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Posts Tagged ‘siamo tutte antifasciste’

Ancora.

Ancora.

Sempre.

Tratto da:

https://incrocidegeneri.wordpress.com/2018/03/01/dalla-parte-di-una-maestra-antifascista-e-incazzata/

el maestro luchando

[…]

Troppo onesti,
troppo davvero buoni,
questi ragazzi che hanno disimparato
a contrapporsi.

(Fabio Pusterla, Per una insegnante cattiva, 2014)

Senza manganelli, quando volete. Così Lavinia Flavia Cassaro, antifascista, maestra precaria e incazzata, a Torino inveisce ripetutamente contro il cordone di sicurezza schierato a protezione dei fascisti di Casapound per impedire che il loro comizio venga disturbato dalle contestazioni. Non conosciamo Lavinia Flavia Cassaro di persona, ma ri-conosciamo la sua incontenibile rabbia di fronte ad uno schieramento di poliziotti in antisommossa che protegge i fascisti, ammessi a partecipare alle elezioni politiche in un paese, questo, la cui Costituzione vieta espressamente la ricostituzione di organizzazioni politiche di matrice fascista. E invece i fascisti non solo vengono ammessi alle elezioni, ma i loro comizi vengono protetti e garantiti dalle forze dell’ordine, su e giù per lo stivale. Ri-conosciamo la rabbia di una precaria, trapiantata al nord con uno stipendio tra i più bassi d’Europa e la rabbia, troppo spesso repressa, di un corpo docente contro cui sono schierate frotte di pennivendoli in una gara al massacro, alla diffamazione e alla delegittimazione della scuola statale nel momento stesso in cui questa viene trasformata, anzi mostrificata, in una palestra di addestramento al lavoro precario, se non schiavile, mentre, parallelamente, i percorsi per accedere alla professione docente e diventare di ruolo vengono resi sempre più incerti e costosi.

Prevedibile che le parole di Lavinia Flavia Cassaro sarebbero ritornate indietro come un boomerang in questa italietta piccola piccola, a caccia di capri espiatori e sicurezze, mentre sprofonda nel baratro di una polarizzazione della ricchezza che miete sempre più vittime tra la piccola borghesia declassata. Un’italietta che ha costruito l’immaginario scolastico sulla maestrina con la piuma rossa del libro Cuore e che, complice la femminilizzazione della professione docente, confonde un lavoro intellettuale con un lavoro di cura. Lavinia è una cattiva maestra perché inveisce contro la polizia, quella stessa polizia incaricata di proteggere fascisti e leghisti e caricare i/le contestatori/trici dei vari Di Stefano, Fiore, Meloni, Salvini, spesso poche decine di ragazzi inermi, come è accaduto di recente a Pisa. Lavinia è una cattiva maestra perché è vicina al movimento No tav e non staremo qui a ricordare 20 anni e passa di repressione, carcere, lacrimogeni ad altezza d’uomo, pestaggi contro chi contestava un’opera che ora il governo ha ammesso essere un’opera inutile.

A chi affidiamo la cura dei nostri figli? Confondendo docenza e cura, di questo si preoccupa la famigliola che insegue, angosciata, i miraggi di benessere, pace e serenità della pubblicità del mulino bianco. La preoccupazione è “nelle mani di chi” lasciare i figli quando si è costretti ad assentarsi, attanagliati da un lavoro sempre più fagocitante e meno remunerativo; la preoccupazione è dove, con chi lasciare i figli, ma non l’ odio e la violenza di fascio-leghisti che sparano da un’auto sui migranti o accoltellano alla schiena chi sta attaccando manifesti elettorali, salvo poi ribaltare la versione dei fatti e recitare la parte delle povere vittime con la complicità dei massmedia, come è accaduto a Perugia.

Una brava maestra, invece, cosa dovrebbe fare, secondo l’opinione pubblica fascistizzata e forgiata dai racconti del libro Cuore e dalla pubblicità del mulino bianco? Forse rimanere in classe con il pallottoliere e il gessetto in mano, tra un’ave maria e una salve regina, mentre fuori dalle pareti ovattate di un’aula scolastica i fascisti tengono tranquillamente comizi e fanno proseliti fomentando le masse, sempre più impoverite, contro chi è ammassato sugli ultimi gradini della scala sociale? Una brava maestra dovrebbe forse rimanere ferma e buona al suo posto, pacata, mite, sorridente, addestrare i pargoletti a ripetere le date delle guerre puniche, distogliendo l’attenzione da quello che accade oggi e lasciando ad altri la conduzione del ciclo politico reazionario in cui il nostro presente sprofonda? E così che ci si rende meritevoli di quella mancetta di poche decine di euro di aumento stipendiale, piovute come una caritatevole manna dal cielo in prossimità delle elezioni, per tentare di recuperare terreno dopo l’emorragia di voti che ha seccato il bacino elettorale della scuola.

Lavinia non è la maestrina dalla piuma rossa, questo è evidente. Con la sua birra in mano, con la sua rabbia esplosiva, rompe violentemente con l’immaginario femminilizzato, e per questa via reso passivo, succube e innocuo, dell’insegnante tipo, dell’insegnante modello, quella che rimane in classe a ripetere le tabelline e a ringraziare il suo Signore e Padrone della mancetta per il buon servizio reso, quella che chiude le finestre e gli scurini quando fuori infuria la tempesta.
Nel momento in cui scriviamo, la rabbia di Lavinia si sta trasformando in paura. La stampa ha provveduto a sondare gli umori della pancia dell’utenza scolastica, nella ricerca morbosa di testimonianze sull’ inadeguatezza della maestra. Il ministero ha allertato l’ufficio scolastico regionale, il segretario di un partito in agonia e in cerca di consensi per rimontare ha sentenziato: dovrebbe essere licenziata.

Se in questa apologia di una maestra incazzata abbiamo scelto, nostro malgrado, l’anonimato, è perché stiamo con Lavinia e non vogliamo dover subire la rappresaglia oltre che dei commentatori abbrutiti e violenti che avvelenano il web, anche di una ministra agli sgoccioli che può vantare come unico titolo di merito per l’incarico che ricopre la fedeltà incondizionata – nomen omen, si direbbe – ad un ex premier, segretario di partito sul viale del tramonto, che non ha mai lavorato un solo giorno della sua vita, se non nell’azienda di papà, e che purtuttavia si arroga il diritto di fare la voce grossa e di esprimersi sulla licenziabilità di chi lavora in maniera precaria, con uno stipendio da miseria, lontano dai ripari sicuri della casa paterna e intende la politica come militanza e non come fedele servilismo al potere, ammantato da una patina di ipocrita rispettabilità, tipica del politicante di professione.

L’attacco a Lavinia non è altro che un avvertimento preciso rivolto alla categoria intera, un monito a non uscire fuori dalle righe, a tenere la testa bassa e a continuare il proprio lavoro in silenzio, nel rispetto di un sistema in cui lo spazio per dissentire viene progressivamente azzerato.
Stiamo dalla parte di Lavinia perché rivendichiamo il diritto a rifiutare non solo un modello di insegnamento passivo e, quindi, autoritario, ma respingiamo anche l’idea secondo cui le/gli insegnanti sarebbero diretta emanazione dei valori e delle regole dello Stato in cui vivono e della sua classe politica.

Stiamo dalla parte di Lavinia perché siamo per una scuola laica, antifascista e antisessista, in direzione contraria di quella che vorrebbero imporci lo stato e il ceto politico; siamo per una scuola libera che, se continua in qualche modo a sopravvivere, è grazie a quelle/quei docenti che dissentono, che quotidianamente decidono di svolgere il proprio mestiere in un altro modo, fuori dalle regole e dalle indicazioni ministeriali, e che per questo vengono spesso isolate/i o attaccate/i.

Stiamo dalla parte di Lavinia perché non vogliamo educare soldatini obbedienti o bravi elettori, ma persone in grado di elaborare un pensiero critico sulla realtà in cui viviamo, la stessa che pensa che la sicurezza sia garantire agibilità politica ai fascisti.

Stiamo dalla parte di Lavinia perché abbiamo tutte le ragioni per essere incazzate e tutto il diritto di urlare ed esprimere la nostra rabbia. Del resto, per quanto dure, sono solo parole. Non siamo noi a disporre di armi, manganelli, lacrimogeni, idranti e a usarli contro gente inerme, che non ha altro da opporre che i propri corpi e la forza della propria voce

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Sono un’insegnante, sono sguaiata e sono antifascista! Solidarietà alla “cattiva maestra” di Torino

Testo tratto dal blog cattivemaestre, “un gruppo di docenti di diversi ordini di scuola, precarie e di ruolo, nate nel maggio del 2015″ che assume “questo appellativo in aperta controtendenza alla riforma della Buona Scuola del governo Renzi, ormai Legge 107“:

https://wp.me/p6WmqO-M6

CM antifasciste

“Cattiva Maestra”, così Gramellini oggi su La Stampa apostrofa l’insegnante che in questi giorni è al centro di una vera e propria gogna mediatica, dopo esser stata filmata in piazza a Torino lo scorso 20 Febbraio mentre manifestava insieme ad antifasciste e antifascisti contro il comizio elettorale di Simone Di Stefano, leader di Casa Pound.

Nei confronti della Cattiva Maestra, che nel video si rivolge con rabbia alle Forze dell’Ordine schierate a difesa dell’iniziativa di Casa Pound, il MIUR e l’Ufficio Scolastico Regionale hanno avviato delle indagini mentre il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi ne ha chiesto il licenziamento immediato in un’intervista al Corriere della Sera. Le accuse rivolte alla docente, che motivano la richiesta di licenziamento, sono quelle di essere “una persona pericolosa per l’educazione dei ragazzi che le sono affidati” e, secondo Gramellini che concorda con Renzi, sarebbe lei “la fascista perfetta. Arrogante, violenta, fanatica. Con gli occhi strabuzzati e la bocca sguaiata che bestemmia il buon senso e il senso dello Stato”.

Negli ultimi mesi di campagna elettorale siamo state dirette testimoni delle conseguenze che la legittimazione politica e mediatica dei partiti neofascisti ha prodotto nelle scuole e nei quartieri delle nostre città. Volantinaggi, banchetti, slogan fascisti sui muri degli istituti scolastici, apertura di nuovi centri di aggregazione, iniziative di protesta contro le programmazioni didattiche non in linea con i loro contenuti, attacchi diretti a insegnanti e a presidi “sessantottini” si sono moltiplicati. La scuola per Casa Pound e Forza Nuova è decisamente un spazio di potenziale aggregazione: dal coinvolgimento nei comitati genitori della scuola primaria, al lavoro diretto con gli studenti medi, il tentativo di diffondere una cultura nazionalista, razzista e sessista attraverso specifiche tematiche scolastiche è esteso a tutti i cicli.

Se anche la Ministra Valeria Fedeli, in occasione del settantesimo anniversario della Costituzione, ha ritenuto opportuno riaffermare le radici antifasciste della scuola italiana distribuendo una nuova edizione della carta in tutte le classi, è forse perché anche nei piani alti di Viale Trastevere ci si sta interrogando sui possibili effetti dello sdoganamento della cultura autoritaria e fascista, per altro, avallati da diversi suoi colleghi di governo. Come insegnanti antifasciste e antirazziste difendiamo ogni giorno la memoria storica collettiva dentro le nostre aule, e ci facciamo carico del ruolo di presidio culturale e democratico che la scuola deve avere all’interno dei territori: una comunità di dialogo garante del rispetto di tutte le diversità. Lo facciamo con gli strumenti e la professionalità che ci danno la formazione e l’esperienza, scegliendo in ogni contesto metodi e pratiche adatti al ciclo scolastico, alle storie e alle sensibilità dei nostri alunni e delle nostre alunne, senza cedere sulla radicalità di contenuti per noi imprescindibili. Fuori dalle classi non siamo più insegnanti, lavoratrici, rappresentanti di un’istituzione; siamo donne, femministe, antifasciste e antirazziste.

Non siamo tenute a incarnare 24 ore su 24 e in ogni momento della nostra vita il ruolo del posto di lavoro né a rispettarne la disciplina. Dietro questo attacco alla professoressa, non c’è nessuna difesa dell’integrità della scuola. C’è solo la traccia di un nuovo perbenismo e moralismo che si fa strada nella società e che si intreccia con le pulsioni autoritarie di questa classe dirigente neoliberale.

Rifiutiamo la retorica dell’insegnamento come missione, come indole, come propensione naturale al sacrificio in quanto donne. Non siamo necessariamente materne e composte, né tantomeno pacate con i fascisti. Ci sembra gravissima la gogna mediatica alla quale la nostra collega viene sottoposta in queste ore, e un precedente pericoloso la richiesta di licenziamento per le sue scelte politiche. “Licenziata perché sguaiata antifascista» quello stesso antifascismo “patinato” e retorico che qualcuno in campagna elettorale dice di difendere, ma poi è pronto ad insegnarci le buone maniere e a condannare chi non fa dell’obbedienza una virtù.

Del resto, era proprio Don Milani a ricordare:
«L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari? […] L’obbedienza non è più una virtù»

Solidarietà all’insegnante torinese, in piazza e nelle classi tutti i giorni contro ogni fascismo.
Siamo tutte antifasciste, siamo tutte Cattivemaestre!

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