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Archive for the ‘Traduzione a parte’ Category

A me il calcio continua a piacere, e tanto, sempre con quel sottile senso di colpa perché è lo sport nazionale (e a me le cose nazionali non piacciono) e perché è lo sport degli sciocchi (conosco bene le implicazioni del panem et circenses).

Quando passano la notizia della Uefa Under 21 di ieri chiedo a nonno “Hai visto?” e lui mi fa “No, chi ha vinto?” e io (che poi in generale manco tifo Italia ma mi è uscito spontaneo così, e mi sarebbe piaciuto rimontassero ieri, in 10 contro 11 – una certa squadra mi ha insegnato che è possibile) rispondo “La Spagna, noi siamo usciti”.

“Tu mica eri in campo”, ribatte. Va avanti così da quindici anni, dalle mie prime partite del Toro. Io uso la prima persona plurale e mio nonno mi dice “Tu mica eri in campo”. Impossibile che mi ricordi di declinare meglio, impossibile che lui si arrenda al fatto che io mi sento parte di quello che succede in campo in quei 90 minuti (se gioca il Toro più che altro, e se sono allo stadio; guardare altre squadre da casa è diverso).

Chiedo a mia nonna se devo portare in salotto tutti i piselli o solo un piatto per me e lei pronta si alza, “Ci penso io!” Provare a fermarla – “Basta che mi rispondi e faccio io” – è inutile. Lei è già a metà corridoio e sta urlando “Sono vecchia, devo camminare!” sorridendo e muovendo le braccia come una ballerina di merengue.

La raggiungo lo stesso in cucina, ridiamo, e lei se ne esce: “Oggi sì che posso ridere, non è mica venerdì!” Le chiedo “Perché, il venerdì è penitenza?” e noto la collanina col crocifisso appesa a una sedia. “Ma no”, canticchia: “è che se ridi di venerdì poi sei triste per tre dí! Sabato domenica e… lunedì!”

Fuori scoppiano una specie di bomba a chiudere la filastrocca e illuminarci il viso e un enorme acquazzone. Le dico guardando verso il piano di sopra che “Forse dovrei andare a controllare se piove di stravento perché le serrande son su…” Mi risponde “Ma che te ne frega?” Io stupita: “Ma nonna, poi si bagnano i vetri, mi dispiacerebbe” e lei imperterrita “Ma lascia che si bagnino!” Io sempre più stupita “Sì ma poi son da lavare” e lei “e che si arrangino, se li lavino! Io quando hanno le lenzuola stese fuori mica vado a dirglielo eh, solo l’altra volta mi han fatto pena, perché dovevo fare il pesce, tua mamma e tua nonna erano partite e io beaaaaaata, mi sono arricriata, tre chili di aringhe ho fatto, sai che puzza! Allora son salita e gliel’ho detto all’americano: io pesc’, tu lenzuola! Così vedi che le ha tolte!”

Io rido (ancora! Tanto mica è venerdì) e credo di aver capito… “Nonna, ma mica voglio controllare i vetri dei vicini, parlo della finestra della cucina di mamma!” Risposta: “Oooooooossignur! Corri!” e mi sbatte fuori di casa e mi segue su per le scale con tutti gli stracci che ha e si rifiuta di prendere l’ascensore “perché se poi manca la luce e io son dentro mi fregano, e con tutto quello che ho passato me ne muoio lì di crepacuore”. Il salotto è un piccolo lago e mentre mia nonna mi fa spegnere la luce perché i fulmini “sono attirati dagli uncinetti, dalle croci e da tutto quello che brilla” io faccio ancora in tempo a vederla che se ne pattina vicino alle finestre, sugli stracci, “per asciugare meglio negli angoli” o forse come da bambina – quanto è bella. 

