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A Torino c’è un quartiere di castelli, a due passi dai night club e le prostitute transessuali di lusso, che la notte quando ancora abitavo qui si mettevano nel controviale e stavano sedute in auto, un richiamo di gamba nuda fuori dalla portiera.

C’è questo quartiere che è una zona pedonale, e gli uccelli cinguettano tutto l’anno, e sembra di essere a millemila chilometri dai corsi Vittorio e Stati Uniti e Re Umberto e invece sei lì. I bambini hanno tre nomi, e sono fastidiosamente educati…

Non so se consiglierei la Crocetta a un turista, a una viaggiatrice. A Genova non c’è niente del genere – anche nei quartieri ricchi le case dalle finestre bifore, e trifore, e i poggioli e le colonne greche e i capitelli corinzi si appoggiano le une alle altre e si reggono sul ghetto – ed è più veloce mostrare (o vivere) il contrasto coi vicoli loschi sopra il porto.

Qui si potrebbe forse attendere la persona in visita al binario, tour della stazione diventata centro commerciale, sosta al pianoforte che le ridona bellezza, uscita a destra, la San Salvario araba, ritorno dal ponte Sommelier ché vedere tutti quei binari che si incrociano fa sempre un certo effetto di viaggio e destino, poi bagnarsi i piedi nel fango del marciapiede dissestato di fronte al dormitorio, prime eleganze, corso Re Umberto (tram d’epoca, teoria e pratica dei controviali, cenni di storia calcistica locale e nazionale) e infine l’ostentata bellezza di questo buco di silenzio che è la versione più ricca e carina di tutto ciò da cui scappo da una vita. È come visitare i castelli della Loira: splendidi, per carità, ma che noia, e quanto ci si sente fuori posto!

Il mio posto è piuttosto seduta per terra in una biglietteria della stazione per ottenere un ridicolo sconto e intanto leggere Mohammed Choukri. O mi piace stare minuti interi ore o comunque tutto il tempo che ho prima di fare quel che devo fare e prima di andare dove devo andare a guardare chi suona a quei pianoforti delle stazioni che dicevo e imparare addirittura a distinguere i musicisti dagli amanti della musica, i disperati dagli esecutori, gli errori, i passaggi su uno dei MI rotti. A volte chiudo gli occhi, spesso guardo il resto della gente, vengo disturbata e poi rapita dalla voce metallica di trenitalia che annuncia un treno o dal ronzio delle pulitrici o dai militari che perquisiscono e i bambini che scorrazzano, e sempre guardo le dita, le loro dita, tutte quelle dita che hanno vari modi di toccare la melodia, e c’è chi ce le ha lunghe e chi ci ha lavorato una vita in fabbrica, c’è chi ha le nocche rosse di freddo e chi tiene i guanti, chi cerca i tasti prima con gli occhi e chi li chiude e balla coi polsi da farti commuovere.

Con alcune delle persone che suonano scambio uno sguardo un sorriso un grazie silenzioso un grazie frettoloso alla fine dell’ultimo pezzo che mi ostino ad ascoltare tutto e mi farà quasi perdere il treno, e che belli i bambini che provano sorridendo un tasto alla volta e che belle le barbone con le loro dita nere e dure anche sui pedali.

A me piace andare a mangiare nei posti come Horas kebab, che avrà pure messo l’insegna bella scolpita e sfingiosa e avrà alzato i prezzi, ma dentro ci trovi l’egiziano che non rinuncia al divano basso coi cuscini dorati, una coppia di donne che parla di amore e comunisti, una coppia di uomini che fanno o parlano di teatro, e poi parlano di una donna e di sesso e non sai se recitano ancora, un gruppo di tutt’ispanofoni/e e un anglofono che ordinerà in arabo e il ragazzo non mi capisce quando chiedo imbarazzata la salsa di melanzane al posto di qualsiasi altra salsa fosse prevista, ma capisce benissimo che dopo una mattinata di pulizia al reparto pc e stampanti dell’unieuro quello che vorrei più di tutto è il contatto umano e mi sorride portandomi il piatto e mi tocca la schiena per chiedermi se va tutto bene portando il piatto ai vicini e mi offre il té alla menta anche se si rifiuta di rispondermi in darija, maledetti occhi neri haram e bocca silenziosa che hai

