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Archive for the ‘Traduzione a parte’ Category

Appunti su Genova 2

[La prima parte qui]

9. Le bambole, come i bambini e le bambine, hanno pelli di tutti i colori:

10. A Genova c’è un quartiere che gli han rubato il prete, e sto prete era uno tipo così:

Don Gallo

(e il quartiere è il Carmine…)

11. Genova le nasconde bene, benissimo, ma ha certe piazze che sono perfette per farci delle foto da turisti:

#piazzadellolivella #gatto #ciaoigers 😂

(Poiché non sono una travel blogger, la storia della piazza ve la passo così)

(e poi manco io ho avuto il tempo di leggerla che sono venuti a prendermi in motorino e ciao, sangria in spiaggia)

12. Il chioschetto della spiaggia si chiama chiringuito, pare.

13. Ci sono chiese anarchiche con buttafuori ultrà:

14. e sante patrone dei selfie:

15. Verso *** c’è una calanca segreta e mi ci ha portata Stella ed eravamo solo noi al tramonto e c’è uno scoglio abbastanza piatto da starci comode e farci stare in piedi un boccione di vino bianco.

16. Il sedici c’era più gente, ma anche più sole e più voglia di stare in mare e far niente, e anche lezioni di biologia marina. E amore e lavarsi nel mare il sudore delle passeggiate improvvisate. E sentori di perfezioni in arrivo. E voglia di tornare presto e di nuovo senza dolore. 

Appendice. Riconosco che sono in viaggio dalle unghie. Quando porto i piedi sui bus sui treni o per le strade di nonsochecittà mi dimentico per un po’ delle mani e quando le riguardo sotto le unghie c’è una traccia nera e non è sporco: è viaggio. Mi succede nelle grandi metropoli, ma soprattutto nelle passeggiate, sulle strade sterrate o i sentieri di bosco. E io annuso sempre questo sporco dei viaggi. Un millimetro per sei di ricordo e felicità in polvere! E ieri che è stato mare, litoranea, aggrapparsi alle alghe per risalire sullo scoglio, pesci… quella traccia nera sapeva di mare. E io mi sarei tenuta le unghie nere, ecco, se non avessi dovuto togliermi le lenti, smettere di sforzarmi di tenere a fuoco il mondo (perché il mondo incendiasse me) dal tavolino d’angolo di un ristorante sul mare, come in un film d’amore e notte, in una canzone d’amore e onde.

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Appunti su Genova

1. Immagino si possa dire si tratti di amore quando ti eccitano anche i suoi aspetti peggiori. Io ero tutta emozionata già a Sampierdarena, fate voi:

2. Alla commenda di Pré c’è una chiesa che al tramonto la illumina il sole e potresti quasi credere in dio. Alla messa: una donna velata, un uomo con una borsa arcobaleno, un’ex prostituta che fa fare il giro turistico delle tele e delle statue a un uomo basso, gli ex voto dei sudamericani, ed Elena che a 80 anni si veste sempre d’azzurro e lascia un’offerta in ogni buco che trova. Disturbiamo la funzione promettendoci di vederci da Vitale, perché Mohammed non lavora più qui.

3. Se decidi di entrare in città passando da via Pré e via del Campo devi mettere in conto che ti innamorerai almeno venti volte, anche trenta.

4. Pisciare sui gradini del portone a fianco al tuo perché non ci si siedano le coppiette. Ma tanto loro non si dimenticano:

5. Ci son volte che il Palazzo Rosso è più rosso delle altre:

6. Nei vicoli pedonali c’è più smog sui muri che nelle strade di passaggio. Forse perché una volta non erano pedonali, forse per lo spostamento d’aria dalle vie percorribili a fianco; forse perché chi ci abita non crede di doverli pulire e si abitua a questo grigio più scuro ogni giorno di un tono.

7. Ci sono persone che vanno al ristorante a mangiare da sole perché sono sole, altre che vanno al ristorante a mangiare da sole perché vogliono star sole, e altre ancora perché si ritrovano da sole per caso – e quelle le riconosci perché si guardano tra loro, e si chiedono perché non si sono invitate a vicenda, e alla fine trovano una scusa per parlarsi (“Buona ‘a farinata?” E io ho risposto “Grazie” perché avevo capito fosse un augurio. E lui mi ha detto: “È anche un augurio”. E poi ci siamo dati l’arrivederci. E la prossima volta sapremo riconoscerci e sceglierci.)

8. Mai appoggiarsi ai paletti per strada. Anche se sono troppo alti perché ci pisci un cane, e troppo esposti perché ci pisci un uomo, c’è sempre la vecchina del palazzo che ci pulisce la scopa:

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Al primo posto c’è il Toro e tutto quello che sa darmi quando vince, quando vince all’ultimo, quando vince coi più forti, quando vince con chi odiamo, quando perde ma han sudato tutti 22 maglie, quando perde ma non meritava, quando perde ma la curva ha vinto, quando perde ma mi ha fatto fare giri allo stomaco e fatto venire tremore ai ginocchi.

Al secondo posto i fratelli, quelli dei gemellaggi: la Fiorentina e il Genoa. Quando vincono, quando la Fiesole o la Nord fanno la loro porca figura, quando son sugli spalti con noi e ci ubriachiamo come fosse un festino di adolescenti. (Aggiungiamoci gli amici dell’Udinese e dell’FC UNITED…)

Al terzo posto c’è il bel calcio straniero, il bel calcio di squadre di cui non mi frega niente, il bel calcio di squadre piccole che combattono battaglie gigantesche, dei giocatori che rinunciano a simulare un fallo e continuano l’azione e finisce pure bene… o una curva pazzesca di una tifoseria anche nemica (tranne LA nemica), una bella battaglia fuori dallo stadio senza lame e senza infamie, uno stravolgimento di partita a base di cori fumogeni e amore.

