e passiamo oltre. Due zeppe zebrate in una cassetta dell’insalata, una puttana molto bella anche qui all’angolo: ascolta musica. (Te l’ho mai detto che per giorni e giorni ha girato qua sotto un frigo bianco quasi nuovo, che aveva in alto un adesivo NO TAV? Si è fatto sotto il ponte tutti gli angoli e le angolazioni, e poi se lo son portati via.)

Non ho visto se c’era come sempre la scritta “ar!”, mi sa che a sto viaggio mi guardo dentro più che altro, e c’è un movimento come quello dei due gatti, quello nero ed io, cose che tirano in direzioni opposte, e un sorriso finale ma che sa di solitudine ed è nervoso, diventa bestemmie coi due autobus persi

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Lingue varie giù per salita degli Angeli e un sole che picchia di nuovo forte. Le conversazioni del mercato (“ma lei è dove prima c’era il cinema?” – “3 pezzi 1 euro, ragazze!” – “lei che è magra, guardi lì, venivan 18 li regalo a 10”) e le solite scritte sui muri più una: DEVOVENTRARE (sì, con la V in mezzo poi corretta) e sotto anche DEVO ENTRE, tracce di un quartiere operoso di gente che se non ha fatto le scuole ha fatto tutt’altro e molto… Da una nave da crociera si sente gracchiare “Prova prova sah sah sah” tre o quattro volte e io mi immagino le facce attonite dei turisti russi. Il mio ristoratore senza cuore è al bar sul retro. Un uomo indiano mi dice sorridendo “Buongiorno”. Faccio via Pré ad occhi chiusi perché l’ho presa nell’ora in cui il sole passa tra i tetti vicini. Quando arrivo a casa c’è ancora l’impronta di ieri sera di te sul divano

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Ho pubblicato una decina di cose che semplicemente non mi ero mai presa la briga di trascrivere dalle chat e le note a qui. L’ho scritto prima a M e lo scrivo ora, ché non so se poi si nota. (Non che io voglia per forza che si noti e venir letta, mais bon.)

In realtà non scrivo più gran che,

resta una specie di rito

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Strada oggi fatta a testa bassa, denti stretti e bestemmie. Walid Ben Mansour non ha le palle, dicono. Ben vuol dire “figlio di”, e anche il sig. Mansour si trova, suo malgrado, su un muro alla Darsena. La strada di casa è piena di rumenta, ma i miei vasi di fiori sono tutti al loro posto.

(Io sogno Palermo per farmi passare questa giornata e – a volte anche se sembra incredibile – questa città)

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Oggi Genova aveva addosso la luce dei tramonti dolci… Io ho preso un bus attraversando a casaccio, un bus pieno di Genoani – genovesi – e c’era quest’uomo che spiegava dove passavamo alla donna seduta davanti a me (mi sembrava di leggermi). Sono scesa alla Darsena e ho rincorso una borsa blu. Sono salita in via del Campo e a casa, ed era tutto come sempre: molto bello, e ti pensavo

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Per una volta passare da su, da dove il matitone è ancora più enorme, e trovare le fermate dei bus quelle chilometriche, dove qualcuno ha aggiunto una sedia di paglia. E le promozioni di altri supermercati e altri modi di abitare questa città alta e lunga…

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Da tanto tempo non facevo un viaggio lungo in bus, un viaggio lento. E mi metto sempre dal lato finestrino e anche se leggo ogni tanto guardo fuori la montagna ligure, la campagna toscana, la campagna laziale. E c’è sempre qualcosa da vedere, un fiume verde chiaro, il modo in cui il verde scuro dell’edera si prende in altezza tutto il marrone di una valle bruciata dal fuoco, abitazioni pastorali con le finestre piccolissime, animali, due asini in salita e nessuna traccia d’uomo; o una galleria in ferro battuto. O quella lunghissima distesa di vivai e piante di tutte le forme. Ancora panorami da Fontana, e girasoli. Poi improvvise le case e capisci che sei a Roma e all’immensità dei prati si sostituisce l’infinitezza di questa città (Che attraverserai solo di striscio per andare a Oriolo, dove ti aspettano 40 donne, amiche, compagne)

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Ogni tanto anche se posso mi dimentico di guardare il mare (E penso che è perché sono più genovese di un tempo, e ora so che al mare ci vivo) Però guardo sempre i panni stesi perché vengo da una città dove appenderli in facciata è indecoroso e le mutande pulite le nascondi dietro le lenzuola

La luce dentro il mercato è accesa, le mele sono esposte, mi dà come l’idea di un luogo abbandonato ma solo per poco

Inseguo una luna enorme tra i ghirigori dei lampioni e finisco al porto dove una nave della Tunisia Ferries spalanca la sua enorme bocca bianca sulle auto dei viaggiatori, dopo i controlli

Due ragazzi africani dormono in una piazzola

I lavori in corso sono diventati l’interscambio Dinegro, leggo i prezzi del posteggio ma non saprei dire se sono buoni o no – dietro di me splende rossa la scritta Kimbo

Intanto ultrà stranieri mi regalano immagini di altri porti

E scopro una stazione nuova, dove han piantato un roseto in delle vasche da bagno…

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quando ho bisogno

Tu mi dici: “mi piace passare del tempo con te”; oppure fai un video di me nuda sugli scogli e del mio seno e del monte di Portofino; o poi: “non mi abituerò mai” e: “mi sorprenderai sempre” e: “mi piace vederti godere”. Io dico spesso solo tanti “ti voglio bene” e “sono felice”. Io che avevo un sacco di parole tristi, non ho parole per l’amore. Uso certe frasi fatte e facili, o descrivo le azioni e la città dalle tue parti, ma non ho vere parole per l’amore.

Però ti sento tutto con la pelle, il naso, le mani, le orecchie; ti guardo senza sbattere gli occhi quando ho bisogno di sapere forte che ci sei

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https://youtu.be/CUUrnFzHjMk

Fare attenzione a dove metto i piedi e intanto guardare in alto quanta bellezza, tu sei come Genova per me

Mi distrae un grillo, un bambino mi saluta e cerco di non stupirmi; quei pizzaioli algerini hanno le stesse luci che in discoteca, si ferma un’ambulanza a sirene spente e mi chiedo se..

