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Archive for the ‘_Parole’ Category

Con un’amica si parla di noi e del mare e di Nizza e dell’azur della Côte d’Azur e a lei piace l’idea di noi vicine, di noi vicine vicino al mare. Mi scrive: 💙 vicinanza 💙 in mezzo a due cuori blu come le onde del mediterraneo francese, ed è in francese che mi viene il dubbio che la vicinanza non esista e quando controllo il dizionario me lo conferma, e allora mi chiedo (se questo non rifletta l’identità profonda di un ‘popolo’ e) come faccia un poeta a tradurla e la cerco su internet in Caproni, per trovare un testo e poi vedere come l’han tradotto.

Ma pare Caproni non abbia mai parlato di vicinanza. L’ha vissuta però, con Pasolini. E l’articolo parla anche della colleganza – che mi sembra un’altra parola bellissima – tra i poeti romani degli anni Cinquanta. E non ci avevo mai pensato al campo semantico della parola collega

E gliela attribuiscono, con Mario Pompilio: in un articolo che parla anche di verità da fare riaggallare… E con Testori su un post di CL di cui non vorrei mettere il link e che però è un bel post leale, per cui Caproni è stato appunto <<uno dei segni della possibile lealtà della poesia nei confronti dell’esistenza. Uno di quelli che ha tolto il “ma” che troppi discorsi e troppi professori solevano mettere, per dare una definizione che suonasse contemporanea, dopo il termine “poeta”. Poeta senza “ma”>>.

Io passo un brutto pomeriggio immersa in belle pagine di lingue e letterature, in un mare di inchiostro ogni onda una parola e ringrazio che mi sia venuto su quest’amore infinito per il testo scritto, non importa dove e come.

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Il libro interrotto perché non è mio, non posso sottolinearlo e allora sono perduta.

Il segnalibro-Catherine-Deneuve di Helmut Newton in mezzo 13 pagine fa, mentre là dove dovrei ricominciare a leggere c’è un foglio che ha ai lati tutte le pieghe che gli ha dato il mio letto (bello avere accanto al cuscino un buon libro che sa di fumo), sul quale ho iniziato a scrivere quel che non potevo annotare – solo che poi arrivava Pilar Ternera e tutto diventava così sesso e fumo che non ci si poteva fermare ai margini a riposare o pensarci. 

13 pagine di sesso e fumo. come questi 13 giorni in cui ho scritto così tanto, così spesso, così di carne e sigarette. Le rileggo, ricomincio, gambiarra anche se non mi sento debole affatto, il destino è un’abitudine

Da Internazionale della settimana scorsa, foto di un amico, parole del mondo

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A proposito di ripensare al Québec

C’è stata una sparatoria alla Moschea, già bersaglio di attacchi anti-islamici, e i media canadesi (e la polizia canadese) la chiamano “attentato terroristico”.

Le parole sono importanti, e anche se il Canada ha mille piccoli difetti nascosti sotto strati di pailettes (indossate con fierezza da Trudeau) per certi aspetti è avanti anni luce, e io vorrei essere lì ad abbracciare i fratelli e le sorelle musulmane conosciuti in 4 mesi, e a spiare Trump da più vicino.

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Pare che questo articolo fosse rimasto una bozza, dal 3 novembre. Ve lo regalo due mesi quasi tre dopo, ripensando al Québec.

Go!

Non è un anglicismo… È un altro regalo che mi fa Westphal nell’introduzione a La géocritique : réel, fiction, espace.

Dopo l’aune e l’autoérotisme, e derechef per ancora una volta… ecco per me tout de go = direttamente e liberamente, senza preamboli, e anche il verbo gober, divorare ma… per aspirazione!

È anche possibile se gober, ma lì ci si mangia forse con gli occhi, col cuore: perché significa avere una grande opinione di sé

E infine è possibile usare goal anche per indicare il portiere, che normalement al goal si oppone! Che meraviglia le lingue…

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PS) È un giochetto che avevo iniziato a Paris: lo continuo dal Singing Goat, Sherbrooke. È il loro Petit Robert del 2001 che ho fotografato, e pure dimenticando la parola di oggi 😀

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La nostra storia dal vocabolario ristretto in cui è necessario -quando non ci capiamo- davvero “credersi sulla parola”: credere che le hai attribuito un certo peso e significato, e annotare a mano sotto le voci ogni accezione personale.

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Cercavo l’aune sul Petit Robert del 2011 e ho trovato l’autoérotisme 

c’est-à-dire l’erotismo la cui sorgente [non à un calco, ma un rimando all’esplosione di liquidi] è all’interno del soggetto stesso, e non all’interno di una relazione in cui si è oggetto. 

Non sono contenta della mia traduzione, ma sono contenta di avere dei brividi per la parola oggetto, anche se è vero che c’è sempre una direzione nell’erotismo, o meglio due. Mi dico che lo scopo di ogni relazione erotica potrebbe essere cercare di restare due (o più) soggetti, io desiderante, tu desiderante e non solo desiderata/o… o magari farsi entrambi: desiderio!

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PS) È un giochetto che avevo iniziato a Paris: lo continuo dal Singing Goat, Sherbrooke. È il loro Petit Robert del 2001 che ho fotografato, e pure dimenticando la parola di oggi 😀

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20161007_175658

Lasciavo da tradurre FLAMBOYANT ma ci provavo: (altro…)

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