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Posts Tagged ‘Genova’

Cielo e rose

Nella mia citta c’è un ragazzo che ha nome Cielo. Vende le rose da molti anni, da quando ha finito gli studi in scienze politiche e si è accorto che nel suo paese non c’era lavoro in quel campo, così come nel nostro. Se gli parli come a una persona invece che come a un venditore, lui è incapace di parlarti come a una cliente. Non ti vende nulla: si fanno le presentazioni, i complimenti, i sorrisi, le battute e poi riparte. (È così amichevole che non so come faccia ad avere ancora compratori, e non piuttosto moltissimi amici.) 

Un locale di Genova in cui immagino lui entrasse gentile, educato, a bassa voce e in punta di piedi ora gli ha fatto un contratto di un anno. Oggi Cielo ha documenti migliori, sorrisi più larghi, e non incontrarlo più così spesso per locali sarà un piacere per il cuore, e potremo berci una cosa una volta, nella sua serata libera…

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Novembre 2007 – 2017

Dieci anni fa, l’11/11, data indimenticabile, che a mano si scrive con un sacco di sbarre verticali, moriva Gabriele Sandri mentre dormiva sul sedile posteriore dell’auto che lo portava alla partita della lazio contro l’inter, assassinato da un poliziotto che ha mentito e depistato le indagini più volte, che non si è mai scusato, che esce ora in semilibertà.

Quella data e l’omicidio del poliziotto e testimone in un processo di mafia Raciti nello stesso anno, probabilmente in seguito (anche?) all’investimento da parte di un blindato dei colleghi anche se venne incolpato un minorenne locale per il lancio di un lavandino, cambiarono profondamente il calcio e gli stadi – ché dall’alto aspettavano solo un pretesto per inasprire la repressione e farci impazzire con regole assurde che provavano a impedirci di seguire in giro per l’Italia le nostre squadre del cuore (ma immagino lo facessero per proteggerci, sai non si sa mai che uno si sveglia la mattina che si sente Action Man e tra un Camogli e un Icaro che si sta mangiando all’autogrill spara verso la piazzola sul lato opposto e tu stai passando proprio di lì…)

Quel giorno l’ho passato sulla porta dell’aula studio, coi libri aperti sul banco dentro, a fumare cento sigarette e ascoltare in loop nelle cuffie St Anger del Metallica, video girato in un penitenziario, una potenza di canzone. Ho pianto, ho urlato… 

Oggi a distanza di 10 anni con molte ferite non rimarginate mi sveglio che non ho più i vicini, con un foglio che notifica lo sfratto avvenuto senza che io sentissi nulla e impone loro di non provare a rientrare, fotocopiato così male che mancano un sacco di parole e mi chiedo pure se sia legale, e ringrazio di aver già St Anger nelle orecchie e vado piangendo verso la facoltà di scienze pedagogiche… Tornerò a casa che sarà vuota delle vostre risate senza vocali, del rap marocchino e napoletano, e dell’odore delle vostre sigarette. 

Scrivimi solo che stai bene, InchaAllah, così stanotte dormo, forse, un po’ più tranquilla.

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Quanti cieli ho visto cambiare in questi anni su questi pezzi di Genova e Liguria tra una galleria e l’altra prima o dopo Piazza Principe.

E non ricordo nei miei occhi di aver mai avuto altro che meravigliato amore. Misto a nostalgia ricordo voglia tensione tristezza o gioia.

I primi tempi cercavo di indovinare che meteo mi aspettava di là del monte che separa una regione dall’altra (chissà se a metà della galleria c’è un bel cartello di quelli con la barra su un nome e la luce sull’altro) e mi sembrava di aver capito che se partivo nuvolosa al mare mi aspettava il sole, ma se partivo col sole non dovevo illudermi e a Genova c’era poi una pioggia fine, buona neanche a bagnarti la giacca. 

Ora so che il territorio funziona per macchie di colori e temperature e che non c’è niente che si possa prevedere, bisogna solo sedersi accanto al finestrino e viaggiare

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Ma io sto ancora in casa col golf lungo e le gambe nude, e i termosifoni spenti, ed è questo il bello delle città di riviera, non si fermano mica in novembre, lavorano sodo per prolungare l’autunno, e solo il vento riesce a volte – ululando – a portare basse le temperature, a infilarle nei portoni bucati dei nostri vicoli che cadono a pezzi.

Ieri a mezzanotte, per esempio, sembrava che il vicino mi camminasse sulla testa. Ma sabato sera gli ho fatto l’amore tra i piedi!

Così continuiamo a sperare che il cartongesso sottile che ci divide non crolli mai, e che se l’autunno finisce sia per diventar primavera – ché la sensazione della prima volta al mare col bel tempo è una cosa che il corpo si porta addosso di anno in anno, un tatuaggio salato disinfettato dal borotalco di quella pietra fine che si sbriciola a Boccadasse ovunque ti siedi (e che sono forse pezzetti di case).

Perché questa città si disfa un rotolo di polvere dopo l’altro. Ma i genovesi pazienti la ricostruiscono riempiendo i cavedi di impalcature, e restringendo i caruggi con le travi, e ridipingendo di rosa la loro casa del molo a ogni stagione, come un restauro artistico di un bene bellissimo e comune.

Quest’accento che hanno, poi, è una pennellata lunga di stucco che riempie tutte le crepe della vita

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Qui è più facile ascoltarmi. A Bra c’è un silenzio così spesso e viscido e gommoso intorno che il pensiero ne viene immediatamente assorbito e tu ti senti svuotata… Avevi quest’idea, te la rigiravi, ed è scomparsa appena è uscita, inghiottita dal silenzio pannoso che farcisce tutta la città. Non so come facciano le altre persone, quelle che ci vivono, e per vivono intendo davvero, amano scopano odiano litigano escono leggono lavorano. 

Ma io non ho mai avuto buoni coltelli in cucina, per molto tempo non sapevo nemmeno che esistessero (in realtà ho scoperto più tardi che mia madre li nascondeva), credevo che semplicemente tagliare le cipolle finissime, le carote, le patate, sbucciarle, fossero compiti più difficili di altri e così andasse il mondo. Quando ho saputo che mi sbagliavo non ce l’ho fatta a spendere una decina di euro e comprarmi uno di quei set. Perché ho sempre fatto senza e pazienza la cipolla sfatta e le dita tagliate ogni volta che faccio cena. Invece forse queste altre persone che vivono a bra devono sapere bene che esiste un coltello per ogni cosa, e forse esiste anche un coltello per quella nebbia atroce e soffocante e io non ce l’ho, e non lo compro, non è nel cassetto di nessuna casa in cui vado a abitare (a Nizza, forse? Ma era sempre da lavare) e i compiti sono forse tutti più difficili ma io li faccio come li ho sempre fatti e il mio pensiero è libero di uscire senza affogare in nessun silenzio, anzi si aggroviglia e s’impiglia nei fili elettrici o dei panni stesi nei vicoli rumorosi di questo centro storico, e io sto un po’ meglio

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Va bene vediamoci in Piazza Bandiera, dove Enea porta in spalla suo padre e tiene per mano suo figlio, e poi ognuno parte per il suo viaggio (che io non ho parole per spiegare la bellezza di un monumento così, ma Caproni sì, e se vi capita andate a leggere)…

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E ora che ho programmato l’amore (messo in agenda, sul serio, dopo aver faticato a trovargli un buco libero) e aver strasorriso sono svuotata di denti e programmi e succhio in fretta una sigaretta sapendo che l’attesa mi distruggerà, il prima, e anche il dopo mi distruggerà, questi amori nei vicoli mi distruggeranno e di me rimarrà forse l’agenda, e un pacco di tabacco senza cartine corte (né lunghe ovviamente), e una delle canzoni che urlo al mattino alla finestra come un’eco che magari ti arriva come il profumo di questa puttana, che sale tra i muri e mi coccola il naso, sale nel naso e mi accarezza il cervello, sale al cervello e

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Oggi il vicolo mi regala consigli su come fare meglio il mestiere, e lezioni sulla distanza prossemica tenute da un giovane studente (che alla donna di mestiere porta un nuovo mobiletto) a uno che beve una bottiglia di birra e gira sempre qua intorno, e oggi gli gira un po’ troppo vicino. 

Io con amore, ma con amore giuro, e non perché dovrei lavorare ma voi siete più interessanti dei dieci lavori più interessanti al mondo, vorrei dirti che forse quell’altro non saprà stare abbastanza lontano dagli sconosciuti, ma tu stai cantando serenate in brasiliano che il cliente di prima è ancora dentro, e secondo me queste cose non si fanno, ecco se esiste da qualche parte parte un elenco di quelle regole che X e Y si scambiavano dopo pranzo in un italiano di mezzo questa deve essere una tra le più importanti: lascia stare il cliente precedente, l’amore precedente, lascia a ognuno l’amore suo. Cantale dopo tutto quello che vuoi, e paga per farlo! A ognuno la sua canzone, a ognuno la sua distanza, e la sua intimità…

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Genova a Itaca

È tornata X dalla vacanza al paese suo e ha riportato la bellezza e l’ordine semplici nel mio vicolo sporco. A guardarla sulla soglia che si sistema i capelli neri e lisci, a sbirciare nella scollatura della camicia rosa e beige, e a sentirla piangere guardando il telefonino, soprattutto, mi batte forte il cuore dalla commozione. Chi non si è affezionato ad almeno una puttana nella vita non può capire…

Oggi la sento parlare con alcune colleghe e si stanno mettendo d’accordo per andare alla trattoria delle Grazie, e io vorrei soltanto capitarci davanti nella serata giusta per bermi un gotto di tutta la bellezza e le risate che ci si concentreranno quella notte… Ma il vicino alza forte la musica e si perdono il giorno e l’ora dell’appuntamento e si perde un’altra storia nei vicoli e altre ne nasceranno,, e questa città è una tela di Penelope ma non lo so bene chi sta aspettando e da quanto.. 

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Sento dal cavedio la vicina che ansima e non capisco se sta facendo l’amore o se sta parlando col cane. La terza cosa che mi viene in mente è che forse sta facendo l’amore col cane, e vi assicuro che sembrerebbe possibile anche a voi se sentiste come urla “Eccomi, eccomi!” (Che poi mi sembra un modo bello di godere, meglio dell’italiano “Vengo” e del francese “J’arrive”, perché voglio dire ma vengo dove? O arrivo dove? Invece eccomi qui, amore sono qui, presente, a me, con te…)

Lascio l’acqua sul fuoco e scendo dal fruttivendolo ma è chiuso. Vado più lontano, da A. 

A mi ha chiesto di sposarlo tante volte prima che me ne andassi nove mesi, e ora sorridendo mi mostra la foto di suo figlio, dei suoi miliardi di nerissimi capelli; mi racconta di sua moglie e del destino che ho scampato e l’aglio poi me lo regala come a dirmi io lo so che non sei veramente una strega come vuoi far credere alla gente…

Io sono felice per lui e per me, e per me spero che non mi sia scoppiata casa. Torno a farmi il soffritto e i fatti della focosa vicina. E scrivo a Stella – che ha ragione quando dice “Non ho mai visto in nessun’altra città una tale densità di pazzia…”

Neanche di amore, però! In tutte le sue forme…

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Appunti su Genova 2

[La prima parte qui]

9. Le bambole, come i bambini e le bambine, hanno pelli di tutti i colori:

10. A Genova c’è un quartiere che gli han rubato il prete, e sto prete era uno tipo così:

Don Gallo

(e il quartiere è il Carmine…)

11. Genova le nasconde bene, benissimo, ma ha certe piazze che sono perfette per farci delle foto da turisti:

#piazzadellolivella #gatto #ciaoigers 😂

(Poiché non sono una travel blogger, la storia della piazza ve la passo così)

(e poi manco io ho avuto il tempo di leggerla che sono venuti a prendermi in motorino e ciao, sangria in spiaggia)

12. Il chioschetto della spiaggia si chiama chiringuito, pare.

13. Ci sono chiese anarchiche con buttafuori ultrà:

14. e sante patrone dei selfie:

15. Verso *** c’è una calanca segreta e mi ci ha portata Stella ed eravamo solo noi al tramonto e c’è uno scoglio abbastanza piatto da starci comode e farci stare in piedi un boccione di vino bianco.

16. Il sedici c’era più gente, ma anche più sole e più voglia di stare in mare e far niente, e anche lezioni di biologia marina. E amore e lavarsi nel mare il sudore delle passeggiate improvvisate. E sentori di perfezioni in arrivo. E voglia di tornare presto e di nuovo senza dolore. 

Appendice. Riconosco che sono in viaggio dalle unghie. Quando porto i piedi sui bus sui treni o per le strade di nonsochecittà mi dimentico per un po’ delle mani e quando le riguardo sotto le unghie c’è una traccia nera e non è sporco: è viaggio. Mi succede nelle grandi metropoli, ma soprattutto nelle passeggiate, sulle strade sterrate o i sentieri di bosco. E io annuso sempre questo sporco dei viaggi. Un millimetro per sei di ricordo e felicità in polvere! E ieri che è stato mare, litoranea, aggrapparsi alle alghe per risalire sullo scoglio, pesci… quella traccia nera sapeva di mare. E io mi sarei tenuta le unghie nere, ecco, se non avessi dovuto togliermi le lenti, smettere di sforzarmi di tenere a fuoco il mondo (perché il mondo incendiasse me) dal tavolino d’angolo di un ristorante sul mare, come in un film d’amore e notte, in una canzone d’amore e onde.

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Appunti su Genova

1. Immagino si possa dire si tratti di amore quando ti eccitano anche i suoi aspetti peggiori. Io ero tutta emozionata già a Sampierdarena, fate voi:

2. Alla commenda di Pré c’è una chiesa che al tramonto la illumina il sole e potresti quasi credere in dio. Alla messa: una donna velata, un uomo con una borsa arcobaleno, un’ex prostituta che fa fare il giro turistico delle tele e delle statue a un uomo basso, gli ex voto dei sudamericani, ed Elena che a 80 anni si veste sempre d’azzurro e lascia un’offerta in ogni buco che trova. Disturbiamo la funzione promettendoci di vederci da Vitale, perché Mohammed non lavora più qui.

3. Se decidi di entrare in città passando da via Pré e via del Campo devi mettere in conto che ti innamorerai almeno venti volte, anche trenta.

4. Pisciare sui gradini del portone a fianco al tuo perché non ci si siedano le coppiette. Ma tanto loro non si dimenticano:

5. Ci son volte che il Palazzo Rosso è più rosso delle altre:

6. Nei vicoli pedonali c’è più smog sui muri che nelle strade di passaggio. Forse perché una volta non erano pedonali, forse per lo spostamento d’aria dalle vie percorribili a fianco; forse perché chi ci abita non crede di doverli pulire e si abitua a questo grigio più scuro ogni giorno di un tono.

7. Ci sono persone che vanno al ristorante a mangiare da sole perché sono sole, altre che vanno al ristorante a mangiare da sole perché vogliono star sole, e altre ancora perché si ritrovano da sole per caso – e quelle le riconosci perché si guardano tra loro, e si chiedono perché non si sono invitate a vicenda, e alla fine trovano una scusa per parlarsi (“Buona ‘a farinata?” E io ho risposto “Grazie” perché avevo capito fosse un augurio. E lui mi ha detto: “È anche un augurio”. E poi ci siamo dati l’arrivederci. E la prossima volta sapremo riconoscerci e sceglierci.)

8. Mai appoggiarsi ai paletti per strada. Anche se sono troppo alti perché ci pisci un cane, e troppo esposti perché ci pisci un uomo, c’è sempre la vecchina del palazzo che ci pulisce la scopa:

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Dove si scopre che Nizza può essere ovunque, anche a Genova

Dove si scopre che due occhi verdi, non importa su che corpo, ti tagliano dentro come coltelli con la lama liscia

Dove si scopre che non c’è limite all’amore che posso provare

Dove si scopre che i genovesi costruiscono muri, è vero; ma poi scavano anche scalette ascensori funicolari per farti salire e hanno i motorini e ci fanno graffiti ci fan crescere i fiori e gli arcobaleni ci appiccicano poesia…

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Ed ecco cosa è successo

Che si è messo a piovere e io ho messo su il caffè

Che si è messo a diluviare e io mi sono messa a ballare

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Ho scoperto questa città perdendomi nei vicoli in circoli concentrici, a ogni onda credendo di essere arrivata al mare. A ogni giro ho conosciuto un pittore, un musicista, un fonico, una puttana, un’amica. E ogni volta che torno e passo a salutare poi vado a dormire ore più tardi del previsto. Perché siete tutti troppo sparsi… E perché so che a ri-lasciarvi sarò spersa.

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Cose genovesi

Camminare finché abbastanza polvere si attacca al gelso che ho raccolto con il piede, salendo nelle aiuole al porto antico, e io non resto più appiccicata ai metri di questo piastrellato

Aver allungato la strada e accorciato la gonna

Genova mi ha accolto con due orizzonti, e forse lo sa che è lì che guardo per leggere il futuro prossimo di ogni giornata

Ho comprato un altro libro sui caffè

Quando due tredicenni in biblioteca scelgono il posto dei bambini

Condividere il tavolo con uno sconosciuto perché l’osteria è piena, un maestro di musica, un filosofo, uno che mi parla del Qui e ora e siamo a tre

Quando i genitori portano i figli in biblioteca al sabato pomeriggio

Ho bevuto birra ovunque ieri sera e parlato di etimologia con un bresciano

I bresciani odiano (essere scambiati per de)i milanesi

La gestrice del bar dove si metteva De André a suonare la chitarra mi spiega per l’ennesima volta come si pronuncia mesemmen

Rivedo il cugino del mio ex, sta bene, il mio ex sta bene, io ho mal di testa, e sono serena, (perché) sono a Genova

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nonostante il trauma

Tornare a Genova vuol dire parlare di Genova. E mangiare vuol dire parlare di mangiare. Forse in Italia parliamo tanto delle cose che amiamo tanto. Forse sono così belle che ci sembrano impossibili e dargli parole è dargli un senso e ci sembra di tenerle più strette e rischiare meno di perderle. Io non voglio perdere l’incastro di questi vicoli. Né il sapore del pomodoro siciliano, delle zucchine al cocco e curcuma, delle lasagne al radicchio, delle lenticchie eritree. Non voglio perdere il gusto di vivere qui, negli strati di odori e di liquidi del centro, che mi hanno risvegliato i sensi che gli sarò grata per una vita intera, nonostante il trauma

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Salita S. Brigida

Oggi sarò brava,

organizzeró lo studio dei prossimi giorni

e avrò l’impressione di aver sprecato un mondo

un mondo di sole e di mare da raggiungere in moto partendo tardi, 

un mondo che comincia qui

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Il Castelletto a Genova è un posto incredibile, da cui si gode di una vista incredibile, che nessuno riesce mai a fotografare. Ho piene le memorie SD e le cartelle del computer di foto prese da tutti gli angoli – cambiando mille impostazioni, e nessuna rende la bellezza di quel panorama: mostrano tutte troppo grigio e non bastano i filtri, mostrano tutte un altro cielo; mi ricordano con chi ero, certo, come stavo, cosa sentivo e di cosa avrei parlato scendendo (di musica acustica con il suonatore di tromba che ha inseguito me e Mariane fin lassù, del fatto che tutti se ne vanno dicendo che torneranno e poi non lo fanno mai e Simo non ce la fa più a sopportare i suoi vuoti) ma nessuna riusciva a impigliare quel panorama incredibile e quell’incredibile bellezza che non puoi spiegare a parole perché figurati, se non la si può riprendere in fotografia come è possibile allora?

Ci hanno provato in molti, credo anche famosi, ma viene fuori sempre un che di cartolina fotoshoppata, e noti i palazzoni e le brutture – che se invece stai lì affacciata si perdono nei tetti che chiudono il sole ai carruggi, che fanno nascere parole ai De André.

Questo libro (incredibile) prova a suggerire un senso, un punto di vista, una bellezza sua, da vedere tra le righe del maglione colorato di questo vecchio lavoratore, questo genovese. Ma non è che un altro tentativo e sono certa che stando affacciata lì ci fossero altre cose da vedere, altre cose che non sono scomparse al momento dello scatto, sono ancora lì, sotto i bracci delle gru del porto o nell’aria smossa dalle bandiere crociate o tra un piano e l’altro delle impalcature della chiesa di Carignano, ma che una foto non riesce a cogliere quanto uno sguardo di insieme – gettato dal parapetto del Castelletto.

A me non piace vedere le città dai luoghi da cui le vanno a vedere tutti. Ma Castelletto è incredibile e ogni persona che ci sale guarda a Genova in un modo diverso, e prova a fotografarla, ci prova davvero, con i cavalletti gli obiettivi gli iPhone 7 e gli effetti di Instagram. 

Ma Castelletto è incredibile in fotografia, ci credi solo se ci sali.

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Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.

(O scrivo per essere riconosciuta e da chi, sempre incontrollabile, non ricattabile?)

La citazione fa parte di una serie. È di Fabrizio De André, Sotto le ciglia chissà, non ancora letto. Ma c’era questo articolo una sera di aprile o di maggio ad avvolgermi le tazzine della felicità. E c’è questo titolo, anche, al mio diario di mesi… (31 gennaio 2016 – giugno)

La cosa buffa è che programmo l’articolo per fine agosto, quando sono già in Canada. Che titolo ha il mio diario, ora?

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“Ragazzi, che cosa volita?”

L’urlo rimbalza in fretta tra i pali delle impalcature e mi entra dentro dalla finestra, rido. È uno degli arabi del palazzo di fronte… Racconta qualcosa in dialetto (marocchino, credo) ai coinquilini e ripete la frase, due volte, due volte con le vocali a casaccio ed è lo stesso errore che faccio in arabo io, le e per le i, le a per le e… Quando chiedo spiegazioni a Mohammed mi ripete all’infinito una stessa parola e a me sembra la dica una volta bizzef e una volta bezzaf… [È il marocchino per molto, e da lì derivano le nostre bizzeffe…]

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Suona la campanella come a scuola e io mi sveglio nella biblioteca della facoltà di economia che è estate e vorrei solo leggere e fare il bagno e bere vino e fare vitadartista e l’amore per strada… Fortuna che ero qui per non distrarmi, ma come si fa – il tizio davanti a me ha la cover dell’iphone abbinata alla polo – e dietro di lui tu…

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Porto "Antico" dall'alto, Genova

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4179890796_353e78638f_b.jpg Pré

18 aprile 2016

Offro in pasto alla mia retina i papaveri rossi ai bordi del binario 1 a Bra e il verde primaverile che nessun altro verde gli assomiglia – nemmeno quello estivo – e queste immensità di fiori gialli che mi sembra di stare in una rivisitazione pop artistica di una poesia di Van Gogh…
Ci bevo su un po’ di brezza d’aprile -più fresca di come te l’aspetti- e digerisco stanchezze tristezze arrabbiature e paranoie, il senso di colpa perché mancherò a scuola anche domani e dopo domani, e poi per qualche esame, ma ho bisogno di tutto questo *riposo compensativo*, di addormentarmi leggera questa notte e *con lo stesso peso* alzarmi la mattina e scendere nei vicoli, salire i tre piani del Polo didattico, mangiare qualcosa di sano e speziato, non chiedere niente al mare quando ci vedremo…

 

**

 …

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Humpty Dumpty

Segue un testo molto interessante sui/lle migranti, sulle parole, sui loro padroni e sciacalli (riferite quel “loro” a parole o a migranti, va bene comunque).  (altro…)

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Ce l’ho fatta. Sono corsa a prendere il treno e l’ho preso, corsa perché la neve e la spinta mi impedissero di tornare indietro dalle mie stanchezze, dalle mie liste della spesa (per il corpo ed il pensiero).

Ogni partenza sembra sempre/più una fuga (ma poi da..?): (altro…)

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Heart Monitor

A Genova c’è il sole dopo giorni di allerte/altalene unò/duè… Mi sveglia entrando in stanza, fregandosene delle tende a fiori e io festeggio con una colazione colorata tra caffè nero in tazza azzurra e tahin nero-palestinese e melassa d’uva in tazza arancio e poi su fette di banana in piatto blu e fette di pane caldo in piatto verde, e leggendo un po’ prima di andare a tradurre.

colazionecolorata

Leggere mi fa venire voglia di scrivere (che bello!) e vengo qui e inizio e viaggio e batto tasti e NERO, tutto nero, non il caffè il tahin la melassa ma lo schermo, e le mie Windows si eclissano per aggiornarsi senza chiedermi e io perdo molte parole:

Arresto del sistema (cardiaco) in corso…

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desolation detail

Da piccola mi aveva colpito la storia di Pierino e il lupo. Pierino ogni giorno esce di casa e quando arriva al fiume si mette a urlare “Al lupo! Al lupo!” senza motivo. Qualcuno corre a salvarlo il primo giorno, scopre che non ce n’era motivo, e lo avverte di smetterla di gridare al lupo quando il lupo non c’è, o non verrà più creduto quando il lupo ci sarà davvero. Il secondo giorno (altro…)

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Solitamente odio le foto prese in diagonale, ma questa volta non c'era altro modo. E poi mi sembra più facile continuare quel cielo col pensiero, se voglio...

Solitamente odio le foto prese in diagonale, ma questa volta non c’era altro modo. E poi mi sembra più facile continuare quel cielo col pensiero, se voglio…

E poi arriva quel momento (molto vicino alla fine del lavoro) in cui non ti rendi più conto di dove sei.

Non sai davvero se stai traducendo da casa da una biblioteca da Genova o da Parigi. Certo, ogni tanto guardi fuori alla tua destra, dalla finestra della camera di questa ragazza con cui hai fatto scambio di appartamento per tutto agosto, e il Sacré-Cœur ti fa l’occhiolino da lontano mentre si veste di una nuova luce – una nuova sfumatura – come il mare della città in cui ti sei trasferita ad aprile visto dal tuo terrazzo sul porto… Ma non lo vedi davvero.

Il movimento rapido di testa e cuore fa parte del velocissimo meccanismo traduttivo in cui sei presa, è la pausa di cui hanno bisogno i tuoi occhi, che però ancora vedono radar e sonar e trasduttori e circuiti. Perché è lì che sei, su quella barca che vogliono brevettare, nel testo, nelle parole.

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La luce giusta

Questa l’ho scattata io. Non sono una fotografa, non ho una buona macchina. Non c’è la luce giusta e non so ricrearla a pc (se mai fosse possibile). Però mi piace. Perché è la versione più nera del posto da cui traduco quando non ho tempo di uscire fino alla biblioteca con le finestre sul mare che altrimenti adoro (Biblioteca De Amicis, Genova).

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giocarsi

A sera,

giocarsi un solitario con la stessa precisione con cui nelle carte si potrebbe leggere il proprio futuro.

La scorsa mattina a letto ho finito due libri iniziati tempo fa, sulle radici, su Torino*. Mi ha colpito che in entrambi la parola finale fosse: . Ho sorriso, mi sono alzata, e dal terrazzo ho detto al sole incerto: (altro…)

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(violare) Burano

La scorsa settimana sono stata all’ex Ospedale Psichiatrico di Genova in occasione di Quarto Pianeta 2014, ma più che seguire le performance in programma mi sono persa (scusate) tra le mostre e le stanze e le persone di questo edificio gigantesco, assurdo, queer, denso….. (altro…)

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Librerie Indipendenti Genova

La mia città natale (Bra) contava quando ero adolescente tre o quattro librerie in centro. Una aveva la commessa severa e non ci andavo volentieri. Una era gestita da suore e ci andavo solo per i libri di scuola. La terza era (altro…)

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*articolo scritto a mano e su smartphone a partire dall’08/05/2014…
problemes sociaux
Ho raccontato (qui) di quanto fossi stanca, di come questa stanchezza non fosse una brutta malattia ma piuttosto – come suggerito da Riccardo Panattoni nella recensione La società della stanchezza di Byung-Chul Han, traduzione di Federica Buongiorno, per doppiozero –  la cura al desiderio poco sano di far tutto e anche di più in un luogo di lavoro (la mia testa) dove per l’imprenditrice di se stessa
nulla è impossibile.
Ho accennato che per guarire, stanca com’ero, ho cambiato città, sventrato un alloggio, riempito a mo’ di magazzino la stanza che abitavo dai miei, scelto una camera singola piccola in un vicolo buio in condivisione a Genova (ma il terrazzino della cucina è vista porto/mare).

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rest

Potrei dire che aspettavo da tanto il momento in cui avrei scritto questo articolo. O forse il momento in cui avrei scritto, in generale: il momento in cui sarei tornata a scrivere. Amo farlo, e per quanto in questa pausa (l’articolo precedente a questo è datato 01 marzo) io non mi sia negata altri amori a partire da e verso di me… c’era un desiderio di tornare a fare (compagnia a) una cosa che mi appartiene da quasi un anno: questo tradurre la traduzione, come dice il titolo del blog.

 

E oggi

(altro…)

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