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Primavera 2019

Ballare. Ballare fino a sanguinare e fino a quando mi si chiude il naso. Ballare dando la schiena al mondo.

Farsi portare a casa in macchina da una ragazza bionda che ha una delicata grazia in ogni cosa che fa, anche bere un gin lemon in plastica o guardare la gente fare cose che lei non capisce e dare in esclamazioni sorprese

E poi qua a Genova è primavera, è già estate! Sento che arriverà il freddo di nuovo e noi ci faremo trovare preparati, ma solo se ora stiamo più nudi che possiamo

(Ora ascoltare le canzoni che ascoltava Sal on the road, ma anche stendere la roba bagnata, piegare la roba asciutta, andare a un reading musicale e quando mi manca Paul tantissimo ma ogni volta che mi manca di più è lunedì o la notte, quando è chiuso

Che splendore

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Vico

Di fretta tiro diritto e passo oltre il vico di sempre, vico mio a tirare ciliegie ai passanti, vico ci avrò baciato quanti ragazzi?, forse tre, facciamo quattro, vico ti vedo da sopra che parli imbarazzato coi miei amici, vico vengono a trovarmi e mi chiamano forte, non c’è campanello, vico lei bellissima, vico che tu mi guardi dalla finestra un metro e mezzo davanti e uno sopra di me, poi un giorno improvvisamente sei da questa parte e se solo mi sfiori la gamba devo distogliere lo sguardo e tenere il respiro, vico puzza di erba, e puzza di crack, vico i ragazzini che rappano dietro l’angolo, e il mio bar proprio sotto, vico spicchio di cielo e due mani che stendono i panni su una corda di fortuna, vico tortura

Ad Alba c’è un pittore: le sue bozze han più dettagli delle opere finite, ma queste han più tesori

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Ad Alba il mare

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Ad Alba le opere d’arte le fanno sul retro delle locandine e le appiccicano alle porte per sbaglio

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Ad Alba con l’arcobaleno tra i piedi

me ne vado in una piccola sala riunioni dell’ospedale, dove le figlie e i figli dei/lle dipendenti dell’ASL si incontrano e hanno in comune il voto sulla pergamena di laurea o sul diploma.

Con la voglia di natura che ho, mi siedo in modo da stare di fronte a un’enorme sequoia appesa alla parete più lunga, ma so scrutare anche certi volti pieni d’orgoglio (io che ho sempre detto “ma al 110 e lode ci arrivano tutti, la magistrale è facile” finché non mi hanno risposto “forse è stato facile per te, perché sei stata molto brava” e io non so dove stia la verità ma certamente devo smetterla di pensar male di me)

Intanto nei discorsi dei medici c’è poca retorica, ci fanno dei complimenti sinceri, ci chiedono di noi, siamo solo in due a esser figlie di un’infermiera o una segretaria, e faccio una pernacchia dentro al sindaco di Genova che a quell’altra cerimonia aveva parlato della famiglia come prima causa dei nostri successi (ringrazio mia madre, certo, e mio padre ma non dimentico che famiglie diverse hanno mezzi diversi)

Il direttore generale risponde finalmente alle mie domande più recenti: a che serve insegnare? a che serve ascoltare l’insegnante da dietro al banco di scuola? a che servono i libri i manuali i romanzi le canzoni le parole. a che serve tutto quello che faccio

Parla del tenace rapporto tra cultura e salute, in ogni individuo e nelle comunità: più si sa, più si sta bene; più si conosce, più si accoglie; più si studia, più ci si apre

Mi apro allora alla città e la città apre portoni su cortili con enormi alberi

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e finestre sul cielo

e sulle vite dei santi

e apre nella mia testa idee come sentieri da percorrere tutti, prima o poi, il primo oggi

e chissenefrega se non ho le scarpe adatte!

