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In via dei cinque santi

C’è una foglia d’albero tatuata sull’asfalto.

C’è una zanzara che si è persa, è rimasta nella stagione sbagliata, ed è così stanca di tutto questo freddo che non si ricorda nemmeno più bene come si fa a pungere, succhiare, nutrirsi. Questa zanzara mi assomiglia.

C’è un albero che ogni mattina riluce di mille uccelli e al pomeriggio e la notte torna l’albero autunnale silenzioso che nella mia testa dovrebbe essere e io mi chiedo cos’avranno mai da dirsi questi uccelli solo all’alba, dove vanno a sera, se hanno già incontrato il gabbiano che fa la voce grossa nel mio cortile, o

(se io volessi credere che è a me che parlano – e non lo credo forse continuamente, che il mondo intero sia un messaggio a me rivolto? e non scrivo forse spesso in risposta a domande che nessuno mi ha mai veramente fatto? – allora penserei che esistono per distrarmi dalla vertigine capovolta che è questo mio nuovo quartiere genovese, che se ti affacci dal basso sull’orlo di questi palazzoni immensi e accatastati ti tremano le gambe, che forse è per questo che sono instabile, confusa: ché mi piace l’orizzonte ma questa città si verticalizza in infiniti muri senza sole come un labirinto pieno di splendidi tossici e fierissime puttane, dove il vino costa un euro, la focaccia pure, si mangia e beve con poco – e che oltre il porto e il pesce esiste anche il mare chi se lo ricorda più)

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Spreco la mia ultima minuta possibilità di dormire sei ore piene stanotte per scrivere:

– oggi a guardare le foto invece ci ho rivisto quegli stessi sorrisi, quella felicità che avevo nonostante alcune cose. Vai a sapere come funziona il meccanismo analogico dei ricordi quando lo fai girare su un supporto digitale

– venti giorni fa parlavo almeno dell’amore che non so fare, oggi sto zitta, non mi esce niente, ma la tastiera del mio computer lo sa, e lo schermo quando si faceva vacuo davanti a un mio pensiero che devia.

_ _ _

Ah e stasera non lo so in che stile scrivo

Dove sei?

(Questo invece è il mio stile di sempre)

Right turn

Io che ho un ricordo di Tangeri stupendo e avvolgente, e dispersivo, e stretto e slabbrato, ma comunque stupendo,, invece quanto male avevo dentro e se ascolto Chris Cornell mi sembra di vederlo e che tutto quel male fosse lì che è uscito, su quel materasso spostato ai piedi del letto, sul cuscino uno in due, con Right turn che suona per la trentesima volta dietro la candela della versione marocchina dell’ikea.

Con quel male che usciva c’entravi un po’ anche tu, e i colpi dati, e l’aria tra l’oceano e il cielo di Assilah, credo, le foto dei nostri piedi sulla sabbia. La musica gnawa, il kif, la spagna lontanissima, la zuppa di fave,, ma anche tu e Chris Cornell tutta la notte in quella stanza piccola coi miei vestiti e souvenir sparsi in un angolo, – non riuscivi mai ad aprire l’armadio per prendere quel grosso libro nero e mostrarmi un po’ di te com’eri quando ascoltavi Right turn per la prima volta e Rokhaya ti lasciava per tornare a Casablanca, dove non eravamo mai state

Torino Lingotto

Intanto siamo in quattro su o attorno a questa panchina e siamo ognuno rivolto a un punto cardinale diverso, potete fotografarci per un articolo sulla destrutturazione della società contemporanea.

[Viene a intervistarmi una donna: mi richiameranno per sapere se sul mio treno sono stati gentili con me. Ha scritto che sto viaggiando per fare delle commissioni. Ma cosa potrei mai dover cercare a Bra che io non possa trovare a Genova? (Ahah, e invece è la questione centrale della mia vita, più o meno.)]

Dietro di me, rivolto a Ponente, un ragazzo. Gli sentirò il deodorante poco prima di rincorrere il mio vagone, che si è fermato lontanissimo sulla banchina.

Alla mia sinistra, un altro ragazzo guarda a nord. Ha gli occhi azzurri e il naso tutto sbagliato, perciò arrossisco quando mi si mette a fianco. Ascolta sul telefono la stessa canzone che ho spento un’ora fa. E ha le icone di quattro promemoria pronte a svegliarlo chissà quando perché vada chissà dove. E ha un profumo strano e penetrante, fa un po’ romanzo ma è proprio così che è, penetrante,, a metà tra l’acido e il dolce (che non so cosa ci sia esattamente. Anzi forse non è che è a metà. È entrambi). E ha un sacco di tic e ha della carne cruda sotto il braccio.

Ai suoi piedi una ragazza (ha l’età di una donna ma è una ragazza) è vestita di una decina di rosa diversi e ha una borsa di tutti gli altri colori. Guarda delle foto che ha fatto su una macchinetta digitale fucsia. Graffiti graffiti graffiti. Ancora graffiti. Una mano appoggiata su un muro, con le unghie smaltate verso il basso. Graffiti.

[Il ragazzo con quel deodorante non penetrante è seduto dietro di me. Fa qualcosa col telefono e non ha tolto la suoneria. Gli chiedo tre volte di farlo. Ubbidisce. Ha le occhiaie, come me. Spero che la musica triste che mi esce dagli auricolari di sottomarca lo disturbi. O forse no. Spero che un giorno compri lo stesso profumo di quell’altro del nord. Spero che ascolti la nostra stessa canzone (con le cuffie). Spero stronzate perché sono senza idee]

confusa sempre

Più il Marocco si allontana più gliene voglio, come se non fossi stata io a partire quella mattina di settembre che le mie colleghe già lavoravano, e io invece mi facevo offrire pane e spezie e caffè dal taxista, e mangiavamo assieme agli uomini usciti dalla moschea dopo la prima preghiera tutti in djellaba bianca, immacolata, neanche una briciola.

L’altro giorno ho aperto la cartella delle foto e non ci ho trovato niente di vagamente assomigliante a tutto quel che ho visto quest’estate, come se si litigasse da bambini e ci si coprisse il broncio con le mani (ma io lo vedo che mi fai la linguaggia da dietro, Inezgane, non sono mica scema)

E poi non capisco più niente per strada, né le parole né i fatti, e sono straniera tra gli immigrati e francofona tra i corridoi e confusa sempre

Che coppia

Mi manda foto sue nudo al mare

Io gli mando emoji di broccoli e coltelli

Fondiamo il sito porno giallozafferano 5.0, per lingue agili e dita unte, e taglieri rivestiti di vera pelle umana

Non cura

Non mi prendo più cura dei libri. Non mi prendo cura dei poeti. Ho un’agenda piena di impegni e mi sono dimenticata che la squadra che amo gioca nella città che amo contro la squadra che odio. Scivolo sulla salita della mia lunga creusa. Mi bagno sulla testa e sotto le scarpe, mi brucia lo stomaco ma quello è il vino, la lettonia, il fumo dei motorini, le sirene della polizia penitenziaria e gli amori che a non consumarli mica restano nuovi, anzi, muoiono immediatamente. Per scrivere, ho sbagliato la strada di casa: ho seguito i piedi, sono in un luogo che non conosco, in un luogo in cui non mi conoscono, non dove dovrei essere.

Ho ripreso a trattare tutte le cose della vita come se fossero oggetti pesanti, caricati sulle spalle rotte di una tristezza indicibile, ma che ha le gambe meno molli di quello che vuole far credere.

E tutto questo leggetelo al modo di Semen

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