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casa

Voglio leggere la Bibbia. Voglio leggere il Corano. Voglio tornare a casa e sistemare il contratto della mia nuova scheda prepagata. Ma non ho una casa. Voglio avere scorte di frutta secca di legumi di hamburger vegani cereali precotti. Anche di cartaigienica sapone intimo deodoranti, come a casa di mia madre. Voglio i miei libri. Cercare una riga sottolineata anni fa. Un segnalibro lasciato fermo a una postfazione. Voglio appendere le foto che amo alle pareti con delle cornici vere.

Poi non sono sicura che casa la si trovi attorno a queste cose. Anzi mi ricordo che ho sempre creduto di no. Però mi sono imborghesita, o mi sono stancata, e ora voglio una casa in cui tornare e stare sola o con voi, ma comunque stare.

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una persona bellissima

Rileggere il mio diario francese invece di dormire e trovarci dentro dolori e entusiasmi e

e il numero di Bea che è una persona bellissima

mai più

Ho un mal di testa totale

Ho perso le medicine nei traslochi

So che a far l’amore passerà

Scrivo per occupare il cervello come posso, so che dovrei alzarmi e cucinare, o vestirmi e uscire, o svegliarmi e comprare delle medicine nuove

O decidermi a metter su casa e non perderle mai più

Nonmetafore

Mattinata di stanchezza mattinata di mestruazioni mattinata di mal di testa e di noia e di cose che sarebbero da fare subito ma metto in un memo sul telefono

(All’inizio quando scrivevamo e non avevamo esempi in letteratura di come parlare delle nuove tecnologie secondo me scrivevamo smartphone, anche se nessuno lo chiama veramente così)

La mattinata giusta (e sbagliata) per fumare una sigaretta. Per fortuna non ne ho, e non posso controllare se giù ci sono Bouba e Omar. C’è Pietro, però

Mattinata di notizie che speravo diverse e so che il giorno comincerà quando mi chiami e vengo da te e dopo venti minuti ti dico Eccolo, ecco il momento che finalmente mi rilasso, ecco, è ora, e tu non stai facendo niente per farmi rilassare, mi basta che stiamo così

E poi c’è un punto tra le gambe in cui si ferma sempre una goccia che non riesco a prendere e mi si tatua e ritatua sulle nocche del pollice. E non so se travasare la menta in quel vaso che sembra aver portato sfortuna al basilico. (Ecco, una cosa incredibile della Liguria per me è che mi manca il basilico, quello rigoglioso e amaro del Piemonte che da un vasetto a un euro veniva sempre su una siepe una taléa dopo l’altra, e qui invece devi mangiarti le prime due foglioline tenere se no sprechi tutto)

Mi sembra che quella goccia e questa cosa del basilico siano metafore ma lo spazio in cui dovrei capire di cosa ora pulsa ed è stretto e chissà se mi passa se mangio (oppure chiamami)

E ora capisco perché questo sovrapporsi sudato di vite dei vicoli mi affascinava all’inizio e teneva incollata con gli occhi al muro di fronte per ore e con le orecchie in giro un caruggio dietro l’altro

E oggi che finalmente fa fresco e posso mi chiudo dentro la stanza, porta e finestre, e lascio fuori tutta la pazzia e la disperazione, le bestemmie, le urla di quelle che salgono direttamente dalla pancia, anzi dall’intestino, quando è pieno di merda

Stare dentro le vite orribili di tutta questa gente è molto faticoso, sapere dove si nascondono, vederli alle prese coi figli coi soldi e col cane, sentirli telefonare ad altri matti come loro

Ricordarsi le mie litigate stronze, odiare i vicini che non ne potevano più di starci a sentire, quel giorno che è venuta giù la libreria o che ci siamo inseguiti un isolato o che mi tenevi i polsi dietro una porta a vetri e qualcuno pensando di difendermi ha chiesto aiuto ma la violenza non era nelle tue mani (graffiate) / era ovunque / nelle gabbie in cui ci infiliamo ogni volta che diamo per buone le categorie e le storie che ci hanno insegnato

E ora, qui, urlarsi addosso per il fumo. Urlarsi addosso per la figa, urlarsi addosso per un reggiseno, urlarsi addosso per soldi, prendersi a schiaffi in tutte le lingue del mondo, e la polizia che sta alla larga: Genova amplifica quelle cose imparate a Porta Palazzo, è la struttura stessa della città a farlo, le discussioni minime tacciono qualche secondo per far sfilare quelle medie, le medie si interrompono come al gong del pugilato per certe altre massime questioni, ma tutto rimbomba uguale tra queste pareti strettissime, che se in una strada ci passiamo in quattro già le danno il nome Vico Largo…

antidoto

Ahi!

Sono in ascolto proprio nel preciso esattissimo istante in cui mi punge una nostalgia inspiegabile (o forse spiegabile in parte col tempo che passa e che fa)

Sto leggendo Capossela e il segnalibro mi parla di un noi iniziato a maggio e finito a giugno scorsi, come le ultime interrogazioni a scuola. E sento pungere. E basta, vengo subito a scrivere,, come fosse un antidoto,, e forse funziona

Mi sto abituando a quando mi salutano “Buongiorno signora” (e mi sto abituando al gatto). Un bambino tossisce forte come un uomo, sulle spalle di suo padre, e la sorella del proprietario del bar va a Voltri a prendere la focaccia tutte le mattine, e oggi mi fa scegliere la fetta che voglio, e io la mangio col sotto in su. Fa caldo afoso anche nelle vie dietro, e poi per sbaglio prendo via Gramsci, sbircio Genova sotto la sopraelevata, e qualcuno si è preso la briga di disegnare una base fitta di mattoni bianchi e storti sulla saracinesca di un’edicola. Leggo tutte le scritte sui muri (vafancullo, con le doppie a caso), annoto tutto con gli occhi mentre ascolto la voce di mio fratello raccontare il suo amore giovane e incerto, e io che in queste cose non ci so fare gli dò consigli con voce sicura, e poi compro un pane arabo e uno genovese

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