Leggo tutti i nomi dei caduti di S. Teodoro e mi colpiscono tre cose: il cognome Brigola; e che Luigi e Mario erano forse fratelli: Ravizza; e poi un Firpo che ricorre in questi giorni… Passo accanto alle ragazze dell’angolo, al Caffeina, a dei fichi l’india del benzinaio che non avevo mai notato e riecco bianca, alta, inspiegabile, la scritta ” ar!

Poi una donna va a fare pipì nell’aiuola incolta del metrò. Scende da un auto un uomo che è come Abatantuono in Attila, flagello di dio,, ma magro; e va a prelevare. Due ragazzi fischiano a caso o alla puttana più giovane e bella e invece si gira un’anziana donna sposata, io rido, allora mi chiedono di fermarmi e io continuo a camminare (e a ridere), allo stesso ritmo di uno che nella carreggiata ha perso il bus, e ora torna indietro.

Vedo finalmente la madonna sporca che Dirige et erige, penso a quando son passata da sotto e non te l’ho scritto, che c’eran troppe cose da guardare per registrarle (cose della metro, delle ferrovie, delle macchine, delle scritte) – ma ho le foto. Salgo in via Abbiate per incontrare una bambina sulle spalle di suo padre (in famiglia questa cosa la chiamiamo: scapalocia) e scendo incontro ai pochissimi turisti. Passo dentro Principe con una canzone in testa e sedendomi per scriverti trovo una spesa sudamericana di patatine e tortillas (e me la porterò via). A coppie vengono a studiare i tabelloni delle partenze, nessun treno è in arrivo. Ma mi ri-informano che quelli diretti a Levante nei prossimi giorni non fermeranno a Genova Sturla: ascoltando bene per la prima volta, sento che l’indicazione geografica ne fa un annuncio all’antica, per genovesi e altra gente del posto – come me.

Sono molto felice

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Le righe sottili di pioggia sporca sulle decorazioni del sottotetto della casa davanti; guardo in casa della Tilde; per le scale e la salita oggi un sacco di gente, seguo due profumi, seguo le frecce, un uomo su una scala esterna si porta una mano al volto e si accarezza piano… La luce ancora viva del sole illumina il palo verticale della chiesa di Dinegro. Passano ridendo due suore vestite di celeste, il bambino di una donna con uno stesso velo – di un altro colore – si guarda attorno mentre un ragazzo cinese scrive il menu del ristorante Delyzia – Italian specialties. Il palazzo che dà sulla metro è rotondo, noto ora. Io stavo per scrivere che dà su un rametto (e dà anche su molti rametti e foglie cadute in autunno e mai portate via). Oggi che è più fresco passo da sotto, dalla farmacia coi disegni di Mago Merlino, e a una donna cade a terra la batteria del pc; un uomo mi guarda come se fossi una deficiente, me e il mio telefonino, e io gli sorrido; un ragazzo chiede un bacio a una ragazza, forse l’ha accompagnata a casa in bici. Mi sento una spia…

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Oggi guardo tutti i buchi nei muri. Regolari, irregolari, rettangolari, e i tralci di vite che piovono dall’alto (non mi veniva tralci – sto sempre attenta alle parole – e per cercarlo ho scoperto che il tronco vecchio dell’uva si sfalda a ritidoma)

Gianni mi fa pagare la focaccia un euro ma mi offre “acqua per il viaggio” e “cedrata in vendita da dopo la guerra, ’46, visto quanti secoli ho?”

Su una panchina un po’ riparata un uomo anziano canta con me che you are my sunshine, my only sunshine…

La proprietaria cinese del bar di Piazza Principe insegue inutilmente una turista che ha lasciato il suo borsello nel locale, lo trovo bello, e un uomo si scansa su un marciapiede larghissimo per farmi passare in quel mezzo metro d’ombra che c’è, e lo trovo bellissimo

Da quando passo da sotto e voglio stare al fresco è agli scaloni della commenda che inizio a scrivere, e a guardare passare i turisti russi, i primi venditori di rose, i turisti americani, Mahfoud, una coppia che chiede in inglese e a gesti indicazioni a un siciliano, e lui che gli indica di andare dritto, dritto, dritto, sempre dritto…

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casa

Voglio leggere la Bibbia. Voglio leggere il Corano. Voglio tornare a casa e sistemare il contratto della mia nuova scheda prepagata. Ma non ho una casa. Voglio avere scorte di frutta secca di legumi di hamburger vegani cereali precotti. Anche di cartaigienica sapone intimo deodoranti, come a casa di mia madre. Voglio i miei libri. Cercare una riga sottolineata anni fa. Un segnalibro lasciato fermo a una postfazione. Voglio appendere le foto che amo alle pareti con delle cornici vere.

Poi non sono sicura che casa la si trovi attorno a queste cose. Anzi mi ricordo che ho sempre creduto di no. Però mi sono imborghesita, o mi sono stancata, e ora voglio una casa in cui tornare e stare sola o con voi, ma comunque stare.