Quando tutto è asciutto torniamo giù a casa sua ché a nonno già gli manca, e si ricomincia…

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La voglia di Londra me la son tolta, restano un po’ Berlino e rilassarmi ad Amsterdam e soprattutto dintorni; la Francofonia europea, ma quella è scuola; rivedere Parigi Sherbrooke e New York; ma la voglia che ho più forte, ora, e da tanto, è ROMA.

ROMA con Stella che ci ha abitato, ROMA con Silvia come siamo state a Napoli, ROMA con le Ragazze perché metterebbe d’accordo tutte, ROMA per rivederci Ale, ROMA per rivederci quello che avevo conosciuto a un ecovillaggio – che come me viveva sospeso tra natura e città, ROMA con mia sorella forse – per farci pace – non fossero bastate tutte le trasferte e le pizze dai laziali, i commenti sulle tette, i commenti su chi fa i commenti sulle tette, le litigate coi poliziotti per bere un sorso d’acqua, lo stendardo sequestrato…

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Lei si fa una doccia calda, anche se è estate, perché le piace quella cosa che le bruciano i graffi, e le sembra sempre di dover fare pipì. Si passa le mani ovunque le sembra ci sia ancora schiuma, per accarezzarsi meglio. È felice in questo suo bagno azzurro, arabo forse, che ha trovato così all’ingresso nel suo appartamento, la prima volta. 

Le ricorda il mare. Perché non ha il box doccia, ma bisogna stare in piedi al centro, ricordarsi di spostare carta e asciugamani, portatrucchi, spazzolini, come nell’albergo romagnolo della sua infanzia. 

C’è un rumore assordante, l’acqua fa eco a se stessa e nel cavedio cieco, e soprattutto il vicino partecipa volentieri alla gentrification del quartiere, sventra il suo alloggio per affittarlo a qualche studente, quattro artisti, o una famiglia di vegani. 

Le ricorda un simulatore come quelli delle giostre – manca solo il movimento – o come quello di Londra, al museo di storia o di scienze naturali. Quell’estate è partita coi suoi amici del calcio, erano sempre strafatti, e con G hanno deciso di provare tutte e otto le realtà simulate, di cui ha infatti otto video nell’hard-disk, dove cantano cori da stadio senza mai togliere gli occhiali da sole. All’uscita c’è una coda di bambini, inaspettata. Scendendo la scaletta la guardano con attenzione semplice, e sincera curiosità.

Alza le braccia per sciacquarsi le mani e sfregarsi gli occhi. Apre gli occhi e se lo trova davanti, lì da chissà quanto, che la guarda con attenzione semplice, e sincera curiosità

Si copre il seno con la sinistra, tra le cosce con la destra, pensa ‘i capelli, come saranno girati? la schiuma, colerà dove non sono coperta?’, non fa in tempo nemmeno a stupirsi e a spalancare la bocca che lui dice ad alta voce

“Que je t’aime”

Non Ti amo, quindi, ma Quanto ti amo. O Come… Come una mezza domanda. Come una cosa meno definitiva e finta, una cosa che naturalmente ha un limite, che però per il momento è indefinito.

Lei scopre i seni per chiudere i rubinetti. Poi si avvicina. E mentre con la mano destra gli tocca il viso e con la bocca gli ripete “Que je t’aime” ridendo piano – come una critica positiva – e poi lo bacia, con la mano sinistra prende l’accappatoio e se lo infila come fosse un cappotto e loro dovessero uscire. E infatti escono, prima che diventi troppo libro, troppo film.

Lei si ferma in camera ad asciugarsi e rivestirsi, poi lo trova sul divano della cucina, va a sederglisi accanto e lui le chiede: “Ti ricordi quella conferenza a cui eravamo andati, sulla visione della Francia nei media canadesi? Oggi ho letto un articolo che…”

Lei lo guarda, con attenzione semplice, e sincera curiosità.

