Feeds:
Articoli
Commenti

Mi brillano le dita, bruciano. Proprio là dove non ti ho toccato

Scrivo per via di questa mancanza. Perché non mi mangi da dentro visto che tanto non la riempio.

Quando mi dicono qualcosa e hanno ragione giro la testa di lato in basso e pigolo un po’, sembro una rondine

Annunci

a Genova con me

Ogni volta che torno a Genova la imparo meglio, con gli occhi molto più che col telefono,

(le gru al fondo di Salita delle Battistine)

con i piedi ma anche dai bus, con le metafore delle sue sovrapposizioni continue nei vetri e finestrini che diventano specchi

Ogni volta che torno a Genova (e non importa quanto spesso riparto, o se sogno il Marocco, ancora) la amo di più e in largo e in lungo e in verticale e sparsa…

Ogni volta che torno a Genova io torno con me, e con tutti gli altri, le altre,, ma soprattutto con me

dolcezza

In quel cortile così buio fiorisce una magnolia (e mi viene voglia di ascoltare i Negrita)

In quel cortile luminoso scorre una diagonale di filo per stendere i panni lunghissima, che io avrei paura a farli dondolare in tutto quel vuoto, con questo vento (e Danilo pensava che il bucato lo stendessero così solo a Napoli, e invece)

In questo bus grigio una ragazza carina fa apposta a salire quando passa la linea con un autista carino (e lui le fa mettere lo zaino davanti, e nel finestrino il riflesso della balaustra di Piazza del Principe sembra un esercito di pedoni)

(…e sa tutto così tanto di dolcezza oggi che l’ho sognato, e di nuovo non si capiva cosa eravamo, cosa provavamo, se è ancora sposato, come stanno le bimbe…)

Devo prestare dei libri a mia nonna, dar via per un po’ le mie sottolineature, le mie note a margine, la me di 3, 7, 10 anni fa. Prima di farlo, rileggo:

Erano anni che ancora non mettevo le date all’inizio, e scopro sorpresa che la mia matita non riga nulla fino a pagina 43 (di 100), cioè fino a

una festa iniziata da anni e finita mai più.

So benissimo cosa mi piaceva in questa frase (in quel mai più), ma non so spiegare il perché. Non lo sapevo fare neanche allora. Devo averci riflettuto se sottolineare o no… Ho sottolineato.

Subito dietro

le labbra socchiuse, sembravano la preistoria di un sorriso.

Dovevo essere malinconica o innamorata all’epoca, perché a pagina 63, in penna nera, e con linea doppia dove qui vedete il grassetto, evidenziavo anche che

avevano sentito lieve, tra quelle mura, la sorte di amarsi.

E a pagina 93, con punteggiatura perfettamente baricchiana,

tutto li stupiva: in segreto, anche la loro felicità.

Oggi stupisce me. Che sono abituata negli ultimi tempi a frasi ben più cupe, arrabbiate, che mi parlano più di tutto questo morbido amore che però voglio prestare alla mia nonna

Ho letto In nome della madre di Erri de Luca in tempi sospettissimi e lieti di nascite e gravidanze di amiche e sorelle e poi ho pensato di imprestarlo a mia nonna, cattolicissima, che non ha la quinta elementare ma a 8 anni dettava i compiti per suo padre maestro agli scolari delle scuole medie a domicilio… Dice che le è piaciuto, che l’ha riletto due volte, che l’ha lasciata “confusa” perché lei “sapeva la storia diversamente”, e che vuole altri libri perché non ci vede più abbastanza bene per cucire, ma per leggere sì.

Quindi ora le presterò:

  • Gianni Rodari, C’era due volte il barone Lamberto
  • Giovanni Arpino, Gli anni del giudizio
  • Alessandro Baricco, Seta
  • Milena Agus, Male di pietre
  • Cesare Pavese, La spiaggia
  • Lia Levi, La sposa gentile
  • Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe
  • Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston

Questi ultimi due la prossima settimana ché torno da Genova: uno era là per le mie classi e l’altro – lo ammetto – glielo voglio ricomprare, tengo troppo all’edizione fotografica che era di mia madre con la sovracopertina da scolaretta di plastica blu scuro, io di solito i libri non li presto e quando ho fatto eccezione non mi è mai tornato indietro nulla…

Scrivo e so che la cultura deve circolare, i libri in gabbia sulle mensole soffrono, me lo ripeto, ma io in certe sottolineature ho strisce di me a cui tengo e niente: Pavese, Baricco, Levi e Agus non voglio portarli al piano di sotto finché non le ho rilette tutte… (Arpino invece sarebbe nuovo anche per me, Rodari splendido tutto)

  • Qui, le mie sottolineature in Seta
  • Qui ne Il contrario di uno, inizialmente non in lista
  • Esattamente come Tre cavalli
  • Qui, in Male di pietre
  • La spiaggia
  • La sposa gentile

Ad Alba gli alberi crescono innestati in altri alberi, e drittissimi

e le cancellate dentro le finestre, le sbarre nel vetro

e gli antichi “lavatoi” si incastrano nei palazzi di vetro moderni

.

Ad Alba c’è questa mania dei porta vasi che non portan nessun vaso

e noti il paradosso dei lampioni che assomigliano a quello che tu immagini dovrebbero essere: solo nell’ombra

.

Delle città mi piace notare i vecchi meccanismi o arrugginiti esposti

e poi delle città voglio vedere i segni che gli uomini lasciano agli altri uomini, i segni delle donne ad altre donne:

all’amico carissimo Roberto questo vero falso Nespolo dedica;

Aurelio e Veronica si volevano bene 10 anni fa

e chissà se dura ancora o se

..now is finish !

E poi cerco di immaginarmi come Adriana possa essere un lago: forse di lacrime, ma più che altro mi sembra nel sesso,,, Adriana è molto eccitata, si sta divertendo, sta bene con lei

.

E quelle mura che dicevo son costruite con una tecnica che sul pannello espositivo han voluto chiamare opus incertum, quando a me sembra piuttosto una miscela sapiente di ciottoli e malta, durata fino ad oggi che io le tocco, conto i sessanta centimetri che separano le fila di mattoni, ci giro attorno, che vado

Ad Alba in mezzo alle case moderne corrono antichissime larghe strade romane

costruite secondo uno schema a schiena di asino: mi sembra bello e riconoscente chiamare così la mezzaria centrale di pietre larghe che separa i molti metri di ciottoli di fiume, alcuni tagliati. Mi sembra un augurio e un ringraziamento come a sapere e dire “porta le nostre merci come su di te le portano i muli, con quella forza, quella resistenza”.

A scivolare sopra tutti questi secoli e la mia terra mi emoziono come mi ero emozionata a Berlino in punta di piedi sulla traccia del muro, uno dei pochi video girati durante i miei viaggi, le mie ginocchia una dietro l’altra attente a non farmi cadere né nella Germania est, né nella Germania ovest, le mie gambe felici e consapevoli dello splendore dei muri abbattuti.

Ad Alba faccio un giro attorno al ‘suo’ moncone di mura orientali e scopro la Wall of sound gallery, e c’è una mostra su Fabrizio de André a dirmi come segno che sono sulla strada giusta. Non riconosco moltissimi scatti, moltissimi sorrisi, i paesaggi, i panni da cui spunta il ghigno del cantante, Cristiano da adolescente, una foto diversa col fiore in bocca (e nella stessa posa per caso altri cantanti rock, o Jim Morrison con la frangetta corta o Kurt Cobain testa bionda in mezzo a teste di bambole vuote)… Enorme, sulla parete di destra, mentre la voce di Conte mi invita a seguirlo via di qua, Faber su una coperta sul suo letto e invece della compagnia umana gli dormono accanto

  • Un libro di Roberto D… intitolato “Fiabe c…”
  • Due opere di Luciano
  • Una di Lucrezio
  • Una di …urelio
  • Un Epitteto
  • San Paolo
  • Il “dizionario genovese-italiano e italiano-genovese” del Gaetano Frisoni, e questa cosa mi stracommuove
  • “Le effemeridi dal 1900 al 2010” da una collana che si chiama “Biblioteca di astrologia”
  • Un volumone su “Magnasco”
  • Alcuni suoi dischi
  • E un articolo sulla sua “dolce voce dell’Anarchia”
  • Un’edizione vecchia e slabbrata con sovracopertina di carta dal titolo stampatello “MEDIOLANUM”
  • “Sapere e scrittura in Grecia”, edizioni Laterza, che mi ricommuove
  • Una stecca a metà di “doppio filtro speciale” blu
  • Alvaro Mutis, “Ilona arriva con la pioggia”, devo leggerlo
  • La chitarra ovviamente
  • Il telefono bianco della SIP come quello che avevamo in corridoio in casa, fino a pochissimi anni fa; avevo distrutto il filo per passarlo sotto la porta in cerca della mia intimità, fino a quando non è arrivato anche il cordless e tutti spiavano tutti dalla cucina
  • E due penne dello stesso tipo delle penne che uso io, una è una bic nera
  • Un telecomando grigio larghissimo con tutti i tastini rettangolari (il televideo era verde?) come quello a casa di nonno Gino che aveva la tv a colori e andavamo a chiedergli i risultati delle partite

·
Nel libro fotografico della Rizzoli c’è una frase che andrò ad annotarmi alla Feltrinelli su come le parole ci arrivino addosso e noi le subiamo e poi le tiriamo fuori e sul fatto che abbiamo delle idee e poi scriviamo per non dire quelle idee che ci erano venute…

Altri muri durante il giorno mi tengono incollata a guardarli per ore

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: