Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Genova’

Novembre 2007 – 2017

Dieci anni fa, l’11/11, data indimenticabile, che a mano si scrive con un sacco di sbarre verticali, moriva Gabriele Sandri mentre dormiva sul sedile posteriore dell’auto che lo portava alla partita della lazio contro l’inter, assassinato da un poliziotto che ha mentito e depistato le indagini più volte, che non si è mai scusato, che esce ora in semilibertà.

Quella data e l’omicidio del poliziotto e testimone in un processo di mafia Raciti nello stesso anno, probabilmente in seguito (anche?) all’investimento da parte di un blindato dei colleghi anche se venne incolpato un minorenne locale per il lancio di un lavandino, cambiarono profondamente il calcio e gli stadi – ché dall’alto aspettavano solo un pretesto per inasprire la repressione e farci impazzire con regole assurde che provavano a impedirci di seguire in giro per l’Italia le nostre squadre del cuore (ma immagino lo facessero per proteggerci, sai non si sa mai che uno si sveglia la mattina che si sente Action Man e tra un Camogli e un Icaro che si sta mangiando all’autogrill spara verso la piazzola sul lato opposto e tu stai passando proprio di lì…)

Quel giorno l’ho passato sulla porta dell’aula studio, coi libri aperti sul banco dentro, a fumare cento sigarette e ascoltare in loop nelle cuffie St Anger del Metallica, video girato in un penitenziario, una potenza di canzone. Ho pianto, ho urlato… 

Oggi a distanza di 10 anni con molte ferite non rimarginate mi sveglio che non ho più i vicini, con un foglio che notifica lo sfratto avvenuto senza che io sentissi nulla e impone loro di non provare a rientrare, fotocopiato così male che mancano un sacco di parole e mi chiedo pure se sia legale, e ringrazio di aver già St Anger nelle orecchie e vado piangendo verso la facoltà di scienze pedagogiche… Tornerò a casa che sarà vuota delle vostre risate senza vocali, del rap marocchino e napoletano, e dell’odore delle vostre sigarette. 

Scrivimi solo che stai bene, InchaAllah, così stanotte dormo, forse, un po’ più tranquilla.

Annunci

Read Full Post »


Quanti cieli ho visto cambiare in questi anni su questi pezzi di Genova e Liguria tra una galleria e l’altra prima o dopo Piazza Principe.

E non ricordo nei miei occhi di aver mai avuto altro che meravigliato amore. Misto a nostalgia ricordo voglia tensione tristezza o gioia.

I primi tempi cercavo di indovinare che meteo mi aspettava di là del monte che separa una regione dall’altra (chissà se a metà della galleria c’è un bel cartello di quelli con la barra su un nome e la luce sull’altro) e mi sembrava di aver capito che se partivo nuvolosa al mare mi aspettava il sole, ma se partivo col sole non dovevo illudermi e a Genova c’era poi una pioggia fine, buona neanche a bagnarti la giacca. 

Ora so che il territorio funziona per macchie di colori e temperature e che non c’è niente che si possa prevedere, bisogna solo sedersi accanto al finestrino e viaggiare

Read Full Post »

Ma io sto ancora in casa col golf lungo e le gambe nude, e i termosifoni spenti, ed è questo il bello delle città di riviera, non si fermano mica in novembre, lavorano sodo per prolungare l’autunno, e solo il vento riesce a volte – ululando – a portare basse le temperature, a infilarle nei portoni bucati dei nostri vicoli che cadono a pezzi.

Ieri a mezzanotte, per esempio, sembrava che il vicino mi camminasse sulla testa. Ma sabato sera gli ho fatto l’amore tra i piedi!

Così continuiamo a sperare che il cartongesso sottile che ci divide non crolli mai, e che se l’autunno finisce sia per diventar primavera – ché la sensazione della prima volta al mare col bel tempo è una cosa che il corpo si porta addosso di anno in anno, un tatuaggio salato disinfettato dal borotalco di quella pietra fine che si sbriciola a Boccadasse ovunque ti siedi (e che sono forse pezzetti di case).