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L’altra volta scendevo da salita degli angeli e mi veniva in mente tutto quello che avevo già visto e annotato e due cose che avevo scordato di scrivere (i tre cuccioli che rincorrono perfettamente appaiati la stessa pallina – appaiati è valido anche quando si è in gruppo? – e l’erba che ricresce nella macchia bianca di calce o pittura sulla creuza, la vernice batte i mattoni ma la natura batte tutto) e penso anche che con te e da te parto per scoprire nuove parti di Genova che non conoscevo: il miscuglio di neoclassico e porticati fascisti a Sampierdarena, rumente ovunque, le parole Mia e Radici su un muro che stonano l’una accanto all’altra e poi una via che si chiama Greto di Cornigliano (che la trovo bella la parola greto, peccato che nessuno la usa più); e altre due scritte a pennarello: una che dice qualcosa che qualcuno ha cancellato e sotto “chi cancella è terrorista” (quando si abusa delle parole quelle perdono di senso, diventano come il puffare dei cartoni animati) e una che indica a sinistra il Crack point (punto di frattura o…)
Poi lo sai che cosa avevo fatto l’altra mattina? Mi ero fermata a guardare il tuo berretto salire la creuza andando su e giù al ritmo delle tue ginocchia.
Oggi invece ti ho visto chinare la testa sul telefono ed era altra musica che mi regalavi. Poi c’è che una delle piante sospese a quel primo piano forma un’ombra di cuore sullo spigolo del muro a quest’ora. E Gianni mi fa pagare venti centesimi di più per la stessa focaccia che mi dà sua sorella, ma mi racconta parole di nostalgia per il mare e ammirazione per una madre che ha 104 anni e ha sempre lavorato “per cinque persone” e – anche se era bello suonare col Meli per osterie – si è meritata di non stare sola a casa la domenica. (Lo sai che in francese per il mare e la madre c’è la stessa parola?)
Oggi conosco anche la fioraia del quartiere (le piace la focaccia secca). Sento che lo abito un po’, ogni volta che facciamo l’amore di più.
Oggi mi butto nel sole di via Bruno Buozzi (ma è un passante a scandirmelo con attenzione, abito quindi luoghi di cui non conosco bene il nome, forse per non rischiare di puffarli troppo presto) e seguo un uomo su una scala bianca e bellissima che non avrei notato senza di lui e leggo le notizie del Secolo su salvini che passeggia nei caruggi, e mi piace che dica che ha suscitato mugugni, mugugni è una parola bella che sa di protesta e diritti prima che di lamentele, e leggo su un adesivo “Kultura del subsuelo” ed è una passeggiata di parole questa.
Passo sotto all’Admiral. Penso che mi sento come fossi altrove e questo altrove mi ricordasse Genova. (Sono strana, a volte.) Mi saluta un uomo che l’altra volta ha fatto il tifo per noi quando ho giocato a calcio alla commenda con un bimbetto che mi ha battuta 2 a 1. Quando mi siedo per scriverti e lui torna indietro mi fa vedere il video che ha fatto a salvini che entrava in via Pré. Le parole diventano parolacce, poi penso che abito sempre di più anche questa strada che faccio da te a me e mi tremano i piedi mentre mi passa sotto il metrò, come mi tremavano le gambe quando ripartivano il 18 e il 3 ieri, ed ero quasi arrivata.
Dopo che abbiamo fatto l’amore vorrei dilatare all’infinito ogni cosa che sta attorno ai passi che faccio. Mi si fa spazio dentro, pieno di bellezza. Mi esce amore dagli occhi e dai sorrisi e in questo modo va bene anche andarsene per un po’.
A presto…

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Rileggere il mio diario francese invece di dormire e trovarci dentro dolori e entusiasmi e

e il numero di Bea che è una persona bellissima

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Oggi faccio il percorso inverso, cammino proprio al contrario, faccio ridere tutti

<<<e vedo le tre finestre che son riusciti a incastrare a lato della galleria S. Lazzaro, sopra alla _degli angeli, Pizzeria_ – chiamare i locali come le voci dei dizionari –

>>>e l’impalcatura vuota per un’insegna pubblicitaria sponsorizza il nulla o il cielo,

<<<il matitone è quasi bello, con la sua croce di San Giorgio che sembra non farsi mangiare mai dal vento, dietro i primi palazzi colorati /

>>>ora passa un treno bandiera italiana /

<<<c’è un giunco di vite che spunta speranzoso da un mucchio di rottami, e vorrebbe andare a vino nel cemento,

>>>e una lucertola dello stesso verde, con lo stesso destino,

<<<e una tag nuova da chef, col buffo ridicolo;

>>>le statue alte, eccole, e un altro chef

<<<e c’è un palazzo che curva sinuoso ed allarga la strada,

>>>reti convesse per tener giù i ladri, se volessero arrampicarsi dalle grondaie

<<<e tag politiche vecchie cancellate o corrette,

>>>e un negozio d’artigiano che per quanto mi impegno non capisco
cosa tratta, se non il disordine e la bellezza!

<<<CHARITAS (dietro i riflessi, nelle bocche spalancate dei santi), denti,

>>>anelli a sposare e tenere su tubi, ganci come di carrucole olandesi,

<<<e subito

>>>e infine

vedere ed amare Dinegro da molto lontano

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mai più

Ho un mal di testa totale

Ho perso le medicine nei traslochi

So che a far l’amore passerà

Scrivo per occupare il cervello come posso, so che dovrei alzarmi e cucinare, o vestirmi e uscire, o svegliarmi e comprare delle medicine nuove

O decidermi a metter su casa e non perderle mai più

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Nonmetafore

Mattinata di stanchezza mattinata di mestruazioni mattinata di mal di testa e di noia e di cose che sarebbero da fare subito ma metto in un memo sul telefono

(All’inizio quando scrivevamo e non avevamo esempi in letteratura di come parlare delle nuove tecnologie secondo me scrivevamo smartphone, anche se nessuno lo chiama veramente così)

La mattinata giusta (e sbagliata) per fumare una sigaretta. Per fortuna non ne ho, e non posso controllare se giù ci sono Bouba e Omar. C’è Pietro, però

Mattinata di notizie che speravo diverse e so che il giorno comincerà quando mi chiami e vengo da te e dopo venti minuti ti dico Eccolo, ecco il momento che finalmente mi rilasso, ecco, è ora, e tu non stai facendo niente per farmi rilassare, mi basta che stiamo così

E poi c’è un punto tra le gambe in cui si ferma sempre una goccia che non riesco a prendere e mi si tatua e ritatua sulle nocche del pollice. E non so se travasare la menta in quel vaso che sembra aver portato sfortuna al basilico. (Ecco, una cosa incredibile della Liguria per me è che mi manca il basilico, quello rigoglioso e amaro del Piemonte che da un vasetto a un euro veniva sempre su una siepe una taléa dopo l’altra, e qui invece devi mangiarti le prime due foglioline tenere se no sprechi tutto)

Mi sembra che quella goccia e questa cosa del basilico siano metafore ma lo spazio in cui dovrei capire di cosa ora pulsa ed è stretto e chissà se mi passa se mangio (oppure chiamami)

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E ora capisco perché questo sovrapporsi sudato di vite dei vicoli mi affascinava all’inizio e teneva incollata con gli occhi al muro di fronte per ore e con le orecchie in giro un caruggio dietro l’altro

E oggi che finalmente fa fresco e posso mi chiudo dentro la stanza, porta e finestre, e lascio fuori tutta la pazzia e la disperazione, le bestemmie, le urla di quelle che salgono direttamente dalla pancia, anzi dall’intestino, quando è pieno di merda

Stare dentro le vite orribili di tutta questa gente è molto faticoso, sapere dove si nascondono, vederli alle prese coi figli coi soldi e col cane, sentirli telefonare ad altri matti come loro

Ricordarsi le mie litigate stronze, odiare i vicini che non ne potevano più di starci a sentire, quel giorno che è venuta giù la libreria o che ci siamo inseguiti un isolato o che mi tenevi i polsi dietro una porta a vetri e qualcuno pensando di difendermi ha chiesto aiuto ma la violenza non era nelle tue mani (graffiate) / era ovunque / nelle gabbie in cui ci infiliamo ogni volta che diamo per buone le categorie e le storie che ci hanno insegnato

E ora, qui, urlarsi addosso per il fumo. Urlarsi addosso per la figa, urlarsi addosso per un reggiseno, urlarsi addosso per soldi, prendersi a schiaffi in tutte le lingue del mondo, e la polizia che sta alla larga: Genova amplifica quelle cose imparate a Porta Palazzo, è la struttura stessa della città a farlo, le discussioni minime tacciono qualche secondo per far sfilare quelle medie, le medie si interrompono come al gong del pugilato per certe altre massime questioni, ma tutto rimbomba uguale tra queste pareti strettissime, che se in una strada ci passiamo in quattro già le danno il nome Vico Largo…

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antidoto

Ahi!

Sono in ascolto proprio nel preciso esattissimo istante in cui mi punge una nostalgia inspiegabile (o forse spiegabile in parte col tempo che passa e che fa)

Sto leggendo Capossela e il segnalibro mi parla di un noi iniziato a maggio e finito a giugno scorsi, come le ultime interrogazioni a scuola. E sento pungere. E basta, vengo subito a scrivere,, come fosse un antidoto,, e forse funziona

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Mi sto abituando a quando mi salutano “Buongiorno signora” (e mi sto abituando al gatto). Un bambino tossisce forte come un uomo, sulle spalle di suo padre, e la sorella del proprietario del bar va a Voltri a prendere la focaccia tutte le mattine, e oggi mi fa scegliere la fetta che voglio, e io la mangio col sotto in su. Fa caldo afoso anche nelle vie dietro, e poi per sbaglio prendo via Gramsci, sbircio Genova sotto la sopraelevata, e qualcuno si è preso la briga di disegnare una base fitta di mattoni bianchi e storti sulla saracinesca di un’edicola. Leggo tutte le scritte sui muri (vafancullo, con le doppie a caso), annoto tutto con gli occhi mentre ascolto la voce di mio fratello raccontare il suo amore giovane e incerto, e io che in queste cose non ci so fare gli dò consigli con voce sicura, e poi compro un pane arabo e uno genovese

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Giù da salita angeli un portone che non avevo ancora notato con dentro una roccia con sopra una madonna; una macchinata di roba stesa di tutte tovaglie tovaglioli e fazzoletti. Una prostituta che se ne sta buona attaccata alla macchina del suo pappone e ogni volta mi chiedo chi la deve caricare cosa pensa. Un fanale rotto, forse per guardarla. Al parcheggio dei flixbus ci sono tre adolescenti che ascoltano musica e si baciano forte… Nel resto della città tantissimi ratti e blatte giganti, morte schiacciate. Il mio vicolo è buio come sempre, come sempre la Maddalena risplende. E casa è calda e vuota, e vado a letto sola

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Stamattina girare sotto il sole, pronta ad altro sole che verrà, pronta per il mare che ha capito tutto come il gatto e non se la prende più se sono con te. Spiarti. Tra tutte le scale che salgono scegliere quella che ti passa accanto e spiarti. Con la coda dell’occhio, come mi hai chiesto di fare, spiarti. Girarti attorno dall’alto, appoggiare i gomiti a una ringhiera, e spiarti meglio. Lasciarsi il rumore delle auto alle spalle e giocare come una bambina su una giostra che non avevo mai visto. Fare anche un urletto che spero tu non abbia sentito…

Il cielo guardarlo da un cerchio di merli. Le ville sui binari con le loro statue in pietra guardarle da dietro.

E il porto guardarlo da un angolo nuovo e pensare che non l’ho ancora capita davvero la città ma capirla davvero è impossibile

/// c’è un campetto da calcio sui tetti di una città di sole \\\

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a metà

C’è un villaggio di case bianche, incastrato nella mia città, e una chiesa fosforescente, e mi chiedo quando hanno iniziato le religioni ad autoproclamarsi pacchiane, ché dev’essere stata una bella giornata e io me la sono persa

Penso al mio amico francoalgerino e ai nonni di mia nipote, un po’ delusi perché non sapeva che farsene della loro bicicletta, giocava solo con la valigia e sul monopattino, e tutte le sedie di casa – penso a queste gelosie che proiettiamo sui bambini fin da quando son piccolissimi, e che ci mangiano dentro mentre loro ridono e soffiano e si rotolano sul tappeto come i cani

Attraverso il quartiere in cui lavoravo mentre tu bevi alla mia salute. Entro nell’ennesima galleria e mi si tappano le orecchie, mi si tappa il cuore. Ho poca fame, e voglia di vedere un film magnifico e storico e poetico e comico e triste in un punto a metà

· · ·

Ho dato il suo titolo a questo svegliarmi di nuovo a Genova, d’estate, con la scollatura rossa e le gambe nude, alcune idee in testa non dico chiare ma almeno proposte davvero,, anche in rituali – rituali rimasti impigliati al faro e che vogliono forse la luce di un fuoco

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Rondini. Due donne che camminano con lo stesso piede, con lo stesso ritmo, per un secondo. Come possono cambiare le cose, in un secondo. Il braccio di una gru del porto che si nasconde tra le case, segue in prospettiva la linea della collina. Rimbalza giù una palla, bianca e rossa, di mondoconvenienza, fermarla in due con i calci e una pietra. I negozi come quei negozi delle città di mare (le cartolerie che hanno birilli, racchette, palette, secchielli, formine). Una certa ricerca di geometria nel degrado, per farli contenti.

Gioco con le parole dei manifesti. I colori del porto, che per una volta è quasi bello. Lagaccio Oregina (Castelletto!) vista da . Una locomotiva ferma che a chiamarla locomotiva secondo me viene in mente un’altra cosa non questa, diciamo una locomotiva moderna. Di Negro vista da , con una scia d’aereo a doppia bandiera sopra il campanile. Devo ripassare nuovamente i nomi delle vie.