Sono sentieri fatti di colli in lontananza nella foschia di primavera e lunghi edifici coi vetri rotti

geometrie di casale in campagna

e bruttezza di bialere esauste

Qui il vino cresce sugli alberi

e le damigiane si fanno siepi

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L’uva cresce anche nelle rotonde dei raccordi che ho imboccato contromano

per arrivare qui:

dal nulla al sogno

Ripeto che mi son messa a prestare libri a mia nonna, tutto è nato perché ho letto “In nome della madre” e ho pensato le potesse piacere – lei ci si è persa perché conosceva una storia diversa ma pare che come scrive Erri De Luca le piaccia perciò ora che ha degli occhiali nuovi continuo coi suoi libri prima di passare ad altro.

[Mi piacciono queste foto a copertina piena, quasi dei poster, in cui il libro riempie tutto lo spazio disponibile e non ci sono tovaglie coperte pavimenti tazze di caffè matite penne o mazzolini di fiori a rendere tutto molto più hipster e molto meno..”leggibile”]

Anche qui ho lasciato pochissime tracce di me, sarà che trovavo De Luca talmente bello da non saper scegliere tra le sue frasi.

La pagina iniziale è pulita, ma pulita come un pugno ben assestato:

[Pulita ma piegata chissà quando da chissà quale maldestrezza (maldestrità? maldestrìa? Ce lo chiedevano con S prima di fare l’amore, e dopo aver spaccato due barattoli di sugo)]

La premessa parla di Argentina, senza articoli.

La prima pagina inizia così:

Leggo solo libri usati.

Strano che io non abbia segnalato quanto la cosa mi corrisponda. Ma questo libro era nuovo.

Eppure ne avevo di cose da dire, a pagine 27 in rosso critico un paesaggio (!), apro una parentesi che non chiuderò:

E me li ricordo questo vino e formaggio… Come sempre quando leggo, ci credo [pag. 49]:

Non credo agli scrittori, ma alle loro storie, questo rispondo a un marinaio impestato di lentiggini che mi chiede se ho fede in Dio.

Erano ancora i tempi che le frasi degli altri non le troncavo a metà, o mi piaceva il riferimento alla creazione di Dio (complemento di specificazione più che d’agente).

Mi chiedo cosa penserà mia nonna leggendomi

Dicevo che mi son messa a prestare dei libri a mia nonna, dar via per un po’ le mie sottolineature, le mie note a margine, la me di 3, 7, 10 anni fa. Prima di farlo, e per paura di perdermi (e Seta effettivamente non si trova più), rileggo:

L’ho comprato alla FNAC il 30 gennaio del 2010, dice il primo foglio bianco disponibile, quando ancora non sapevo nulla dell’agonia delle librerie indipendenti e mi piaceva spendere meno e uscire carica di carta e consigli (perché i commessi del reparto libreria della FNAC di via Po poi erano un po’ librai veri, non era il Mediaworld ecco)

Per tutto il primo racconto non ho lasciato tracce di me, ma all’inizio del secondo

penso a due dadi, un fungo, una damina, un fiasco: pedine di un Monopoli intorno al quale tenersi le domeniche.

All’inizio del secondo racconto un ricordo di me:

Già mettevo parentesi, parlavo di nomi. Chissà. Poi non sottolineavo più nulla

Carnaval

E quello che ni fai con le mani e con le braccia lo chiameremo magia; lo sfregamento dei tuoi baffi su di me: fuoco; sarà acqua il tuo sguardo quando mi fai una proposta e cuore quel tuo culo stretto che porti in giro per le strade di Marsiglia, inseguendo i profumi di questa città immensa e viva·

Dormiremo nella fontana di Cours Julien all’ora in cui è ancora in funzione, ruberemo la musica agli altoparlanti e le trottinettes ai bambini; sposeremo anziani argentini e mamme gatte, faremo figli topi, coi mantelli gialli e le bombolette spray

E balleremo tantissimo

Sensi

Resto indietro per ricaricare il telefono e fare una foto alla mia solitudine

Vi mangio ad occhi chiusi, il tatto prima del gusto, ma poi quanto gusto

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