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Non solo mi nota e mostra i miei difetti, le mie foto e le mie citazioni: torna all’improvviso con il numero di telefono di un altro e dorme storto nell’ingresso sporco perché nella mia stanza c’è già un’altra. Torna alla fine di una giornata incredibile – che ultimamente da queste parti e altre è una giornata tipo. La racconto altrove, in terza persona, così magari ci credete meno, o non andate a raccontarlo a mia nonna.

[C’è stato un tempo in cui un cugino metallaro si divertiva davvero a raccontare a mia nonna dei millemila uomini (ah-ah-ah) che secondo la mia coinquilina triste io mi portavo a casa. All’epoca mi aveva fatto rabbia e impressione – era come una conferma di vivere in uno di quei paesotti dei libri, dove il padre sa prima e più della figlia cosa ha fatto una certa sera di festa. Ad oggi so che molti parenti che amo leggono il blog: a voi voglio dire che c’è molta poesia qui dentro, poesia di merda come quella che leggo io. Per trovare la verità bisogna scavarci dentro, ma senza guanti…]

Una notizia

Mi chiama di là per parlarmi di N, dice: ho una notizia per te. La notizia è che lui e M hanno litigato, per me o per C, ma a me frega cazzi di essere oggetto di un singolar tenzone. Il Medio Evo, il 2017… Il mio tempo è fatto di corse in metro fino alla fermata Volduportable, dormire culo all’aria per star scomoda e svegliarmi anche senza alarme, il mio tempo è scandito dai passi utili per i tragitti casa-caserma, casa-caffè, casa-cazzodiinternetpoint, il mio tempo scorre contromano alla Senna, il mio tempo passa sui bus alle frontiere…

Mi dice anche che è vero che N ama il mio accento, il mio francese, non il mio nuovo taglio di capelli. Anche di questo mi frega poco, io amo quelli che ti si siedono e coricano a fianco a una jam session, e il giorno dopo dormono già da te; che notano come guardi il batterista e le foto che hai sul muro, e il giorno dopo la citazione di un libro che ti sei scritta a fianco, con tenerezza:

Marquez tradotto da Cicogna, Cent’anni di solitudine

Bellezza

B come basilico

Bipolare 

Bilocale a Marsiglia

Bicchiere di zafferano turco la mattina

E poi giradischi, Palestina, (e il timo), aerei, libri in cinque lingue, un vero Pastis, l’ombra del nostro palazzo su quello davanti e l’ombra della sua mano sul ghirigoro delle scale tra il secondo piano e il terzo

Due, dai

Artaud nella tasca davanti, Marquez quella dietro. Scopro il sottile piacere di leggere cose tristi senza esserlo.

Prima alla fermata è arrivata una bionda vestita di tutto punto, e mi ha scavalcata in coda, o almeno ci ha provato. Io ho ristabilito l’ordine (ordine per me mai, eh, ma in coda si) e lei mi si è seduta davanti, comoda sui sedili coricati, come per vendetta. Quando si è spostata verso il corridoio per evitate l’aria condizionata le ho fatto rialzare lo schienale lato finestrino, più per principio che per bisogno, senza pensare che rinunciavo alla privacy, così mi ha visto tra un bracciolo e l’altro levare la gonna e ballare – e io le ho visto il colore degli occhi dietro le ciglia lunghe e mascarose, o almeno ci ho provato

C’é ancora tutto un po’di tramonto, dedicato all’autista reubé che mi porta a Marsiglia, città che mi hanno descritto così : piena di topi e di arabi (e vi giuro che non ci ho manco vista malizia, solo matematica – o perché io potrei dire la stessa cosa con amore dei miei vicoli genovesi).

Così ho scoperto dove tramonta il sole in Costa Azzurra, visto che il mare è a sud : nei finestrini dei bus a cinque euro.

Comunque ecco non ho bisogno che mi parli di lei : a Marsiglia ci sono stata con Fede, che abbiamo dormito sul primo o uno dei miei primi covoiturage della mia vita e poi ci siamo svegliate in contromano nella folla del post 14 juillet, che ora da queste parti è diventata una data di merda. Che ci siamo dette che effettivamente il Mucem non è brutto, ma le Calanques sono meravigliose. E quel mercato chissà dove o una terrazza di periferia. E infilare il braccio nell’occhio di Picasso.

Comunque non ho bisogno che mi parli di lei perché domani ci faccio un giro con B, che ho incontrato su un sito e parla 5 lingue, e proviene da 4 nazioni (alcune : “arabe”).

Ora è notte davvero

E io sono quasi al mio quai.

È bello per una volta viaggiare senza scappare. Senza dolore. Avendo dormito la notte prima, addirittura. E essendomi prima portata la tazzina di caffè alla toilette e aver pensato Queste cose le fai a casa

I feel my body

Da piccolina avrei fatto foto anche a questo paesaggio. Ma in realtà è uno di quei paesaggi – non voglio dire banali (colline, verdi fino alle 8, nere alle 9) – di quelli che da soli non bastano a fare da colonna sonora. Perciò metto la canzone di ieri e l’altro ieri (tradurtela, ballartela sopra) e ancora, anche qui, tra i sedili di un bus sottocosto che mi porta da Nizza a Marsiglia, I feel my body… 

Come la traduci in italiano la percezione di te completa, te tutta, te unghie ginocchio orecchie cosce l’osso tondo della caviglia? Per me si sente più che altro col naso (come per Chloé), gli anglofoni invece han trovato un bel verbo per la totalità dei cinquemila sensi. E sentimenti: ché se ci facciamo etimologia la smettiamo di perderci nelle divisioni e non siamo più o testa o corpo, o corpo o cuore (corps – coeur), ma semplicemente noi. Semplicemente io. Sono io (in viaggio coi miei tuoi lividi in giro per la Francia). Et I feel my body…

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