Poi entrare in una nuova chiesa (un ragazzo tira fuori di tasca le chiavi del furgone, ha due fasce nere tatuate sull’avambraccio), archi su archi, archi lunghi,

e giardini segreti, orti pieni di padelle girate in giù, profumi (è una magnolia!), la ferrovia vista da davanti alla chiesa, entrare d’istinto col piede destro e quasi dire Bismillah, la statua di un santo francese martyrisé en Chine en 1840 – assomiglia a Don Bosco. Scricchiola tutto nelle chiese, anche le scarpe del parroco. Penso a ieri che gli ho detto a don Dario “Il tempo che ho avuto mi è bastato se no avrei chiesto, ho imparato a chiedere quando ho bisogno” e lui mi ha detto “Matteo 7-7” e io “Ah…” “Chiedete e vi sarà dato” e io avrei dovuto saperlo

Un buco profondo coperto dalle pietre, la casa attaccata alla chiesa, la finestra attaccata alla campana, ci han messo a asciugare uno zaino (qualcuno parte o è tornato), levarmi la maglia prima di lasciarci il mio odore. È ammarata la Costa che ho guardato per un po’ calcolando in millimetri la distanza dalla sopraelevata per capire che faceva, se si muoveva. Area allagabile. Si prega di non cheggiare zie!!! Fermarmi sotto il ponte proprio mentre passa il treno, waiting for water and feeling it beating inside

I due del segnale stradale triangolare che indica scuola giocano a The floor is lava! (e perdono)

Ho preso questa strada nuova per poco e poi sono entrata in quel tunnel che un uomo urla Pronto e rimbomba tantissimo; sono sbucata dal muro che dice Voglio squirtare Peroni e piazzetta del Papa (studiare i nomi delle vie). I bar che attraversano l’isolato da parte a parte – dentro vederci quasi il mare. La ricerca di originalità nelle tag e nei cartelli sulle porte dei palazzi. Sore & sore Geme – questa è splendida, davvero.

Perché noi ci… Una ragazza devia la strada per farmi scattare la foto, quando ho finito ritorna subito dalla sua parte, le piace di lì. C’è una via che è una piazza,

e un riposo per marinai. Ed è sopravvissuta l’insegna della Trattoria Pizzeria 👈”da Marietto”👈, ma non la Trattoria Pizzeria (me lo dice una collega che mi guardava vagare sotto casa sua). Urla un barista, per le sue vecchiette. Qualcuno si segna il giorno e l’ora in cui passa di qua (20/05/18 ORE: 4:47) ma sbaglia il mese. Leggo in francese gli annunci (in italiano) della Farmacia Marittima. Un uomo (un italiano) sputa per terra, sputano per terra tutti. E non la finisco più di guardarmi attorno in questo pezzetto di due quartieri, questa frontierina, che è più bello di quanto sembra, o più bello dopo che abbiamo fatto l’amore, più belli ogni volta, o belli punto, e mi riperdo nella lingua, che ha ancora il tuo sapore, nelle parole di cui abbiamo riso, vado a poggiarla sul sale della mia focaccia buona, vado a pensarti ancora, a scrivere dentro

(E poi c’è un minuscolo minuscolo triangolo di mare che si può vedere dietro un albero dal ponte sui binari di via Abbiate!)
((E c’è una scala che porta alla nostra scala, 135 scalini in tutto più la creuza, con 4 buchi per far scendere l’acqua e un adesivo della LemonLabel di chissà quanti anni fa))

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I semafori che dicono ancora ALT / AVANTI; l’autista premuroso, che non vuole farmi scendere alla commenda; io ringrazio, ma attraverso la strada e saluto il peggiore di tutti, lo conosco da quando girava alla Maddalena e io mi ci ero appena trasferita; in Salita san giovanni non importa il colore della pelle, ansimiamo tutt allo stesso modo; e c’è una luce accesa nella mia università, o è la biblioteca.

In Salita oregina non mi giro verso Carignano, l’ho già vista con te; non cerco la lanterna, mi ha già illuminata quando scendevo la creuza con te… e alle scalette passo di fianco in attesa di altre future, liberty.

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Ieri per la prima volta la tua porta di casa fa rumore (poi spunta la tua testa dalla veneziana). Il porto che si specchia nel mare visto dall’angolo con via San Fermo (e lo so che è una cosa scontata, ma resta bella e a volte mi fermo a guardarli a lungo). La lanterna come una lunghissima ciminiera e non me ne ero mai accorta di quanto fosse vicina (la noto ora perché gira la luce proprio mentre alzo lo sguardo – ché a salire o scendere a Lagaccio se capitava pensavo mi portasse fortuna). Un pachistano ha scritto fuori dal suo negozio di alimentari che tratta carne halala e mi fa sorridere (una a di troppo, dopo una elle, in arabo nega in realtà quello che volevi dire). Un’intera famiglia di ratti cerca di arrampicarsi dentro un cassonetto di rumenta, scalando del nastro da pacchi (e lungo tutta la strada cammino facendo attenzione agli insetti, e mi sento invasora). Lo stemma Volkswagen illuminato a una parete (costante dei miei ritorni a casa la notte). Cerco di mandare a memoria i nome delle vie per immaginare di rispiegarti dov’è che mi offrono gli aperitivi e mi fanno sentire battere il cuore (dove finisce via Fassolo ma su via Bruno Buozzi e inizia via di San Benedetto; quella che sale invece è via di un ministro del lavoro e della previdenza sociale). La segnaletica di piazza Nunziata è piegata e sembra indicare di salire sulla rotonda (seguo le indicazioni)

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mi ipnotizzano i balzi ben poco fanteschi delle pieghe della mia gonna mentre scendo le scale, che ogni volta mi sembra ci sian nuove scritte sui muri di salita degli angeli, il muso lunghissimo di un ratto, la striscia larga di bagnato al centro della schiena blu di un muratore, il profumo acido di un sugo che non conosco, la scritta enorme Granarolo sul 38, la voce di un uomo che dice “han tutti i diritti, come gli altri…”

(E ogni volta che soffio un soffione sono contro vento.)
(La tua testa che sbuca da sotto la persiana!)Mi ipnotizzano i balzi ben poco fanteschi delle pieghe della mia gonna mentre scendo le scale, una scritta sul muro che mi sembra nuova (ma mi sa che ci casco ogni volta e tutte queste scritte son sempre state lì, blu petrolio), il muso lunghissimo di un ratto, la striscia larga di bagnato al centro della schiena grigia del muratore, il profumo acido di un sugo che non conosco, la scritta enorme *Granarolo* sul 38, la voce di un uomo che dice “han tutti i diritti, come gli altri…”

(E ogni volta che soffio un soffione sono contro vento.)
(Finalmente vederti che sbuchi da sotto la persiana!)
(E Ginepro non mi riconosce ma mi prende la testa e mi fa sentire l’orologio che ha da quarant’anni al posto del cuore)

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DI

Toccami le tette come lanci in aria quelle pallette da giocoleria. Portami a un concerto, andiamo a sentire un gruppo che ha un nome tra il vino e i cani e fa un jazz ballabile. Ci sono persone con cui posso parlare ballare dormire imitare i gabbiani e altre che no. O forse ci sono giorni che e poi giorni che no. E stanchezze… E prendere le nostre discussioni come un piccolo segno che le cose funzionano

Dire che ti amo critico e preciso e tu smetti di parlare e te ne vai, come me ne vado io salutandola quando dice che son bella

Sbagliare gli orari di apertura e chiusura di tutti i bar, vedere i carabinieri fallire ancora nell’affrontare una rissa

Sbadigliare

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Tu che per una volta ti attardi sulla porta, hai il tappetino da sistemare. Molte cose molte case, molte navi. Delle rose rosse che piano muoiono, mangiate vive. Ginepro e Adriano che offrono un prosecco a tutte le ragazze che passano (è una ragazza che passa a farmelo sapere). Un fiore solare. “Hai ritirato la tua copia di fede news?”

Pensare che Genova è infinita dopo aver fatto l’amore

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Cerchi

Un uomo si allontana dietro di me, in direzione opposta alla mia. Risuonano i suoi tacchi, io mi sono molto dentro

Leccare la città

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in casa

Ad Alassio c’è un sottopassaggio al mare pieno di libri a offerta libera a partire da un euro, e mi sembra che l’euro va in beneficenza.

Ci ho comprato un Adelphi su sesso e psicanalisi, Jules e Jim che ancora un poco e a trovarlo mi veniva un colpo bello al cuore, e Una vita violenta di Pasolini che ad aprirlo profuma – giuro – di biscotti fatti in casa con i resti della pasta per la crostata. Avete presente? Com’è possibile? Son libri vecchi e sporchi di sabbia, firmati da mille mani, da fuori puzza di fumo e da dentro… da dentro (ma solo una volta, se riapri di nuovo allo stesso punto non funziona più) questo libro profuma di biscotti fatti in casa con i resti della pasta per la crostata!

E io continuo a tuffarci il naso e sospirare come un’idiota

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Una chiesa in pietra arroccata su un cumulo d’auto, forse a Maggeni, che se lo cerchi su Maps ti si apre una vista sull’interno di un garage privato disordinatissimo.

Un tempo che si imbruttisce come predetto, un mare arrabbiato che a Loano ne parlano proprio come fosse un uomo, uno che si è mangiato due file di ombrelloni ai Bagni Marinella. È da lì, dopo aver passato tre spiagge che hanno nomi del cuore (Torino, Pietro, Nuccio: una delle mie città e due dei miei bar) e una piazza dedicata a un partigiano medico filantropo sindaco (Dino Grollero – e mi chiedo se non siano sinonimi in fondo), che vedo mia nonna chiacchierare con le amiche, aspettarmi e blagâ (vantarsi) anche se o forse perché sono sportiva, e comunque ci sono. Mi piace andarla a trovare, urlarle le cose, rispiegare perché son vegana, conoscere questo signore che mi ricorda tanto mio nonno. Mi piace la vista sul mare e sui monti dalla terrazza del Bel Sit, studiare in treno come non ho mai fatto nemmeno all’università e poi mi piace occuparmi del mio corpo la mia bocca ed il mio cuore andando a parlare di Insurrezioni linguistiche. Mi piacciono le insurrezioni linguistiche!

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il mattino che taglia in diagonale in cima i fiori e gli alberi e fa il miracolo: niente scivola; una luce sull’asfalto, dove non c’è mercato, che solo sul porfido a Bra correndo da Silvia; un mucchio di studenti che spinge per prendere il 3, tutt* insieme e ognun* da solo; un furgone mi fa attraversare lontano dalle strisce; la linea invisibile dove finisce via Bruno Buozzi e inizia piazza Di Negro che è da qualche parte in mezzo ai due cartelli e solo a Genova esistono confini così misti e poco netti; prendo il 18/ e in galleria entra lo smog: chiudo con un botto il finestrino e sono in Marocco, a Casablanca o a Fès, dove in francese si dice che la meccanica dell’aria è decisa dal popolo ma se c’è disaccordo è chi vuole chiudere che vince, il calore vince – lo penso e lo sento oggi che è davvero primavera

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Carignano senza cupola, solo i due campanili, una specie di maccaia blu e un uomo che corre su per salita degli angeli, i tacchi alti delle prostitute che aspettano all’angolo, correre per prendere l’N3 e scoprire che l’isola di piazza acquaverde fa ancora caffè, anche a quest’ora; in via Balbi un ragazzo spunta dal vico e mi chiede se ho paura: gli dico di no; libri che vorrei leggere in via XXV aprile ma è notte e la libreria è chiusa; il mio carruggio come sempre bagnato di birra,, entrare a casa accompagnata dal marocchino del civico 4 che continua a chiedere a qualcuno -dall’altra parte del telefono- se va tutto bene (koulchi labas), tutto bene (koulchi bkhyr),
e non ne ringrazia dio

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e poi

e poi:

(con la coda dell’occhio) il dislivello tra le altezze delle teste di una coppia in moto, con la doppia sella;

(per dieci minuti interi) l’anarchia in come han disposto i dissuasori nelle aree non parcheggiabili vicino alla fontana di piazza del principe;

(davanti a tutti) iniziare a mugolare appena la lingua si posa sopra la focaccia del panificio del lagaccio, e continuare mordendo, appena esce l’olio;

e c’è un manifesto femminista di tre mesi fa e se il mare ieri era un lago, e la prima fila delle montagne blu proseguiva molto oltre Savona e lo circondava all’orizzonte, come un lunghissimo istmo – fino a Portofino, oggi è il cielo che si è sciolto là in fondo e fa da ponte tra Ponente e Levante, e io passo dai miei e dai nostri luoghi con un sorriso grande così

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Dopo che abbiamo fatto l’amore mi piace la lentezza nel tornare a casa, voltarmi e scoprire un vicolo nuovo,

una fermata del bus che non avevo notato, una vista sul matitone,

sentire tremare i piedi quando passa il metrò,

trovare una piantina di aloe e tenermela – a fare radici,

comprare qualcosa a buon prezzo al mercato di Di Negro, anche iniziare a scriverti e vedere che stai scrivendo anche tu,

e ora sorprendere un ragno sul braccio, e poi sentire il sole caldissimo addosso…