E poi ultimamente mi piace andare a bere il caffè dai cinesi, quelli che han rilevato i bar storici delle mie città, non storici di valore storico, ma vecchi, i bar vecchi ecco, quelli anonimi che però erano lì da sempre e sono ancora lì, solo che dietro il bancone due occhi lunghissimi e stretti ti dicono Ciao e Un euro e soprattutto Grazie, qualsiasi cosa tu dica loro: Grazie… Grazie mille: Grazie; Arrivederci: Grazie; Alla prossima allora: Grazie… In quei bar a un tavolo della vetrina può capitare che un vecchio insegni a un altro gli andamenti della borsa; magari compreranno delle azioni insieme e le rivenderanno al doppio e faranno una grande festa in San Salvario con gli spacciatori e quelli degli internet point e quelli delle spezie e le parrucchiere ‘afro’ e le pasticcerie che vendono piccole tazzine di cioccolato fondente e i negozi biogentrificati e finiranno alla mattina al Sax senza un soldo come eran partiti ma con sai che festa alle spalle, e un quartiere intero che li adora e quei tre vestiti buoni che si saranno riusciti a prendere nel pomeriggio prima di spendere il resto, se non altro.

Oppure scelgo caffè dai nomi improbabili : IL FATO 2. Come sarebbe, come funziona? In che senso il fato 2? Ce n’è uno e poi c’è il 2? Come un’altra possibilità, un destino alternativo?

Lo scelgo perché in certi quartieri ho tutti i miei riti ma a volte è bello scombussolarseli, e incontrare comunque quel vecchio tifoso Granata che al solito bar ti aveva regalato una medaglietta d’oro vero del Grande Torino. E poi lo scelgo perché vedo il monumento a Meroni dal mio tavolino, anche se è piccolo e incastrato tra la porta e un bus, e perché hanno quattro gusti di cioccolata vegana e non vedo l’ora di provarli tutti.

Mi portano il caffè e la tazzina ha il colore perfetto. Lo prendo come un segno che sono sulla buona strada… O su quella cattiva, ma comunque molto bella.

Foto brutta del mio bel caffè (e buonissimo). Però c’è tutto quello che serve, anche l’inverno. Del resto non state a preoccuparvi, arriverà che fa pendant col vostro maglione caldo.

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Sto leggendo un lungo libro ambientato a New York (Una vita come tante, Hanya Yanagihara, trad. Luca Briasco) e quando nominano certe strade che pure ho percorso l’immagine che mi si forma in testa è quella della griglia di Manhattan su maps, azzurrina e rosa, col Central Park verde nel cuore – e mi viene un po’ di tristezza perché mi sembra che sto dimenticando cose vere che ho toccato con mano e con piede e resta solo il loro simbolo vuoto.

Mi chiedo se succederebbe lo stesso se la storia si svolgesse a Brooklyn.

Allora penso che dovrei leggere anche un lungo libro ambientato a Brooklyn.

…O dovrei tornare a New York e rifarmi gli occhi le gambe il naso e le orecchie, o il seno, o la bocca, in uno di tutti quei posti vegani in cui avevo mangiato (l’italiano l’indiano o il libanese).

Mi manca.

Laggiù sono stata infelice.

Ma infelice nella più bella metropoli del mondo.

Con un’amica si parla di noi e del mare e di Nizza e dell’azur della Côte d’Azur e a lei piace l’idea di noi vicine, di noi vicine vicino al mare. Mi scrive: 💙 vicinanza 💙 in mezzo a due cuori blu come le onde del mediterraneo francese, ed è in francese che mi viene il dubbio che la vicinanza non esista e quando controllo il dizionario me lo conferma, e allora mi chiedo (se questo non rifletta l’identità profonda di un ‘popolo’ e) come faccia un poeta a tradurla e la cerco su internet in Caproni, per trovare un testo e poi vedere come l’han tradotto.

Ma pare Caproni non abbia mai parlato di vicinanza. L’ha vissuta però, con Pasolini. E l’articolo parla anche della colleganza – che mi sembra un’altra parola bellissima – tra i poeti romani degli anni Cinquanta. E non ci avevo mai pensato al campo semantico della parola collega

E gliela attribuiscono, con Mario Pompilio: in un articolo che parla anche di verità da fare riaggallare… E con Testori su un post di CL di cui non vorrei mettere il link e che però è un bel post leale, per cui Caproni è stato appunto <<uno dei segni della possibile lealtà della poesia nei confronti dell’esistenza. Uno di quelli che ha tolto il “ma” che troppi discorsi e troppi professori solevano mettere, per dare una definizione che suonasse contemporanea, dopo il termine “poeta”. Poeta senza “ma”>>.

