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Posts Tagged ‘Roland Barthes’

fino alla nomina dell'avente dirittoC’è che mi piace sempre scrivere e scrivo ancora ma molto meno. Ed è molto diario e poco diario di bordo, il lavoro mi prendeva così tanto che sul cuscino c’era spazio solo più per bazzecole d’amore, o osservazioni da flaneuse postmoderna. Poi nella notte gli studenti invadevano i sogni, non mi salvavo mai, ma questa è un’altra storia. (altro…)

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Sinuoso. - O sincretismo brasileiro, fonte de riqueza para descobrir o sinuoso da historia, da fé e de um povo que afirma no meio de desigualdades injustas, sua alegria e esperança.

C’è un’altra cosa che mi ha colpito, quando ho letto Roland Barthes a colazione, e che venerdì non ho scritto. Non è propriamente una cosa: è una parola. Accade all’inizio dell’intervista:

tutto il suo lavoro è attraversato dall’interesse ai mezzi di comunicazione di massa…

«Sì, ma un interesse ambiguo. Il mio vero interesse costante è stato per la scrittura, la pratica letteraria, che implica una maggior sinuosità…». Se c’era una parola che avrebbe riassunto tutto, ecco, l’ha detta: «sinuosità»

L’ho mai detto che mi impiglio nelle parole? Questa volta è un impigliarsi bello, come quando cammino trasognata, troppo, e mi inciampo ma non cado e rido.

Sinuosità…

Una scrittura e una letteratura sinuose cosa sono? Come strade, strade di montagna, strade sterrate, o collinari, o che ti portano al mare, ti portano in altrovi migliori comunque.

Ed etimologicamente?

Sono caratterizzate da un seguito di seni, mi suggerisce l’amato Aldo Gabrielli, e mi sembra una definizione perfetta per il Roland Barthes che parla di desiderio, che scrive tradotto da Renzo Guidieri Frammenti di un discorso amoroso.

Ai frammenti (uno e due) che ho già amato aggiungo i SENI della SINUOSITA’ di oggi: immagino i corpi della scrittura e della letteratura: rotondi, percorsi, leggibili al tocco, evidenti, reali, o (di)segni…

 

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Forse si era già capito che in quanto a colazioni ho gusti strani. Questa mattina yoghurt di soia ai cereali, frutta secca, cioccolato, semi vari… e un’intervista a Roland Barthes pubblicata nel 2014 e ripubblicata oggi su Le parole e le cose.

Potessi, la ricopierei qui. Citarla a pezzetti mi sembra crudele, ma devo provarci (e poi le interviste son sempre composizioni di pezzetti di vita e pensieri di qualcuno, ma se chi intervista è bravo hanno la forma di vere conversazioni, ed è questo il caso)…

"politica e distanza, linguaggio"

“politica e distanza, linguaggio”

 

Subito mi parla perché quest’anno ho deciso di iniziare il mio quaderno così, “con politica e distanza, linguaggio“. (altro…)

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imperfetti frammenti di un discorso amoroso in perfetti silenzi

Piccolo resoconto di una piccola lezione di scuola in una piccola città*

*Dedicato a quelli/e de LA LINGUA BATTE.

C’è un gruppo facebook che mi tiene incollata allo smartphone anche quando non dovrei, su cui leggo e scrivo di Lingua, parole, opere e traduzioni. Si chiama “LA LINGUA BATTE”, come il programma radio condotto da Giuseppe Antonelli, a cura di Cristina Faloci, che è

una sorta di osservatorio sullo stato e sull’evoluzione della lingua italiana nei suoi vari aspetti.

C’è una classe di venti élèves a cui insegno francese e da cui imparo piemontese, albanese e marocchino.

A loro (élèves) devo spiegare il tempo imperfetto e a loro (Linguabattenti) chiedo perché si chiama così. (altro…)

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Sara

e non è perché oggi si festeggiano sanvalentino e santavalentina, la coppia in tutta la sua stucchevole stupidità;

è perché l’altra notte alle tre, dopo tre sansimone e aver visto tre e più amiche, tre ore di sonno a disposizione per ripensarci sorridendo e riposarmi per la scuola, tu mi hai parlato di fare l’amore con quella donna con cui stavi o stai o starai leggendo dei libri, leggendo dei libri durante, eccitandosi di un doppio amore in cui non fatico a immedesimarmi anch’io, che leggerei: (altro…)

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*articolo scritto a mano e su smartphone a partire dall’08/05/2014…
problemes sociaux
Ho raccontato (qui) di quanto fossi stanca, di come questa stanchezza non fosse una brutta malattia ma piuttosto – come suggerito da Riccardo Panattoni nella recensione La società della stanchezza di Byung-Chul Han, traduzione di Federica Buongiorno, per doppiozero –  la cura al desiderio poco sano di far tutto e anche di più in un luogo di lavoro (la mia testa) dove per l’imprenditrice di se stessa
nulla è impossibile.
Ho accennato che per guarire, stanca com’ero, ho cambiato città, sventrato un alloggio, riempito a mo’ di magazzino la stanza che abitavo dai miei, scelto una camera singola piccola in un vicolo buio in condivisione a Genova (ma il terrazzino della cucina è vista porto/mare).

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Il sogno di tutti: conoscere una lingua straniera (strana) e purtuttavia non comprenderla: cogliere in essa la differenza, senza che questa stessa differenza sia recuperata mai dalla superficiale socialità del linguaggio, comunicazione o volgarità; conoscere, riflesse positivamente in una lingua nuova, le impossibilità della nostra; apprendere la sistematicità di quello che non si può concepire; disfare il nostro “reale” sotto l’effetto di altre suddivisioni, d’altre sintassi; scoprire posizioni sconosciute del soggetto nell’enunciazione, dislocare la sua topologia: in una parola, scendere nell’intraducibile, provarne la scossa senza mai attutirla, sino a che in noi tutto l’Occidente si scuota e vacillino le leggi della lingua paterna, quella lingua che ci proviene dai padri e che ci rende a nostra volta padri e proprietari di una cultura che appunto la storia trasforma in “natura”.

[…]

Si tratta di concepire quello che la nostra lingua non può concepire: come potremo immaginare un verbo che sia ad un tempo senza soggetto, senza complemento e ciononostante transitivo, per esempio un atto di conoscenza senza soggetto conoscente e senza oggetto conosciuto? Eppure è proprio questa immaginazione che ci viene richiesta d’innanzi al dhyana indù, origine del ch’an cinese e dello zen giapponese, che ovviamente non si può tradurre con meditazione senza ricondurvi il soggetto e il dio: provate a cacciarli, essi ritorneranno – ed è la nostra lingua che essi cavalcano. Questi e molti altri fatti ci convincono di quant’è illusorio voler contestare la nostra società senza mai pensare i limiti stessi della lingua con cui (rapporto strumentale) noi pretendiamo di contestarla: è come voler distruggere il lupo introducendosi comodamente nelle sue fauci. Questi esercizi di una grammatica aberrante avrebbero almeno il vantaggio di suscitare il sospetto nei confronti dell’ideologia stessa del nostro parlare.

 

L’Impero dei segni, Roland Barthes, traduzione di Marco Vallora.

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