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La mer et la merde

A Genova c’è tanta, ma tantissima, tantissima merda per terra e devi fare lo slalom con gli occhi bassi per camminare

Ma se sei coraggioso e li alzi c’è anche moltissimo mare, che spunta da dietro i palazzi anche quelli più alti

E c’è un albero di aranci amari in quasi tutti i giardini in collina

E c’è un grappolo di ragazze dai sorrisi dolci a quasi tutti gli angoli in centro

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Le parole giuste?

Dicono che parti per la Grecia, dove le donne vogliono ancora diventare madri

Dicono che posso fare ciò che voglio

Dicono che le stava per esplodere l’auto, allora è andata a dormire a casa del padre di suo figlio, che poi sarebbe mio marito

Dico che non voglio bambini perché a ogni supplenza ne adotto cento, e comunque non so fare il genitore

Adatto il mondo a certi programmi stretti che hanno confezionato per i nostri figli

Dico che non dovresti dire Amore mio alla leggera, alla sconosciuta, all’ubriacona che ti ha baciato una sera a caso di dicembre, alla bionda scura, alla bionda chiara, alla media scura

Diciamo piuttosto:

– vino rosso!

– che piangiamo a dirotto e ridiamo a crepapelle nella doccia!

– che la psicologa è andata in vacanza e non tornerà più uh uh!

– che abbiamo sparse attorno al letto centinaia di parole e sono tutte, tutte, giustissime!!

Bocche a senso unico

Siamo così abituati a parlare di noi stessi, in prima persona, su questi blog su questi social nei nostri hashtag negli stati vari,, che poi capita che conosciamo qualcuno e invece di parlarci, le parliamo di noi stessi, in prima persona, tutto il tempo, e poi la chiamiamo carina e moglie, e spettacolo della natura, e le diciamo Ti adoro,, invece dovremmo chiamarla orecchio o occhio, espressione assorta del viso, e dirle Ti parlo, Ti straparlo, Ti affogo di parole e Sei così bella quando ingoi

A metà

All’estremità del mio campo visivo (alla frògia del mio cervello) scambio una grondaia per il tubo dei disegni di un architetto abbandonato per terra chissà perché. Per il resto, per una volta guardo dritto, niente lagaccio, forse neanche niente faro niente carignano, sarà semplicemente il vento a portarmi da te, ché una volta ti incontravo sempre a metà strada, ovunque stessi andando (a metà strada da casa a principe, da principe a casa, a metà strada dalla nunziata alla psicologa, dalla psicologa al bar delle vigne), e ora invece non ti incontro mai, zero, mai più, boh. Terribili le città quando sono complici…

È molto buio. A testa bassa ascolto Majakovskij urlato da Capovilla. Vedo passarmi tra i piedi tutti gli animali tranne te.

Poi non è più molto buio. Anzi è a meta tra la notte e il giorno.

E attraversi le zebre in parallelo, te ne vai a valle, senza forse vedermi. Che il vento ti porti la mia canzone perfetta che ora è più lenta, mentre guardiamo sempre dall’altra parte

Alla fine mi sono calmata. Ho letto un racconto su Marrakech in cui ho ritrovato alcuni pensieri che ho fatto e mi sono calmata. Gli ho scritto che ho bisogno di qualcuno che si prenda cura di me; l’ho obbligato a farlo, il tempo di leggermi. Poi mi sono quasi addormentata fantasticando di un tale che riusciva finalmente a dirmi che gli piacevo. Sciocca.

Ora mi faccio una zuppa di lenticchie al curry: mi scaldo la bocca e il cuore. Preparo l’ultimo giorno di scuola e pregusto le mattinate a venire, senza sveglie. Appendo foto di nudi alle pareti del letto. Aspetto minuscoli bambini che devono nascere ma anche cose più pratiche come i soldi dello scorso stipendio o che la psicologa rientri dalle ferie. Vorrei avere un libro di Bukowski, un’enigmistica, e un altro operatore telefonico. Una pomata magica che guarisca le ferite. Un volo di ritorno dal Marocco (incredibile che io ora mi metta a desiderare voli di ritorno!)

Un pomeriggio mi accorgerò che ho fatto la spunta a tutte le stronzate che giacciono ancora abbandonate a matita sulla mia agenda, e sarà un bel pomeriggio. A Genova i miei due bar preferiti non chiudono mai per le feste, posso ubriacarmi a tutte le ore che voglio e vedere se il barista di una certa piazzetta se ne va ancora toccandomi il braccio, che bello sarebbe! Potrei portarmi dietro un po’ di volte la polaroid. Potrei darmi al documentario con smartphone. Potrei studiare, far studiare.

Giaccio su un lato del letto singolo come una mummia investaglita di fine anni 2010. Ho i piedi senza calze, avvolti in un sudario di giacca a vento. E il torcicollo. E amici in Iran. Ah, e conosco il nome di ciascuna delle estremità carnose del naso (degli equini)

Si chiama frògia

senza

Pago due euro il diritto a sedermi a un tavolo e scrivere ste quattro parole.

Sono in un posto allegro con musica sudamericana e puttane e alcolizzati di tutto il mondo. Io sono italiana

Fuori ai lampioni lampeggiano perle blu gigantesche e oscene. Bello il natale nelle città dei ricchi, noi invece dobbiamo sentirci costantemente in mezzo a una retata.

Nel quartiere viene giù un altro palazzo

Mi avevano offerto il secondo giro e ho rifiutato, ho una condotta irreprensibile in questi bar che adoro: mai mischiare il sesso e l’amore

Sul bus imitavo il masticare nervoso delle mascelle del mio vicino, mi sembriamo tutti così disperati per un motivo o per l’altro, ma proprio anche persi, e soli, soli, io con le mie parole gli altri senza

Gli dico

– Che fai stasera?

C’è uno scultore

Di solito offre il suo studio ai musicisti e ai poeti

C’è la sua mostra, fatta di corpi non finiti

Non lo so cosa vuol dire in scultura corpi non finiti

– Glielo chiederai?

– No che non glielo chiederò, cosa devo devo chiedergli, lo so cosa voglion dire le parole, “corpi non finiti”, io voglio vederlo come non si finisce un corpo

Lui mi dice:

– Stasera non ci sono, sentiamoci per vedere il derby se ti va

No che non mi va,

– il derby mi fa sempre stare male, gli dico,

ma la verità è che me ne sono dimenticata un’altra volta (e questo sì che mi fa stare male) e ho prenotato un viaggio a Nizza, e starò da Manu a ascoltare musica jazz quando si giocherà.

Oggi ho spiegato ai miei alunni che in Francia il SI equivale al NOI…

ma la verità è che – un anno di più – NOI non giocheremo un bel niente, ha ragione mio nonno, in campo ci saranno LORO, io sarò a un tavolino con le olive e le arachidi e la sciarpa rossa di Rouger nel campo visivo o al bancone coi suoi occhi a meno di mezzo metro dai miei, o fisserò le braccia del batterista o le guance attorno al bocchino del sassofono e quelle mani, quelle mani sul contrabbasso!, non c’è più posto nella mia vita per la pelle tirata tra le scapole di un lanciacori a torso nudo aggrappato a un palo in balconata, non ci sono più lanciacori, non c’è la balconata

Non ci sono più derby, né modi per vederli che non siano il modo in cui li vedevo dieci anni fa

E non c’è una fine degna per questi pensieri che faccio ora nel silenzio del mio letto umido. Uma claustrofobica, Uma che mi offre un appartamento con terrazzo al quinto piano in via del Campo, Uma bellissima nuda con l’ex cazzo tra le cosce, Uma attrice, Mario regista, Aldo portiere e Pino in difesa, io che devo smettere di bere se voglio ancora avere pensieri sensati il giovedì sera

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