Io passo un brutto pomeriggio immersa in belle pagine di lingue e letterature, in un mare di inchiostro ogni onda una parola e ringrazio che mi sia venuto su quest’amore infinito per il testo scritto, non importa dove e come.

il postino

È lui. Lo so perché ha suonato solo da mia nonna ché da me non rispondeva mai nessuno, eravamo tutti a scuola a lavoro o alla playstation o in Francia, o in Canada. Lo so perché l’ho visto in via Vittorio o mi è sembrato di vederlo in via Vittorio e questo dovrebbe significare che è di nuovo su Bra. Lo so perché al citofono ha ringraziato con la voce dolce e giovane che ricordavo.

Non è lui o non so se è lui. La divisa delle Poste invernale è troppo larga perché io possa indovinarvi sotto le sue braccia magre e chiare, un tatuaggio dentro al gomito destro. E fa troppo freddo per appendere il casco al manubrio e andarsene mezzi illegali al civico dopo.

Non resta che aspettare un regalo, un pacchettino, una brutta notizia – e chiudere gli occhi mentre firmo e sto zitta – e poi posso continuare a sognare il postino

Ben di pietre nel bosco

E ogni tanto scrivergli messaggi romantici per ricordare a me stessa cosa ho imparato in Marocco

Spargermi senza dolore, seguirmi io briciole io sentiero io bambina più furba della strega

÷ ÷ ÷

e il titolo viene da Mal di pietre di Milena Agus che era il libro che mi serviva ora e grazie A.

Tenerezza e commozione

Tenerezza ieri al cinema in coda per Chiamami col tuo nome alle 21 e c’è gente fin fuori perché un quarto d’ora dopo inizia Cinquanta sfumature… E accanto ho questo ragazzino che ha a malapena l’età minima richiesta che è venuto a vederselo da solo e cerca di attaccar bottone e sentirsi grande ed è preoccupato di non riuscire a entrare e sprecare un coprifuoco, e si è convinto che potrà imparare qualcosa del sesso da questa schifezza softporno, qualche punto segreto dei corpi delle donne su cui sfregare i baffi morbidi che ancora ha. (Forse dovremmo piazzarci fuori dai multisala e distribuire romanzi del marchese De Sade gratuitamente.)

Tenerezza durante il film giusto (questa volta non ho sbagliato sala), un film bellissimo e giusto che ha molto di più da insegnare sull’amore e sul sesso (se solo spiegassero anche che quella pesca dev’essere cosa fantastica, non vergogna), che mi guardo dall’ultima fila in discesa, una porcata di posto, seduta sui talloni scalzi per recuperare pixel, ma almeno ho di fianco una coppia meravigliosa e lui ha cinquant’anni e un chupa chupa in bocca di quelli al gusto panna e fragola, lo so perché ricordo bene l’odore orribile di quando ero piccola di quella panna e anche di quella fragola, intrasparente e grigiastra, diversa dalla fragola normale, e questo cinquantenne massiccio e muscoloso si succhia il suo chupa chupa per tutto il primo tempo e nel secondo tempo gli scappa ogni tanto quel fischio di quando la pastiglia è finita ma cerchi ancora di recuperare il gusto dalle ultime gocce della tua saliva rimaste nel bastoncino.

Commozione oggi in tv a riconoscere i versi di Faber, i vicoli di Faber e (i) miei, altri luoghi miei, altri ancora non riconoscerli, e segnarmi le frasi come un’adolescente, frasi da adolescente pure, tipo: “Un conto è la musica che scriviamo un conto è la vita che facciamo” (De André), “Per quelli come me arte e vita sono la stessa cosa o non sono” (Tenco)…

Commozione di fronte alla commozione a sentir Marinella, ché sembra una canzone semplice e non è

Commozione su una certa terrazza, sull’amore che ancora provo, sulla scritta Coop che han lasciato di sfondo, in quell’interno di palazzo nobile e scrostato in cui sono entrata una sera che era aperto e volevo parlare di viaggi con un amico che mi ha dato casa e idee e un certo modo di entrare nella città vecchia

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Certe giornate non sono perse…

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E più di così non so (più) scrivere, ho regalato troppe lettere a una causa persa, di quelle che perderle mi piace un sacco

Dal rumore che fa il vicolo quando piove

capisci quante crepe hanno i muri che di giorno non vedi

quanti buchi hanno i tubi

come son messi i tetti dei vicini

– se siamo tutti al riparo, qui,

ma ci scommetto che qualcuno si bagna più degli altri

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