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Archive for the ‘Viaggi mentalinguistici’ Category

Ho visto un video de I cani su youtube e non so perché mi ha fatto pensare a Montréal, a quella volta che avevo casa a nord della Petite Italie… L’airbnb aveva piante ovunque e il bagno azzurro e poster di gruppi metal e un mobiletto ikea all’ingresso per lasciare le scarpe piene di neve e bei libri e dischi nella mia stanza ma non ci siamo parlati granché, giusto il tempo di consigliarmi un caffè italiano all’angolo per il mattino dopo.

Non c’è niente che io voglia evitare in viaggio più degli italiani ma mi interessava la storia dell’immigrazione in Canada e volevo vedere se il quartiere mi ricordava l’Italia come descritto nelle guide e poi sapevo di avere bisogno di un caffè in fretta quando mi sarei alzata, ché se do tempo al sonno di restarsene fra i piedi poi la stanchezza mi diventa tristezza e mi rovina le giornate. Mi ero abituata ai superbicchieroni biologici pieni di brodaglia della mensa universitaria, ma ero anche curiosa di vedere quanto c’era veramente di italiano in quel bar: curiosa tipo sfida, perché non era la prima volta che leggevo espresso e che la gente mi giurava che era ottimo, e invece era solo una versione ridotta della brodaglia, che non mi svegliava per nulla e costava di più.

Mi risveglio ed esco che c’è sole e io ho gli scarponi e le palpebre pesanti, vado a destra e cammino, dimenticando che quando in Canada ti dicono “tra due isolati” può voler dire anche “tra due chilometri”. Quando inizia a venirmi il dubbio di aver preso la direzione sbagliata vedo un sacco di persone all’angolo, persone dappertutto, persone in piedi, persone sedute su una panca di legno rosso, persone con il cane nell’aiuola, persone che attraversano… Una quindicina, almeno (se le ho descritte come una folla è perché negli ampi spazi canadesi, dove gli autoctoni hanno bolle larghe anche più di un metro, quindici persone così vicine tra loro sono una folla, davvero).

C’è una finestra da gelataio e un gelataio carino che si affaccia ogni trenta secondi a prendere le ordinazioni (gelataio? Ma i Canadesi lo sanno che fa meno 15 qui da loro?) e quando mi avvicino scopro che è caffè che gli chiedono e lui sporge da quella finestra, che il locale ha una sala piccola e un bancone da ristorante con poco posto per appoggiarsi (per me un bar non è un vero bar se al bancone non ci stanno almeno due persone coi gomiti belli larghi e il giornale aperto) (alla pagina dello sport) ma che c’è anche poco posto per aprire un pc e studiare, ché ne parlavo con Sylvain che è francese e ci si diceva che è bello poter andare a lavorare in un bar, musica e odore di caffè in sottofondo, ma ci mancano i bar dove si sta al bar, a fare le cose che si fanno nei bar, i caffè i caffè corretti gli amari il gotto di vino parlare di politica e di sport e col barista che sa tutto di te e tu sai già chi trovi e a che ora o puoi fare due chiacchiere con chi è li per la prima volta.

Davanti a me in coda ordinano due espresso in inglese e il gelataio passa l’ordine all’indietro e dice DUE e a me brillano gli occhi e al posto del mio espresso gli chiedo in francese se è italiano e lui mi dice di no, ma il proprietario è italiano, e suo figlio è italiano: indica il ragazzo dietro, rosso di capelli e di viso come in un film sugli immigrati – irlandesi – nel west side di New York. Ordino nella mia lingua e il rosso nella mia lingua mi spiega che però l’italiano lo sa poco, lui parla inglese, e un po’ di dialetto, perché suo padre prima di arrivare oltre oceano era calabrese e sapeva l’italiano, ma sua madre era calabrese e sapeva solo il calabrese… E io avrei voluto dirgli che non c’era bisogno di giustificarsi, che ognuno è libero di sapere le lingue che sa e come le sa, e che non era il caso di dirmi da dove vengono i suoi perché un accento così forte, ma così forte, io non l’ho mai sentito (neanche quella volta andando a Porta Palazzo che c’eran due signore che parlavano stretto e ci ho messo tre fermate a capire che non erano straniere): un’aspirazione ogni lettera, la cadenza che non mi era mai capitata di chi non è mai entrato in contatto con l’italiano standard della nostra tv, con gli insegnanti a scuola, i compagni di un’università nel nord.