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Ogni giorno

i cambiamenti di tempo

i cambiamenti di luogo

i cambiamenti di stato

i complementi di mezzo e compagnia

sono tutte cose dolorose e inutili quando non sei certa di chi sia il soggetto, e quale sia il verbo

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Esco di fretta dal bagno perché sento rumori di sedie e ho paura che nonna stia pulendo la cucina al posto mio. Mi piace mangiare da loro sempre le stesse cose semplici: la pasta al sugo con più olio e aglio che sugo, le lattine di legumi, la verdura bollita tutta insieme o un’insalata 

ma il basilico te lo taglio io ché tu non sai come si fa, e se ti sbagli poi non cresce più!

Quando ho finito mettiamo sul fuoco la caffettiera da tre: io ho diritto alla metà, mio nonno a due terzi di quello che resta, l’acquetta è per nonna; io lo bevo amaro, mia nonna fa le smorfie, mio nonno si fa mettere tre cucchiaini di zucchero e poi ne aggiunge un altro facendo finta che sia di nascosto mentre ci giriamo dall’altra parte.

Mia nonna mi racconta che un giorno è andata a chiedere al vicino americano di aprirle una bottiglia troppo dura e l’ha sentito mormorare dietro la porta col coinquilino

Ma chi può essere? Hu is i’? Hu is i’?

Mio nonno mi dice che al tg c’era una che si chiamava F L, proprio come mia nonna.

Mia nonna mi dice che a volte sta in balcone tutta intontita perché – sempre il vicino –

fuma quelle sigarette che non sono mica sigarette, e poi c’è una puzza!

Io rido tantissimo, come le avessi fumate io.

Dopo il caffè sparecchio e scopo per terra dove loro non vedono, e perché loro non scivolino. Lo faccio per amore e con noia, a casa mia non scopo mai. Le briciole lascio che le porti il vento, e se vogliono prendersele le formiche che vengano – a insegnarmi l’ostinazione e la leggerezza del camminare senza calpestarle.

Poi me ne vado su a casa dei miei e sparecchio pure lì, la mia colazione. Perché io nelle cose di casa ho i tempi lunghi, le faccio sempre la volta dopo. Così in realtà è sempre un preparare più che il contrario. E con mia madre non troviamo la quadra mai perché lei invece toglie l’olio di tavola quando ha finito di usarlo e capita che tutte le forchette anche le tue siano già in lavastoviglie quando decidi di assaggiare le zucchine.

Anche mia nonna vuole far tutto. Non ha più un buon numero di organi interni fondamentali ed è pallida e stanca ma dice che si annoia se non ha qualcosa da fare. Anche se in realtà avrebbe da dire mi sembra nove rosari, uno per ogni grazia chiesta o ricevuta per lei o un parente, e ogni tanto la becchi a portarsi avanti col lavoro nelle pubblicità di forum, o mentre parli con qualcun altro, o se rispondi a un messaggio sul telefono.

Oggi il telefono non me lo son portato dietro. Così adesso ho 149 messaggi da leggere su Whatsapp… e il racconto fresco di quando i miei le han detto di essere diventati nonni (e che lei era di nuovo bisnonna), la fotografia mentale dei suoi occhi luminosi, la registrazione affettuosa della sua risata!

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Soffoco un gemito (ma non come nei romanzi, che è una metafora: mi porto la mano alla bocca e il mugolio esce piano ma c’è, senza fiato che lo porti in giro per tutto questo treno costoso) alla vista del mare dal finestrino e mi viene un po’ da piangere e penso che la prossima volta lo vedo mardi, o dall’aereo?

Ma ho una buona piccola rosea ragione per partire così presto da Nizza e ho come l’impressione che vedendola mi mancherà di nuovo il fiato, come ieri, stesa a letto a guardare il soffito senza pensieri solo sorrisi, e che non mi mancherà niente. Anzi, di nuovo, da vicinissimo, mi sembrerà di vedere il mare… un mare più immenso di questo mare immenso, in salita, un mare più azzurro di questa Costa Azzurra, un orizzonte bianco ma non di nuvole, una magnifica vita per una magnifica famiglia…

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è una cosa magnifica, ecco.

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