E al quarto posto nella mia classifica erotica calcistica ci sono le disfatte della j++e, oh quando la j++e gioca così male quanto godo!, quando non si beccano i rossi che dovrebbero ma l’altra squadra li fa neri comunque – e a me della lazie non frega niente eh, il mio ex compagno alla domanda “ma scusa ma tu tra Squadra-x-che-non-è-il-Toro e j++e per chi tifi?” rispondeva “tifo che esploda lo stadio” – ma che bello vederli bucare così una difesa che è un colabrodo, e segnare cose che buffon se ne sta fermo a guardarle, e rimontare la rimonta nei minuti di recupero, e i filmati dei bambini felicissimi e delle magliette dei gobbi con dei profetici “TRY AGAIN”. 

TIFARE CONTRO, di Giovanni Francesio

Tifare si tifa anche e a volte soprattutto contro, contro le squadre dei potenti e dei furbi, dei soldi e delle cose che non cambiano mai, ma a volte sì, contro chi crede di avere le partite in tasca e spesso ce le ha (accanto al regalino per la terna arbitrale), contro chi da anni non sa fare una coreografia decente che sia una, nemmeno quando gliele sponsorizzano.

Questa sera il mio batticuore e le mie urla sono tutte per voi… Bella partita… e j++e merda!!

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Il cielo su

Io che in ogni stanza che abito appendo sempre alcuni dei miei cieli, mi rendo conto quanti pochi ne ricordo se calcoliamo quanti ne vediamo al giorno… Volare è stato bello, ispirata da questo articolo di Massimo Legnani.

*

Ricordo il cielo della mia prima volta, che associo oggi a quel colore, di cui ricordo poco altro. E i cieli e le nuvole su Parigi quando mi illudevo di viverci. E un notturno un mercoledi che facevo una pausa al mare dopo mesi di lavoro e incontravo un amico. Una tempesta sul mare di Boccadasse, con Silvia in primo piano. Le mie prime stelle vere (in campeggio con l’oratorio) e le stelle cadenti con Brucio – che è un peccato che ci siamo persi amico mio. Un aereoplano che ha scritto col fumo nel cielo di New York “it’s a good day” e io ho alzato gli occhi al momento giusto per leggere tra le righe di quei grattacieli enormi. Ricordo come guardo i cieli riflessi nei vetri dei palazzi. Ricordo che mio nonno andando all’asilo mi spiegava ogni giorno un tipo di nuvola diverso (e poi mi raccontava un altro episodio della sua versione della storia di Aladino). A Genova guardo prima al mare, per poi scoprire che è un riflesso…

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Se volete sapere come mi sento ora andate sul canale 57 e moltiplicate i minuti di gioco per il numero dei gol già fatti dal Toro e quelli sono i miei battiti al minuto, amore mio

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Ma che ci posso fare se appena vedo tanto così di calcio e curva mi eccito da morire, che i fumogeni mi sembra di averli sotto il naso, e i flash delle torce e la partita a fette per via dei bandieroni e le schiene dei tifosi e le facce degli ultras le sigarette fumate per tensione o scaramanzia o quando arriva una zaffata d’erba o passano un Borghetti 

o la palla che entra in rete innesca un meccanismo tipo trappola-dei-goonies o battito-d’ali-di-farfalla-che-scatena-un-uragano e qualcosa scorre sotto l’erba fino alla curva e un’energia animale entra nei piedi di tutti quanti e ti scuote le ginocchia ti strizza le cosce ti morde la pancia ti gonfia le braccia e ti alza le mani al cielo e ti spalanca la bocca e questo succede a ognuno di noi in quel momento e ci succede tutti insieme e urliamo e i piedi si staccano dagli spalti quando la palla si stacca dalla rete e mentre tocca terra dietro la linea è gol, è GOL, cazzo, gol, e tu sei molto viva e felice e qualcuno ha la lucidità, sì la lucidità, di accendere una bomba carta, e le prime sciarpe roteano e le bandiere si moltiplicano e si iniziano a fare i conti delle birre rovesciate abbracciando gli sconosciuti, e ti innamori (di nuovo) e sei felice (come sempre) e bambina (o animale, o ultras, o donna) e non importa se è il gol del vantaggio o il gol del pareggio o se sei sotto di tre né chi ha segnato: è amore, amore, è giocatore corsa calcio palla energiasotterranea piedi gambe braccia mani lingua amore, bandiera, vita!

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Ho la testa che va in cento direzioni diverse, la principale sicuramente a sud-ovest (il cuore invece più a nord, ma potrebbe essere un vicolo cieco)

Ho la pelle sudata, e arrugginita, il respiro artificiale delle macchine è vuoto di ossigeno e amore, di interesse

Ho i piedi stanchi di stare fermi, o percorrere il corridoio che sanno a memoria, o andare al mercato (anche se poi le mani e gli occhi sfogliano con piacere le monde e le altre parole del giornalaio)

Ho un collo incastrato tra i miei capelli lunghi e senza colore e la schiena da scrittrice svogliata

Ho un corpo che tutto, fuori e dentro, vorrebbe essere altrove ora e non mi fa neanche male – e questo è buono – ma mi distrae dalle cose fisiche e intellettuali di tutti i giorni e da me, che sono come uno scarabocchio* da cui non si riesce a capire nulla

*era questo che intendevi alla fine della tua cartolina?

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