Esco con la mia piccola tazzina che mi sembra un tesoro, penso che io in teoria il caffè lo odio, e non faccio in tempo a chiedermi perché quella sciocca felicità che mi fanno posto sulla panchina e attaccano bottone, mi riconoscono straniera e mi chiedono di dove sono, dico che studio a un’ora da Montréal e sono salita nel weekend e so che si chiedono cosa ci faccio in quel quartiere e allora dico che sono italiana, chiedo se questo è davvero il quartiere italiano, e mentre mi indicano il proprietario bevo il primo sorso e mi sento commossa come in un film idiota perché finalmente,, finalmente…. quello che io, in quel momento, stavo bevendo…. era un vero,, verissimo,, buonissimo…. caffè italiano! Non una brodaglia ristretta ma una crema calda di gioia e risveglio. 

Un caffè italiano bevuto in un bar italiano, con l’atmosfera di casa: una parlata del sud, i clienti che chiacchierano tra loro e si conoscono, i discorsi sull’hockey al posto del calcio… La giornata poteva cominciare, potevo andare a piedi (attraversando il quartiere) al festival del mondo arabo. Ma non senza aver fatto i complimenti al padrone, che mi dice che è contento e di tornare quando voglio e io avrei voluto tanto tornare sempre, tutti i giorni, ma non era possibile. Potevo solo tenermi stretto alle orecchie, contro il freddo, anche il suo accento misto: che non aspirava molto come quello del figlio ma allargava tutto come le parole in inglese americano che mi aveva regalato quella coppia di siciliani a Brooklyn il primo giorno, quando mi dicevano che avrei dovuto svoltare alla fine della street, e sarei arrivata nella square

Penso ai miei nonni e ai miei compaesani migranti. A certe possibilità sfumate di una vita in Venezuela, scambiate con una mula e del pane. Ai racconti e ai viaggi e alle culture che si sovrappongono nella mia testa. Me li porto tutti dentro, e mi muovono i piedi in giro per il mondo – ogni volta che riparto e mi riperdo e mi ritrovo.

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Pare che questo articolo fosse rimasto una bozza, dal 3 novembre. Ve lo regalo due mesi quasi tre dopo, ripensando al Québec.

Go!

Non è un anglicismo… È un altro regalo che mi fa Westphal nell’introduzione a La géocritique : réel, fiction, espace.

Dopo l’aune e l’autoérotisme, e derechef per ancora una volta… ecco per me tout de go = direttamente e liberamente, senza preamboli, e anche il verbo gober, divorare ma… per aspirazione!

È anche possibile se gober, ma lì ci si mangia forse con gli occhi, col cuore: perché significa avere una grande opinione di sé

E infine è possibile usare goal anche per indicare il portiere, che normalement al goal si oppone! Che meraviglia le lingue…

– – – 

PS) È un giochetto che avevo iniziato a Paris: lo continuo dal Singing Goat, Sherbrooke. È il loro Petit Robert del 2001 che ho fotografato, e pure dimenticando la parola di oggi 😀

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Cercavo l’aune sul Petit Robert del 2011 e ho trovato l’autoérotisme 

c’est-à-dire l’erotismo la cui sorgente [non à un calco, ma un rimando all’esplosione di liquidi] è all’interno del soggetto stesso, e non all’interno di una relazione in cui si è oggetto. 

Non sono contenta della mia traduzione, ma sono contenta di avere dei brividi per la parola oggetto, anche se è vero che c’è sempre una direzione nell’erotismo, o meglio due. Mi dico che lo scopo di ogni relazione erotica potrebbe essere cercare di restare due (o più) soggetti, io desiderante, tu desiderante e non solo desiderata/o… o magari farsi entrambi: desiderio!

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PS) È un giochetto che avevo iniziato a Paris: lo continuo dal Singing Goat, Sherbrooke. È il loro Petit Robert del 2001 che ho fotografato, e pure dimenticando la parola di oggi 😀

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L’ho già detto che sono a Parigi?

E niente, mi sorprendo a rispondermi “il est qua” cercando il pc, e adoro il modo in cui le lingue cominciano a mischiarsi nella mia testa!

* * *

[Scritto il 23/08/2016, secondo giorno a Parigi, Canada -1, QUI il resto delle mie avventure parigine e canadesi…]

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Un’altra serie.

È così bello e facile stare meglio creando piccoli rituali legati alle cose che ci piacciono di più!

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Sono partita per Paris da cui partirò per il Québec. Non ho potuto portare con me i miei dizionari, le mie parole.

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Ma in questo appartamento pieno di libri e filosofie ho trovato un Larousse tascabile Français-Anglais e ho cominciato aprendo guarda caso su

LEA, langues  étrangères appliquées  (facile), leader e leadership  (pure) e finalmente leccare:

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Non contenta, volendo fare la prova all’indietro, cercando e non trovando wash up ho scoperto che il washout inglese è il fiasco (!) francese, sono capitata su roast-beef scritto rosbif e su nightie (pronunciato con -i- finale) per chemise de nuit.

Insomma, con questo gioco mi son fatta già prendere la mano…

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Sinuoso. - O sincretismo brasileiro, fonte de riqueza para descobrir o sinuoso da historia, da fé e de um povo que afirma no meio de desigualdades injustas, sua alegria e esperança.

C’è un’altra cosa che mi ha colpito, quando ho letto Roland Barthes a colazione, e che venerdì non ho scritto. Non è propriamente una cosa: è una parola. Accade all’inizio dell’intervista:

tutto il suo lavoro è attraversato dall’interesse ai mezzi di comunicazione di massa…

«Sì, ma un interesse ambiguo. Il mio vero interesse costante è stato per la scrittura, la pratica letteraria, che implica una maggior sinuosità…». Se c’era una parola che avrebbe riassunto tutto, ecco, l’ha detta: «sinuosità»

L’ho mai detto che mi impiglio nelle parole? Questa volta è un impigliarsi bello, come quando cammino trasognata, troppo, e mi inciampo ma non cado e rido.

Sinuosità…

Una scrittura e una letteratura sinuose cosa sono? Come strade, strade di montagna, strade sterrate, o collinari, o che ti portano al mare, ti portano in altrovi migliori comunque.

Ed etimologicamente?

Sono caratterizzate da un seguito di seni, mi suggerisce l’amato Aldo Gabrielli, e mi sembra una definizione perfetta per il Roland Barthes che parla di desiderio, che scrive tradotto da Renzo Guidieri Frammenti di un discorso amoroso.

Ai frammenti (uno e due) che ho già amato aggiungo i SENI della SINUOSITA’ di oggi: immagino i corpi della scrittura e della letteratura: rotondi, percorsi, leggibili al tocco, evidenti, reali, o (di)segni…

 

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Tamara de Lempicka

Domenica sono stata a Torino, a passeggiare tra i negozi e i ristoranti chiusi, e poi alla mostra su Tamara de Lempicka, che mi ha felicemente riempito gli occhi di occhi gelidi e vitrei, diagonali, taglienti sugli spigoli e le morbidezze dei seni e delle pance di queste proiezioni e variazioni dell’artista, in vari colori (freddi) e studi. (altro…)

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