Perché questa città si disfa un rotolo di polvere dopo l’altro. Ma i genovesi pazienti la ricostruiscono riempiendo i cavedi di impalcature, e restringendo i caruggi con le travi, e ridipingendo di rosa la loro casa del molo a ogni stagione, come un restauro artistico di un bene bellissimo e comune.

Quest’accento che hanno, poi, è una pennellata lunga di stucco che riempie tutte le crepe della vita

Read Full Post »

Qui è più facile ascoltarmi. A Bra c’è un silenzio così spesso e viscido e gommoso intorno che il pensiero ne viene immediatamente assorbito e tu ti senti svuotata… Avevi quest’idea, te la rigiravi, ed è scomparsa appena è uscita, inghiottita dal silenzio pannoso che farcisce tutta la città. Non so come facciano le altre persone, quelle che ci vivono, e per vivono intendo davvero, amano scopano odiano litigano escono leggono lavorano. 

Ma io non ho mai avuto buoni coltelli in cucina, per molto tempo non sapevo nemmeno che esistessero (in realtà ho scoperto più tardi che mia madre li nascondeva), credevo che semplicemente tagliare le cipolle finissime, le carote, le patate, sbucciarle, fossero compiti più difficili di altri e così andasse il mondo. Quando ho saputo che mi sbagliavo non ce l’ho fatta a spendere una decina di euro e comprarmi uno di quei set. Perché ho sempre fatto senza e pazienza la cipolla sfatta e le dita tagliate ogni volta che faccio cena. Invece forse queste altre persone che vivono a bra devono sapere bene che esiste un coltello per ogni cosa, e forse esiste anche un coltello per quella nebbia atroce e soffocante e io non ce l’ho, e non lo compro, non è nel cassetto di nessuna casa in cui vado a abitare (a Nizza, forse? Ma era sempre da lavare) e i compiti sono forse tutti più difficili ma io li faccio come li ho sempre fatti e il mio pensiero è libero di uscire senza affogare in nessun silenzio, anzi si aggroviglia e s’impiglia nei fili elettrici o dei panni stesi nei vicoli rumorosi di questo centro storico, e io sto un po’ meglio

Read Full Post »

Va bene vediamoci in Piazza Bandiera, dove Enea porta in spalla suo padre e tiene per mano suo figlio, e poi ognuno parte per il suo viaggio (che io non ho parole per spiegare la bellezza di un monumento così, ma Caproni sì, e se vi capita andate a leggere)…

Read Full Post »

E ora che ho programmato l’amore (messo in agenda, sul serio, dopo aver faticato a trovargli un buco libero) e aver strasorriso sono svuotata di denti e programmi e succhio in fretta una sigaretta sapendo che l’attesa mi distruggerà, il prima, e anche il dopo mi distruggerà, questi amori nei vicoli mi distruggeranno e di me rimarrà forse l’agenda, e un pacco di tabacco senza cartine corte (né lunghe ovviamente), e una delle canzoni che urlo al mattino alla finestra come un’eco che magari ti arriva come il profumo di questa puttana, che sale tra i muri e mi coccola il naso, sale nel naso e mi accarezza il cervello, sale al cervello e

Read Full Post »

Oggi il vicolo mi regala consigli su come fare meglio il mestiere, e lezioni sulla distanza prossemica tenute da un giovane studente (che alla donna di mestiere porta un nuovo mobiletto) a uno che beve una bottiglia di birra e gira sempre qua intorno, e oggi gli gira un po’ troppo vicino. 

Io con amore, ma con amore giuro, e non perché dovrei lavorare ma voi siete più interessanti dei dieci lavori più interessanti al mondo, vorrei dirti che forse quell’altro non saprà stare abbastanza lontano dagi sconosciuti, ma tu stai cantando serenate in brasiliano che il cliente di prima è ancora dentro, e secondo me queste cose non si fanno, ecco se esiste da qualche parte parte un elenco di quelle regole che X e Y si scambiavano dopo pranzo in un italiano di mezzo questa deve essere una tra le più importanti: lascia stare il cliente precedente, l’amore precedente, lascia a ognuno l’amore suo. Cantale dopo tutto quello che vuoi, e paga per farlo! A ognuno la sua canzone, a ognuno la sua distanza, e la sua intimità…

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: