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A più di un anno da quella sera Michela ci ripensa grattandosi il braccio, stupita di trovarlo ancora lì. Aveva un esame da preparare, forse letteratura inglese, aveva voglia di sole e di mare ma questo esame da preparare, e ci aveva provato sulla terrazza di quel bar borghese con vista sul porto e sulle ipocrisie – non ci era riuscita. Al porto ci era scesa a guardare certe navi che non l’avrebbero fatta salire, a guardare i viaggi che non programmava. Al porto musica, come sempre. Come sempre Michela non ha un soldo, ma sa che le chi suona per strada conosce le regole, e può sempre darsi che qualcuno o molti ti rubino una canzone e non paghino nessun biglietto. Si toglie i sandali e si siede per terra, a gambe incrociate, abbastanza distante perché nessuno pensi che fa parte del gruppo, abbastanza vicina da sentire tutto e perché nessuno la disturbi con una schiena, un cane, un passeggino di traverso.

Erano in due, Marco alle percussioni e dell’altro non ricorda né nome né strumento ed è un peccato, è un peccato che dei due le sia rimasto in mente solo quello stronzo. (Ma che mani!) Michela cerca l’ombra, e un centimetro dopo l’altro fa coppia con Lara, che ci è cascata e crede stia coi musicisti. Lara è lì per caso pure lei. Camminava dopo il lavoro e ha riconosciuto un suono (il sitar, forse quell’altro suonava il sitar!) e una voce ed è venuta a inseguire un amore passato, inseguirlo da seduta, pronta a fare amicizia con una che potrebbe anche essere rivale, e invece ha altre melodie esotiche che la aspettano a casa, meno orientali, ma non occidentali. Meridionali, ecco. (Mesi dopo, uno che viene da ancora più a sud le toccherà quel suo braccio celeste di vene e cotone e le darà fastidio e i brividi, e malinconia.)

Dopo molti pezzi e applausi, e pause e birra, e teste che ondeggiano e parlare tra ragazze che le ragazze sembra sempre non si debbano parlare mai e quando succede è magico, e dopo essersi scusata per aver letto appunti e non aver trovato soldi, e dopo aver spiegato che non erano nessuna l’una per l’altra prima di scendere dalle rispettive porte (Porta Soprana, Porta dei Vacca) e trovarsi nel salotto povero della città con due che suonano mezzo mondo,,, dopo tutto un pomeriggio era sera, e Michela e Lara e Matteo e / avevano mangiato assieme in un vicolo buio. Matteo fa il cafone e Lara regala o si fa regalare un amuleto e una conchiglia, e promesse di rivedersi e giuramenti che è (già) importante.

Aveva un esame di letteratura inglese, e poca voglia di studiare e molta di vedere se c’era spazio per lei per non sorbire le stronzate di Matteo, se c’era tempo per un po’ della bellezza di Lara e /, che non sembravano voler andare in fretta da nessuna parte. Ma le stronzate dei Mattei, quelli che credono di sapere tutto e non sembrano più curiosi di niente, né ansiosi o dubbiosi, perché pensano di avere il mondo in mano,, e le loro canne,, sono più forti di quanto una pensi e a un certo punto Michela è costretta a gioire perché lui le scrive da nord del golfo (e sud del continente), anche se normalmente – con le storie agli inizi – troppe attenzioni la infastidiscono. Si fa prendere in giro perché risponde al telefono. E vuole prendere come un segno l’arrivo di questo venditore di strada coi suoi braccialetti portafortuna (aveva davvero un esame in quel periodo, se accettava di comprarlo? Le han sempre portato sfortuna e 18 quei cosi, a Torino, ed è strano che a Genova l’abbia comprato prima di un test). 

Gli chiede dei colori, dei sensi. E lui parte a spiegare dall’azzurro del dialogo e Michela lo ferma ché ne ha tanto bisogno, nella neonata storia d’amore. 

Era un amore di poche parole, molte delle quali ricucite da lei, molte anche inventate sempre da lei – che non si sa mai quanto può durare una storia così, scritta a due sole mani, in alfabeti misti. Forse un continente, forse due. Un semestre, o due. Un esame oppure due. Meno di un braccialetto azzurro, più del brivido a vederlo toccarlo incastrarlo ancora a più di un anno, con stupore e tristezza, e ricordi insignificanti di quella storia coi significati tutti sbagliati, e i nodi invece: giusti.

Molte persone hanno una specie di rituale quando si tratta di prenotare il prossimo viaggio. Magari comprare prima zaino o guida o cartina, scegliere i biglietti in un certo modo, non lo so.

Io per i viaggi che poi si rivelano belli faccio tutto a caso. Tipo questa mattina ero in mutande con lo smartphone in corridoio quando ho comprato il volo per Tangeri. Più qualche saltello eccitato in camera per la carta d’identità e nello studio per la carta di credito.

E niente adesso sono ancora qui che saltello (e ancora in mutande) e mi sforzo di lavorare invece di cercare case stanze hammam amiche e compagni di viaggio! Ho qualche mese di tempo… E un sacco di blu dietro gli occhi pronto ad accogliermi per la fine dell’anno! 

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(Perché andrò anche a Tetouan inchaAllah e il Marocco me lo immagino blu)

((Ma può essere di che colore vuole, eh))

Oggi è andata così

Che dovevo scrivere e correre a far pausa ad una festa e poi ripartire e vedere Daniel e Diego e il mio mare e passare a vedere che fa la Cave ad agosto ma poi la festa è saltata e dietro il resto della gita (e la voglia di scrivere). 

Che ho cercato un Couchsurfer a Susa per prendermi un caffè tranquilla senza il retrogusto dei lacrimogeni ma parte domani e non sa quando torna.

Che mi sono costruita con le forbici e lo scotch e estratti di libri e dvd una miniguida per New York ma quando ho provato a prenotare il viaggio per natale ho scoperto che costava mille euro ed è stato un duro colpo, davvero.

Allora stasera per consolarmi ho cercato un volo o un bus un traghetto un treno un passaggio per Tangeri e forse l’ho trovato. Ho consultato mille siti, comparato tariffe, cercato per spezzoni di percorso, ma forse mi conviene quel volo con scalo così faccio una cosa che non ho mai fatto: cercare di non perdermi all’aeroporto andando a prendere il volo successivo. 

Non ho ancora prenotato nulla. Ma ho scaricato tre manuali di arabo in pdf ed è passata un’auto con una musica tamarra sparata a palla che diceva Habibi, habibi

Se non è un segno questo… Amore mio, dai che forse questa volta vengo! Dai che parto per un luogo nuovo, in un nuovo continente! Giuro che mi faccio una tabella di marcia per imparare la darija e l’arabo standard ma tu conservami quella tariffa fino a domani! Poi che sia la fine di questa torrida estate, di quest’orrida tesi, che arrivino l’autunno e l’inverno, passi il natale in famiglia, che poi ci vediamo!

Rimpiango i tempi in cui google maps era così lento che per andare da un luogo all’altro ti faceva attraversare sullo schermo monti e oceani, e sembrava subito più viaggio

Ho ripreso in mano New York è una finestra senza tende e ricordavo bene di non averne letto un capitolo, perché in quel punto della città son passata solo l’ultimo giorno e poi non c’è stato tempo di recuperare, il ritorno è stato Alex e i suoi consigli di libri di merda, il sonno che non prende, l’alba sull’oceano, la navetta Caronte a Milano che sticazzi, il matrimonio di mia sorella e aggiustarmi il cuore. Poi leggere libri assieme ad Hanna ma a un continente di distanza, senza l’impianto di irrigazione di Central Park a rinfrescarci con regolare senso dell’utile e dell’umorismo.

Progetto viaggi che presto sono sicura di fare o rifare per non impazzire – perché questo caldo mi fa scivolare addosso anche la morte, figurarsi la vita. New York e il Quebec, Tangeri. Ovviamente Parigi. Stilo liste di libri da leggere o portarmi, ascolto canzoni, guardo film. Sono elenchi provvisori che saranno mutilati dalle leggi del commercio, dalle parole e dalle musiche che troverò sul posto, dalle norme sul peso dei bagagli, dalle dimenticanze dell’ultimo minuto, da nuove voglie.

Però non trovo più certi libri che ho ma ho messo in libreria nel posto sbagliato, tipo nella letteratura anglofona invece che con le mie nonguide di viaggio. Non trovo più le coniugazioni arabe che avevo già imparato, la pronuncia della ‘ein. La cartina di New York. Non ho la giusta concentrazione per leggere il seguito di Rayuela. Non ho la costanza di annotare gli indirizzi perché mi sembra di tradire i romanzi. Li leggo d’un fiato più piatta che posso contro il lenzuolo, per non lasciare all’estate che una piccola parte di corpo. Ora che mia madre è uscita, magari mi piazzo con John Fante nella vasca da bagno, che tanto lo so che faccio un casino con l’asciugamano il libro e la matita che non devono bagnarsi. O potrei riempirla solo fino alla vita, lasciarmi la testa a galleggiare nell’aria afosa del porto di Los Angeles.

Sogno di prendermi un anno sabbatico, una pausa da questo nulla di lavoro e soldi in cui sguazzo da un po’.

Prendo un euro di anacardi al solito carrefour dopo lo studio della mia ex psicologa. Ci andavo sempre con la valigia e il commesso era bravissimo a riconoscere le sigle degli aeroporti sugli adesivi delle mie maniglie. Una volta avevo la valigia di Montreal, l’altra Parigi. Diceva che gli facevo venire voglia di viaggiare.

A Porta Nuova mi fermo dal piano: ci suona uno che smette quando arrivo. Protesto, e lui ricomincia. Ricomincia, e lo interrompono per offrirgli una sigaretta. Lo stesso vecchio che l’ha offerta anche a me, e alla ragazzina di fianco, e a uno che passa, prima di dirmi che gli sembro “proprio una gran simpaticona”. Che l’ha capito dal mio sorriso grande.

Attaccata alla gamba c’è una firma, di chissà chi. Si siede il più bravo di tutti mentre la fotografo e questo vortice di mani è tutto quello che ci ha dato – neanche il titolo del libro in attesa ho potuto leggergli – perché è scappato all’arrivo di una ragazza triste, tutta giri di note alte e una bassa, che ha tenuto molto tempo gli occhi fissi sullo spartito invisibile della sua disperazione, e poco fissi nei miei – che avevo paura leggesse anche me. Poi si è ostinata sull’unico tasto che non funziona, a suonare silenzio e cose rotte.

Quando è tornato il vecchio dalla pausa sigaretta io me ne sono andata, a fare foto che mi ricordano foto che ho fatto a Milano

(ma quanto è più bella Torino?)

e a parlare in francese al telefono. E a perdere semafori per tagliuzzare altri cieli

e a sedermi per caso nel punto preciso del parco da cui vedere i Cappuccini tra gli alberi

mentre Alì mi offre semi di girasole e altre sigarette e ricette di fagioli e quando gli spiego il mio rapporto con le città mi chiede se sono sempre stata così o lo sono diventata col tempo e quando dico che già da piccola mia mamma diceva che ero una vagabonda e che quindi devo essere sempre stata così mi dice Menti, da piccolo mia mamma mi diceva che se una persona alza le sopracciglia quando parla allora mente!

Mi scappa da ridere e prometto che ci penso, oltre a leggere libri che uniscono sulla carta i miei luoghi del cuore io giuro che ci penso, se così innamorata ci sono nata o è colpa di tutta questa bellezza

A proposito di vivere nel qui e ora, sto facendo alcuni viaggi belli nel passato per prepararmi a lasciarlo… Oggi sono a Torino, in Corso Stati Uniti e nella mia vecchia banca e in uno di quegli antichi caffè lussuosi e a rimirar palazzi, nel bar che vedevo sempre in fondo al portico della mia psicologa – quella che mi ha abbandonato – e poi sotto il suo portone, e forse al Valentino. 

Senza dimenticare casa.

Non so da quanto tempo non tornavo nella mia via. Da quando ho traslocato in Vanchiglia, suppongo, nel monolocale. Se la prima volta che mi son sentita a casa è stata a Genova, seconda stanza, ricordo bene la sensazione di andarmene dai miei la prima volta, a Porta Palazzo, e il sentimento a levare la tappezzeria in Via Massena, a riverniciarmi tutto. Sull’intonaco un manovale aveva scritto “Asu ca lisa”, o qualcosa del genere. E c’erano dei conti in lire, bassi.

Il supermercato di Via Pastrengo, dove è morto Gigi, la Farfalla Granata, è diventato “Borello”. Non Carrefour city, Ok market: Borello. Ti dà l’impressione che c’è una persona dietro. Se cerco di immaginarne il viso mi viene in mente il direttore del supermercato in Corso Giulio, che aveva chiuso quando gli avevano alzato l’affitto, lui no.

Non so da quanto tempo non tornavo nella mia via. All’angolo c’è un’associazione musicale nuova nuova, ma del resto non è cambiato niente. C’è ancora il centro massaggi cinese. Ci sono ancora i fiori al primo piano dell’hotel, che non ho mai capito cosa ci facessero lì, ché credevo che solo nei libri si potesse prendere una stanza d’albergo e starci una vita. Ci sono ancora le facce di cazzo borghesi dei miei vicini e hanno tutti ancora paura dei gatti, perché ci sono ancora le bottiglie d’acqua ai lati delle serrande. C’è ancora il corniciaio, il ferramenta, quello che lavora il cuoio. Mi accorgo scorrendo i numeri civici che il mio non è mica il 42, quello era prima. 

54. Le finestre sono aperte. Non so se suonare, chiedere indietro con così tanto ritardo la bicicletta bianca su cui mi portava mio padre da piccola. Ci ho pensato mille volte – volevo passarci dopo la psicologa, o dopo una cena con il collettivo universitario con cui ancora ci si vede, ma poi la paura. Mi frego e suono forte, all’improvviso. Faccio in tempo a pensare che se non rispondono la bici non la recupero più ed è un pezzo di passato che lascio.

Non rispondono.

Vado avanti. 

Sbircio come un tempo nelle finestre serrate di quel club sotto la strada di dubbio gusto. Ci sbircio con abitudine. Torno indietro. È chiuso. Cioè il club è chiuso e le finestre sono aperte! Il club è sfondato, distrutto, calcinacci, e vuoto. Cerco indizi di quello che era in passato: una parete ancora molto rossa, e delle bottiglione in una vetrinetta – non so se basta.

Avanti. 

Il palazzo bianco, coi tori a sostenerne la facciata. Era nella parte di città che non frequentavo, sotto i binari del tram – che accelera con lo stesso rumore di ferro di sempre. Ci andavo quando ero triste e avevo bisogno di bellezza, forza.

Vado fino al giardino in cui venivo a litigare e fare pace col mio ex. È ancora lì, pure lui.

Su gli occhi! 

Anche se io e Torino non ci amiamo più, sogno ancora di vivere qui:

Oppure qui:

Qui:

E il cielo mi piace sempre visto da qua sotto:

Ordino un’acqua e mi siedo vicino a un vecchio che legge il giornale, due vecchie che non possono muoversi ma fumano e si raccontano, e si truccano, si fanno accendere sigarette e portare caffè scremati, fanno i complimenti per il gusto. Una aveva il figlio in Alleanza Nazionale.

Ora (e qui) mi taglio i capelli. O vado al parco.

Ci sono momenti che mi sento battere il cuore più forte e vorrei sapere da cosa dipende biologicamente, psicologicamente, atmosfericamente. Forse dovrei tenere un’agendina dove segno cosa ho fatto prima del batticuore e cosa succederà dopo.

Esempio. Ho appena: scritto a un amico e un capitolo di tesi. Sta per: piovere, credo.

Ah sì, e ho inghiottito due nuove pillole, così ogni giorno siamo a quattro. È per questo che mi batte il cuore quasi fuori dal seno? Per questo orribile modo di diventare adulta: moltiplicando le scatole di medicinali, scrivendo alle persone (non vedendole, nemmeno chiamandole)?

Che strana grigia tristezza stupirsi del battito del proprio cuore, che ne ha sopportate e combinate tante finora. 

Il retropensiero bello è che ti stupivi sempre moltissimo anche tu, che alle cicatrici e alle medicine (e alle paranoie e alle metereopatie) non hai mai badato, ma all’eco del mio cuore sì… Peccato che alla fine non siate stati capaci di amarvi abbastanza…

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