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Essaouira, ça ira

Dicono che Essaouira è la città dell’amore, ma a me sembra che questo amore non sia mai fine a se stesso, tiene sempre per mano (i baci in pubblico sono mal tollerati) un’aspirazione altra: l’Europa l’America il denaro una notte esotica per i racconti agli amici un ricordo di viaggio indimenticabile

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Amo così tanto Genova che tutto ciò non dovrebbe toccarmi (ma abbracciarmi fingendo di avere freddo, o di volermi proteggere da nonsocosa e dal freddo, quello si può) eppure mi sembra che là i confini siano più netti, tra chi l’amore lo vende e chi l’amore lo cerca o lo dà. Qui invece mi viene da innamorarmi di tutti e tutti odiarli, per vari motivi, e dubitare sempre anche se predico nel mio lungo qaftan che si fa prima a chiudere gli occhi e a credere. Ognuno ha il suo modo di vedere e vivere i corpi e i cuori degli altri (e di entrambi si parla spesso, chouma o no), e io non riesco a trovare un punto comune, uno slargo in cui prendere aria davvero (senza che la sabbia ti invada i polmoni), un percorso certo da percorrere da sola – anche la notte.

Continuo a perdermi nei vicoli senza nome di questa medina, e va bene così…

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Di calcio e consonanti

Chi dà contro al calcio e dice che è roba per zoticoni ignoranti non ha mai fatto un giro tra gli scaffali di una libreria sportiva, non sa ascoltare certe storie, e in definitiva si perde le rime baciate dei commenti televisivi, le grandi epopee, gli ammiccamenti dei tg calcistici all’ora di pranzo, le analisi sociolinguistiche delle esultanze da bar (a Paris Abdel incitava i marocchini in francese ma se sbagliavano li insultava in arabo), la possibilità di sapere come si scrive davvero Croazia, e ovviamente tutta una cultura popolare fatta di attaccamento alla propria terra, superstizione, leggenda.

Così il servizio sulla semifinale di oggi fa notare che dal gol di Eder negli europei per il Portogallo e contro la Francia alla sfida di oggi contro il Belgio c’è di mezzo una lettera sola, e vedremo cosa combinerà Eden, mentre al Tour de France – che seguo da quando un alunno me l’ha raccontato quel mio primo anno in seconda F, che incominciavamo ad amarci – la maglietta gialla ce l’ha proprio un belga.

E poi c’è questo ragazzo i cui addominali fanno impazzire persino mia madre, candidato al pallone d’oro, che non ha più un nome ma è diventato l’acronimo di se stesso: CR7. Il tg regionale mi regala un’intervista al torinista Sala, chiamato sul campo poeta del gol, altro che CS7, che oggi ride da gran signore della strapotenza della j++e e senza populismi e banalità suggerisce che chi vince può sembrare forte, ma non sempre lo è. Molti derby ce lo hanno insegnato, alcuni giocati da lui, e io non vedo l’ora di seguire ancora un po’ di calcio, magari in trasferta, così la cultura che imparo si duplica e triplica, grazie alla squadra e alla città locale.

A tutti voi auguro di godervi queste ultime tre partite come farò io, e come non avrei potuto fare se ci fosse stata l’italia di mezzo (i nazionalismi? mi affascinano solo quelli degli altri!). E di leggere di calcio di guardare calcio di mangiare calcio. Vi auguro di tifare almeno una volta nella vita per una perdente, una perdente che a un certo punto ce la fa e batte la potentissima, la stronza, la grande merda; che ci insegna che sì, almeno una volta nella vita possiamo farcela. E di non declassare il calcio alla tracotanza dei pochi che si contendono i contratti e gli schermi e le solite squadre.

Il calcio vero cercatelo nei tg regionali. Ci troverete poesia

Profumi propiziatori

Ho preso il mio disordine e l’ho chiuso in due scatole

Ho preso tutto quello che potrei voler portare in Marocco e ne ho riempita un’altra

Ho dato titoli carini ai pensieri che mi assillano come a ogni pre-partenza

Poi sono passata davanti alla cucina e a distanza di s e t t e mesi ho risentito forte l’odore del musk che ho portato da Chefchaouen come souvenir…

Sette mesi.

E io riparto per il Marocco.

E magari scrivo a Ouissame che aveva condiviso i suoi acquisti con me nel grand-taxi, mentre le gambe mi si facevano pesanti all’improvviso e temevo si sentisse l’alone del kif. Magari scrivo a Ouissame che mi ha insegnato, il musk, a passarlo sotto il naso per fingermi profumata. Le scrivo che torno, che risentire il nostro profumo proprio questa sera mi sembra propiziatorio, che bevo lunghissimi caffè freddi nella sua tazza azzurra e banale – che ho accettato con la gioia di chi riceve regali inaspettati dagli sconosciuti

– E cosa hai preso come souvenir?

– Niente!

– Come niente?

E il tempo di dire che non è roba per me mi aveva fatto scegliere tre o quattro regalini su un ampio catalogo di tazze tazzine portachiavi e saponette improbabili e dolci, tutti blu

– Tanto io ne ho presi più di quanto mi servivano

E con le lacrime agli occhi mi sento in Marocco…

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**

*

L’immagine del musk è di Jodi Ettenberg e compare assieme a molte bellissime altre in questo articolo di Legal Nomad su Chefchaouen. I miei ricordi della città sono molto più blu; il mio musk è bianco.

Ho un corpo stanco e pieno di cicatrici di forme e origini varie, un giorno mi farò coraggio e le adotterò tutte, darò loro un nome come ha fatto A con la più lunga, la principale – che ha anche una canzone e una bomba tutte per lei – e inventerò per loro molte leggende.

Queste per esempio me le sono procurate un giorno che facevo un trekking facile sul vulcano ***, tutto ha iniziato a tremare all’improvviso e non c’è stato tempo neanche di pensare che un primo veloce spruzzo di lava è salito a un metro da noi e poche piccole minuscole braci mi hanno bucato la maglietta. Facevo il rumore dell’acqua frizzante quando apri la bottiglia dopo un viaggio in macchina…

“Ma è una storia vera?” mi chiederà Paulo (nella mia fantasia questa scena si svolge in un coloratissimo ostello da qualche parte in Sud America, dove ho un posto letto in una stanza a tre e la cucina è blu e gialla, e sto condividendo la cena e le birre con un brasiliano e due polacche), me lo chiederà senza l’aria di volermi sgridare, sorridendo, perché io avrò parlato con occhi furbi e sognanti, apposta per rispondere

Forse…

A un certo punto dobbiamo lasciarci salvare e dalla vita mi salva Parigi, dalla morte mi salva un morso piccolo alla punta di questa baguette.

Non lo avevano ancora coperto col lenzuolo bianco che già ridevano, e io gli notavo la pelle scura, e mi chiedevo se i poliziotti lo avessero trovato morto (la fête de la musique, i risvolti di merda della fête de la musique, i furti, l’alcool, bottiglie intere giù in gola, giù in strada, in testa, partout) o se lo avessero ammazzato loro – ché succedono cose strane in Francia quando la polizia incontra quelli con la pelle nera.

Una donna fa foto col cellulare. Mi esce un “c’est quoi ça”, mi rispondono “un cadavre”. E c’est tout? Finita lì, un cadavre, c’est bon, on continue le nostre vite come se niente fosse? Ho voglia di scuotere tutti quelli seduti sul canale poco lontano e di urlargli c’è un morto più in là e voi che cazzo fate? … Io, che cazzo faccio?

Vado all’SNCF per la seconda volta, per questa cosa dello sciopero. Attraverso un giardino, attraverso delle strade, mi attraversano dodicimila pensieri come vomito dentro. Quando ripasso i poliziotti sono ancora lì, il lenzuolo è steso, la donna col cellulare – probabilmente della digos – getta un monopattino – forse del morto – in un cassonetto e ride. Ride. Ride. Ride.

Sbaglio strada. Finalmente arrivo al mio libanese preferito e il suo arrotolato all’hummous non mi salva. Prendo una baklava piccola alle mandorle: non mi salva. Faccio due foto ai graffiti: non mi salvano. Quando ripasso al posto del cadavere del lenzuolo e della polizia c’è una coppia che guarda le paperelle nell’acqua.

La vita continua, sempre, e sento che è questa la lezione che vuole darmi Parigi ma neanche questo pensiero mi salva. Mi chiedo (egoisticamente) come può andare avanti questa giornata, se non sbagliando altre strade, non riconoscendo più nulla, litigando per una coda in libreria.

Poi dò un morso alla baguette, alla prima e ultima baguette di questa vacanza, e in modo dolce, salato, croccante, caldo, sorrido un po’ e mi faccio salvare. Un piccolo morso alla punta di questa baguette mi salva. Mi salva. Mi salva. Mi salva

Sono a Parigi e non me ne frega niente

Sono a Parigi e non me ne frega niente

Sono a Parigi e non me ne frega niente

Sono a Parigi e non me ne frega niente

Almeno fino a quando non vedo due occhi neri molto scuri e quattro tetti viola chiaro

E arrivo qui

E spuntano anche la luna e la tour Eiffel

E il tramonto diventa liquido

mi si scioglie dentro

mi allaga la stanza (crue)

mi cullerà stanotte spero e no non esco

No non esco

Non ho paura

ma non esco, oggi me ne sto a casa,

a bagno nel tramonto di questa città a cui manca solo il mare

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