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una bambina senza neanche un grammo di seno è vestita da sposa, un braccialetto d’oro al polso e una croce di legno al collo, un bouquet bianco, ride, chissa se ha capito che l’han data in moglie a dio; siamo di maggio, due donne aspettano altre spose bambine, con altri bouquet, rosa; un carabiniere perquisisce un ragazzo, la macchina del suo collega quasi mi investe, gli tolgono le cuffie gli fanno mostrare la lingua svuotano i sedili dietro come in una barzelletta lo portano via, “spaccia” mi dice solo muovendo le labbra uno dei due vecchi quando chiedo che ha fatto; i due vecchi sono come me, guardavano la scena, le scene, tutte le scene, le sceneggiate; e arriva un ciclista che frena quando parte spaventosa la sirena; io seguo il prete fino al ghetto ebraico – e sappiamo tutti cosa si fa al ghetto ebraico – cosa fanno i preti

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è tutto più vivido e bello: le signore che comprano i vestiti due a un euro; l’anello azzurro già sbeccato che mi son presa io; le persone pigiate nel bus, addosso alle porte; un suonatore di sassofono che siede su una pila di libri e gonfia la guancia sinistra più dell’altra e fa sempre lo stesso pezzo di Besame mucho; un tizio incazzato al semaforo, le rose delle aiuole, un vecchio seduto su una panchina che se ne va quando arrivo io, i menu dei bar

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Leggo tutti quei russi, poi vado in Russia, e non ritrovo niente di quello che ho letto (e che è stato scritto cinquanta anni fa). Che strano. Tranne una cosa, un Dostoevskij, trovato per strada mentre ero con te e che a te mi riporta, e a Napoli, e a Genova.

Ora che vivo nel Queens e sei al 43° posto nelle ultime chat di whatsapp, ho controllato, sarà stato Natale. E poi qui in Russia non c’è neanche un po’ d’America. Niente. Tutti questi anni a farsi scaramucce e poi i due fratelli han litigato davvero, pesantemente, di quei litigi fatti in silenzio senza tutto il pubblico delle marachelle che invece…

In Russia non c’è niente di quello che credevo di trovarci ma io ne ho visitato solo il milionesimo di un milionesimo, una parte comunque meno importante della parte -bellissima- che hai avuto tu (che ora sei al 43° posto nelle ultime chat di whatsapp) nella mia vita.

Eppure è questo freddo che sento meglio, e non più le tue mani sul collo sul 39 per Brignole con la mia testa che ballava febbricitante nelle curve e lo sguardo imbarazzato di quell’uomo solo. Sono queste architetture a entrarmi negli occhi, e restarci, più di tutte le nostre chiese a pianta tonda percorse con negli occhi lo stupore dei bambini! Ho persino chiamato “padre” il prete una volta, tanto mi era stato simpatico.

Vivo a New York. Leggo i russi vado in Russia. E 73 pagine sgualcite che ho lasciato nella libreria a casa dei miei mi riportano da noi

Traduzione di Elsa Mastrocicco

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Sua madre è sorda.

Suo fratello: meccanico.

Suo padre è un pezzo di merda, boh.

Lui ha lasciato la scuola più presto che poteva e non so dove ha preso tutte queste parole messe esattamente dove dovrebbero essere. Però sospetto non ne conosca gli esatti significati.

[Quanta presunzione! Le parole le mette esattamente dove io credo che debbano stare. Però non diamo loro gli stessi significati]

Quando mi ha detto Ti amo io non volevo, ma ho distolto gli occhi e ho sentito per la seconda volta un grumo dentro enorme, e non si scioglieva (e oggi non ce l’ho più dev’essere esploso)

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aria

Continuo a segnarmi la chat come “da leggere”. Ogni volta che faccio partire il vocale e sento la sua voce penso:

– al francese

– alla francia

– all’Algeria al Canada ai miei amori lontani

– ai miei viaggi in Marocco e ai libri sul Marocco che ancora sto leggendo

– alla persona che sembra piacermi un po’ più delle altre ora

– ad altre chat a cui devo rispondere.

E intanto ascolto canzoni d’amore e mi metto nuda alla finestra e vorrei fumare. E intanto mi scrive un pazzo o la pazza son io e leggo articoli sulla fatica di fare il lavoro (culturale) che si ama. E l’opera omnia di Caproni è troppo lontana da qui. E Pasolini. E Tondelli. E i blog di geopolitica che segue Simone e che stan dalla parte dei serbi. E mi arrivano altri messaggi folli e la pancia non si muove. Anzi ho freddo, molto caldo, freddo, c’è meteo variabile. Uno smile alla fine di cotanta poesia!, per carità… Mi sento come a maggio a Nizza in véranda. Anche scopro in modo liscio e naturale nuove strade genovesi. Ho bisogno di aria

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Patetica; ennupla.

Ho parole da scrivere nel mio quaderno e me le appunto qui in testa, perfette per me e il mio nuovo taglio di capelli, che a lui piace

Oggi ho fatto il bagno al mare invece di prendere con te il treno che forse hai poi perso, e quando mi respiravi dietro e non ti vedevo la faccia immaginavo fosse un altro, e mi sentivo infelice e scema

Mi hai rubato una foto in cui a cosce nude penso al sole e alle onde del mare e mi concentro per non sentirti che canti

E ancora comunque mi sento quella sbagliata

.

.

.

Ah no: patetica; ennupla.

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onde

Cercare il diario dappertutto alla fine scrivere sul blog

ma non so bene cosa

Mi sa che mi viene l’ansia appena conosco una persona nuova, la conosco in quel senso, nel senso di lingue e mani e certe precise parole che per me han perso di significato molto tempo fa

Avere playlist infinite di cose da fare e agende di canzoni da ascoltare

Valigie da svuotare dell’ultimo penultimo terzultimo viaggio e di quattro viaggi fa

e tra poco riparto

Le lacrime

Il bisogno totale di sole e carezze poi uno mi secca la pelle e le altre..anche

Non saper attendere; non saper progettare; non saper rifiutare, non saper dire sì ad occhi chiusi e che poi valga per un po’

Provo a concentrarmi sul modo delle tue dita di stringermi la spalla, sulla tua testa sotto le mie mani, sul colore del mare, la musica dal vivo, le onde che spruzzano e spruzzano ma alla fine mi bagnano precisamente soltanto metà dell’alluce che resta oltre l’unghia,

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Zeneize

Mi fregano così, mi parlano in una delle lingue che mi interessano e che sto imparando e per me è subito amore

Il modo in cui ti stupiva il mio modo di dire boujaloud

Quando mi correggi i vicoli perché qui non siamo a Napoli e li devo chiamare carruggi

Secondo me mi si sgranano tantissimo gli occhi e anche le orecchie, o addirittura si vede attraverso il mio sterno tutto spaccato che mi si allarga il cuore, quando dici mesciùua, belandi, jamin-a, e la canti…

E tu ne approfitti!

E mi raccontano delle storie, della storia! La storia dei nasi tagliati d/ai Lercari in via Garibaldi. Di quando per andare a Sampedaena si doveva passare da Rivarolo (e ora, invece – – – ) e che è per questo che i doriani con Genova non c’entrano un cazzo davvero. Com’era la Gradinata prima che rifacessero lo stadio per i mondiali del 90. La storia della statua a Corvetto e del sacco di Genova. E che qui prima c’era un’osteria dove andavi a mangiare. O com’è andata quel giorno che è morto Spagna… Carlo

Ne parlate tra di voi come se non fossi foresta e si trattasse solo di ricordare assieme, e io mi sciolgo

Ne parlate in dialetto, e io mi innamoro

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Mi chiami

Mi sono liberata delle ultime tracce di te, via il miele via il fiele, chiudo il bidone e mi chiami. Fa male la tua faccia nell’oblò verde della schermata whatsapp

Riprendo l’ascolto dove l’hai interrotto, medicine, medicine woman medicine man, walking with grace, i know your face and i trust your hands Il contrasto è totale. Mi faccio curare sempre da mani sbagliate. Non mi fido nemmeno delle tue unghie

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di nuovo su un treno, questa volta urbano, o mi vieni in mente alla nunziata, e mi è già passata

ho superato anche questa anche se non indenne, e voglio tornare presto al Castelletto ed al bar per godermeli senza di te. Sono ancora incredula, a raccontarlo non capisco, forse i pezzi mancanti sono scivolati via col vino.

Mi restano due segni rossi, labbra ulteriori, dove ti sei (s)fregato, e certe istruzioni mediche in borsa, il tuo messaggio vocale che a volte riascolto a monito, e nessun buon proposito fatto perché deviare e sbagliare tantissimo (deviare da cosa, poi?) fa parte di me e oppormi è inutile.

(E un amante per domani a dimostrarlo, perché le mie cicatrici non ho mai saputo far altro che allargarle, infettarle

(E una parentesi aperta, non quella che credevo)

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Non parte

Devo scrivere. Dovrei scrivere su carta ma esito, scomoda su questo copertone davanti a quest’imitazione di mare alla Foce. Non parte… O meglio è partito, l’ha chiamato la moglie, è sceso, è tornato indietro. E ora chiama me.

Baciarsi nella puzza di fritto dopo le confessioni (e siamo a 2 su 4) e le promesse e proposte (ti faccio venire a Bruxelles per il ramadan, certo, corro) e salutarsi ridendo mi andava benissimo… Avrei avuto un altro amore breve di quelli che intristirsene è bello.

Invece lui non parte. Non è partito e sarà già al bar, e io che volevo bermi un vino con Gianni non so bene che fare (e mi bagno i piedi nell’olio e la rumenta) e non rispondo al telefono

Magari sto ingigantendo tutto, ma il registro chiamate perse e ricevute non mente. Sicuro non è la persona giusta, ma mi parla con il suo accento e mi sorride mentre suona e fa ridere i miei amici e li schioda dalle loro tristezze. Elena dice di divertirmi e basta. Io sono in un periodo così serio e serioso e pensoso e in bilico che

che forse dovrei davvero aprire il cuore e le gambe e lasciarmi andare

e intanto disegnare senza distrarmi, impararmi meglio, sapermi dosare, non lasciarmi trascinare troppo da questa città che disfa le cose in un modo così perfetto

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Boujaloud

Dice che mi sente nella voce che sono stanca
Dice che ha capito quel giorno che qualcosa non andava e per questo mi ha offerto da bere…

Ma io sono piena di energia ed ero felice di vederlo suonare nel mio bar preferito e non capisco se davvero mi conosce così bene dopo un porto due chiacchiere e tre baci che ci siam scambiati o come faccio a mandare alla gente messaggi così schizofrenici su di me…

Parte domani e io non avrò capito che cosa sto perdendo
Parte domani e avrà lasciato nel bar un’onda lunga di gioia, ché tutti quei sorrisi su quelle facce dietro alle montagne di bicchieri non li avevo mai visti. E non dimentico nemmeno le nostre risate, accettare che io sia per lui una “magie” senza dovermi sempre schernire
Abbiamo già il nostro soprannome eppure tremo quando mi parla di loro

Domani parte e resterà un’altra parentesi a matita aperta sulla mia moleskine esausta. Tra molto tempo rileggerò e scoprirò che si è chiusa. Magari a biro, asimmetrica, e perfettamente mia

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Verona ti accoglie così, ma non bisogna farsi ingannare dalle apparenze:

.

Le ali degli uccelli qui sono affilate come lame:

Anche l’acqua si taglia:

.

E c’è il congresso delle famiglie ultraeterocattomofobe:

.

(Fate caso a quali <<PRESENZE>> occupano piazza Bra)

.

E questa la chiamano torre dell’orologio, ma io dico che c’è differenza tra congiunzioni e preposizioni:

.

I militari: stonano. Ma quelli stonano dappertutto:

.

Tutti questi new jersey: stonano

nonostante il bel lavoro del liceo artistico statale:

.

Per fortuna, le persone sanno aggirare gli ostacoli, o sedercisi sopra:

.

Le strade sono invase dai turisti:

.

E poi ci sono i recinti dei recinti nei recinti:

.

E muri che collezionano lapidi dedicate a soldati morti per varie guerre stupide, che sembrano quei corpi coi tatuaggi sparsi, che assomigliano alle lavagnette di sughero prese all’ikea piene di post-it di cui in realtà non ci ricordiamo mai, ma vanno esposti:

.

Muri ovunque, fin dentro i portoni:

Ma c’è anche chi i muri li abbatte!!

O li dipinge:

E ci sono Femminismi Manifesti:

E allora sì che mi innamoro e viaggio, e sorrido

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